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ricordi sportivi 2021
, 29 Dicembre 2021

I 10 ricordi sportivi di questo 2021


Come ogni anno, la nostra redazione ha selezionato i 10 ricordi sportivi di questo 2021, che più ci rimarranno impressi. Nel cuore e nella mente.


1) Quindici minuti di italiana follia

(di Fabrizio Meco)

Come li racconti quindici minuti di italiana follia che cambieranno per sempre la storia di un movimento intero? Come si trasmettono le emozioni di un caldo primo d’agosto che non sarà mai più un giorno come gli altri? Sono arrivato alla conclusione che non si può, impossibile. Si può solo provare a mettere per iscritto il turbinio d’eventi e pensieri di una serata nipponica e vedere cosa ne viene fuori.

Dapprima è capitan Tamberi che scende in pedana con in braccio il gesso che aveva mentre dal divano guardava, come noi comuni mortali, le Olimpiadi di Rio. E già così basterebbe per un primo piantarello commosso. Basterebbe, si, perché la testa (nostra) sa che certe misure nelle gambe non ci dovrebbero essere ma il cuore (suo) lo sappiamo che se ne fregherà. In Italia intanto fa caldissimo e Rai2 relega i primi salti ad un quadratino durante un fondamentale TG, ma va bene così.

Gimbo non lo sa e nella notte giapponese salta in maniera impeccabile dal 2.19 al 2.37, uno spettacolo per gli occhi. I brividi (o meglio la sudata) per l’impresa a tiro aumentano. Con lui l’amico Barshim, con cui condivide l’infortunio alle spalle, sta saltando in fotocopia. D’un tratto tre nulli per entrambi a 2.39, uno sguardo veloce al commissario, una risata e l’abbraccio fraterno. Doppio oro. Lacrime di Gimbo, di mezza Italia, urla e salti che sanno di gioia e di riscatto. Ma non è finita. 

Un momento che vale una carriera.

Mentre lo show di Tamberi prende tutto lo stadio di Tokyo, che sarebbe vuoto ma pare stracolmo, i centometristi sono ai blocchi. La tensione risale alle stelle. Cazzo Marcell, sei un toro: vieni da una stagione fantastica e nei turni di qualificazione sei sembrato andare via con un filo di gas. Dai Marcellino da Desenzano dopo la sbronza altista regalaci un’altra storica medaglia, qualsiasi essa sia. Anche se… silenzio, sparo. Partiti, battito di ciglia. Arrivati… 9.80! 9.80? Primo? Ma che veramente il Campione Olimpico della specialità regina dell'atletica leggera è Italiano? Si. Vabbè allora vale tutto, allora è proprio la nostra estate. 

Si abbracciano Gimbo e Marcell, ci abbracciamo anche noi con chiunque ci sia vicino, in barba al covid, all’afa e agli anni bui. Grazie fenomeni. E poi grazie ai ragazzi della 4x100, ad Antonella e a Massimo (ma troppi ce ne sarebbero). Grazie atletica italiana, finalmente!

2) Sir Andy Murray all’Open di Biella

(di Marco Bellinazzo)

Scrivere di sport per un giornale locale, in una provincia come Biella, in linea di massima significa che quando va bene la domenica ti ritrovi a seguire qualche partita di Eccellenza, in stadi che assomigliano a stadi e campi da calcio che provano ad essere campi da calcio, ma quando va male puoi finire in qualche comune di 300 anime e sorbirti quei classici incontri di Prima Categoria che tutti decantano come “il bello del calcio di provincia” o “il romanticismo che si è perso” fin quando non sono costretti su una tribuna traballante con 1 grado a guardarsi due ore di scarpate e doverle anche commentare.

Il 2021 però mi regala un sussulto quando, già nel mese di gennaio, si sparge la notizia clamorosa che riguarda il Challenger ATP di Biella, un torneo che si svolge quasi tutti gli anni e che sì, è meglio di un Valdilana-Valle Cervo di Prima Categoria, ma che di solito offre finali come Bagnis-Kavcic o Mager-Lorenzi. Si è iscritto Andy Murray. A Biella. ANDY MURRAY. Un ex numero uno del mondo, campione Slam e campione olimpico verrà giocare nel palazzetto a due passi da casa mia. Temo il bidone finché lo scozzese non calpesta con due piedi il suolo biellese, poi arriva davvero e quasi non si riesce a rendersene conto. 

Serve un set, perso in silenzio, per farlo tornare lui ma poi all'improvviso ti accorgi che è proprio il Muzza che abbiamo sempre conosciuto: quello che brontola, che si lamenta, che pesta i piedi, che grida contro l'angolo, che gioca contro se stesso. Quel Murray fragile, così umano, che nelle sue debolezze ha toccato l'olimpo dei più grandi e che ora, sprofondato fuori dai 100 mentre gioca un Challenger 80, le sta provando tutte per riprendersi il suo posto nel tennis. Ed è proprio mentre è lì a due metri da me a faticare contro dei pallettari della peggior specie che mi rendo conto di quanto Sir Andy mi manchi maledettamente e di quanto manchi la sua figura nel tennis di oggi.

Il 14 febbraio Murray perde malamente la finale del Biella 1 (seguiranno felicemente tornei fino al Biella 7), prendendo pallonate da un tale Ilya Marchenko, ma non fa niente. Ho visto Andy Murray a casa mia, ho scritto delle sue partite, ci ho fatto persino un selfie di scarsa qualità: può non essere il miglior momento sportivo del mio 2021?

E' TUTTO VERO!

3) L'importanza dell'Europeo azzurro

(di Matteo Briolini)

Se ripenso alla mia prima metà di 2021 ripenso a un periodo in cui il sentimento prevalente era quello della frustrazione. Frustrazione quando frequentavo interminabili lezioni universitarie davanti al computer, frustrazione quando riflettevo sulla vita da studente fuori sede che mi stavo perdendo e ancora frustrazione quando volgevo lo sguardo al passato e setacciavo i miei ricordi. La normalità che avevo in testa pareva irraggiungibile e rimpiangevo tutte quelle volte in cui l'avevo definita banale.

Tutto è cambiato l'11 giugno quando è iniziata il sogno europeo degli azzurri di Mancini. Credevo in un esito positivo della rassegna per l'Italia, lo sognavo, ma ciò che più bramavo era sfruttare la partita per condividere nuovamente emozioni con gli amici di sempre. Ogni singolo istante dell'Europeo è ben presente nella mia memoria: ricordo chi ho abbracciato dopo i gol di Chiesa ad Austria e Spagna, vivo ancora la tensione che solcava il mio volto e quello dei miei amici durante le lotterie dei rigori delle ultime due partite.

Ho ancora i brividi se rievoco l'urlo di gioia dopo l'ultima parata di Donnarumma, la corsa in motorino verso il lungomare riminese per festeggiare la vittoria. Un evento incredibile, con una valenza sociale tutt'altro che trascurabile, che ha tutto il diritto di entrare nella leggenda dello sport a tinte azzurre.

Soprattutto però - e questo è stato l'aspetto più importante per il sottoscritto - una storia straordinariamente normale per quei piccoli gesti non più scontati e condivisi che ci ha portato a compiere l'Europeo. Come, semplicemente, vedere una partita insieme lasciandosi alle spalle le paure e le ansie degli ultimi due anni.

Il cielo è azzurro sopra Wembley.

4) Lo scudetto dell’Inter

(di Jacopo Landi)

Questa moda che le somme vadano tirate a fine anno è molto umana ma anche molto retrograda. Un po’ perchè è una via di fuga che t’invita a fare senza nè riflettere nè godere o disperarti di quanto fatto e poi perchè le somme, come le azioni e le parole vanno tirate, compiute e pronunciate al momento giusto che non sempre o non solo è alla fine dell’anno.

Tant’è questa è stata la richiesta, il pezzettino edulcorato che racconti il 19esimo scudetto dell’Inter esaltando i suoi tifosi ma non urtando necessariamente i tifosi delle altre squadre. Non troppo lungo, ben confenzionato e politicamente corretto. Ora... chi mi conosce sa che più del politicamente corretto odio soltanto il borsello e la frase “maschio bianco privilegiato” per cui, sti cazzi, è stata una goduria pazzesca. 

E’ stata una goduria pazzesca per così tanti motivi che se provo a focalizzarli tutti assieme ne perdo per certo qualcuno. Quindi concentriamoci sui più importanti per scalare via via.

  1. Interrompere il dominio Juventus a 9 scudetti di fila, bloccandogli il 10imo che oggettivamente sarebbe stata un’impresa, non dico al livello del triplete ma per lo meno nello stesso condominio. Non ricordo nella storia una squadra così forte mentalmente e così continua. Bene, l’Inter interrompe in maniera nettissima questa dominio. Così netto il modo in cui lo fa che può permettersi di andare a Torino a farsi scippare una partita con l’ennessimo rigore inventato da Cuadrado;
  2. Non solo interrompe il dominio della Juventus ma lo fa coi due alfieri epurati per eccellenza: Antonio Conte e Beppe Marotta. Marotta allontanato per essersi opposto all’operazione Ronaldo che sta devastando i conti bianconeri. Conte andantosene sbattendo la porta perchè è comodo avere l’ossessione per la Champions senza programmare per vincerla. In coda ci metto anche il goal di Arturito Vidal nel 2-0 di San Siro quando a Torino hanno capito che qualcosa stava succedendo;
  3. Una partenza bruttina con una squadra spettacolare ma estremamente sbilanciata che non gioca a calcio ma a chi ha l’attributo più... consistente. Botte da orbi con la Fiorentina. Si perde una partita senza senso coi cugini. Si imbarcano catervate di goal. Sembra l’ennesima annata neroazzurro del “ci avevamo creduto tanto e invece”. E invece l’Inter trova la quadra, inserisce il doppio play nel motore, sorpassa i cugini andando al doppio e vince il campionato con ampio vantaggio. Il Derby di ritorno vinto 3-0 è la ciliegina sulla torta. 
  1. Per Christian, perchè se è vero che nessuno ti avvisa mai dei bei momenti, è stato importante e meraviglioso che ce ne siano stati prima di quanto successo agli Europei. Col danese che cecchina i cugini in coppa Italia. Impallina Napoli e Crotone con due goal scudetto e alza un trofeo che di diritto, per fortuna, gli permetterà di vivere per sempre nella storia del club, oltre che di continuare a vivere una si spera lunga e fortunata vita come uomo e come calcisatore anche grazie all’intervento di un grande uomo e splendido capitano come Simon Kjaer;
  1. Per i ragazzi italiani: Barella, Bastoni, Darmian, D’Ambrosio, Sensi, Ranocchia, Gagliardini e Pinamonti che dopo anni di maglie sudate, sforzi e sfinimenti hanno portato a casa un titolo importantissimo che li ripaga in parte di abnegazione e professionalità mai mancate.
  1. Per i tifosi che in periodo di coronavirus potettero godersi una giornata di abbracci, di caroselli, di gioia pazzesca. Una gioia che invade la città e per 24 ore fa dimenticare la sofferenza e lo schifo da affrontare.
  1. Per Mauro Bellugi, indomito cuore nerazzurro fino alla fine, oltre alla fine, con sorriso beffardo e cuore d’oro.

E’ stato uno scudetto meraviglioso perché coerente con la storia di una squadra che nessuno riuscirà mai a decifrare fino in fondo ma che chiunque può ritrovare nel mistero di una notte o nella speranza di un cielo terso.

5) La Copa America di Lionel Messi

(di Federico Mendola)

Ventotto anni dopo l’Argentina è di nuovo campeón. Nella prima edizione dalla scomparsa di Diego Armando Maradona la nazionale albiceleste torna a vincere la Copa America, trascinata da un Leo Messi che rompe definitivamente la sua maledizione ed entra finalmente di diritto anche nella storia della sua Nazionale.

È la Copa America che chiude, di fatto, la splendida favola dell’Uruguay di Oscar Tabarez. Cammino deludente quello della Nazionale di Suarez e compagni, additata come una delle pretendenti al titolo ed eliminata ai quarti di finale dall’outsider Colombia sancendo la fine del ciclo del “Maestro”. Un cammino iniziato nel lontano 2006 e conclusosi, in via definitiva, con l’esonero del tecnico settantaquattrenne poco più di un mese fa.

È la Copa America del rilancio di vecchie conoscenze della Serie A come Lapadula, Isla ma soprattutto Lucas Paquetà, letteralmente rinato al Lione e determinante per il cammino del Brasile verso la finale. Non solo rilanci ma anche consacrazioni come quelle definitive di Rodrigo De Paul, ormai di diritto fra i centrocampisti più forti a livello mondiale, e del portiere Emiliano Martinez che ha finalmente chiuso le porte scorrevoli degli ultimi anni tra i pali dell’Argentina.

È la Copa America del “nuovo Maracanazo”. Come nel Mondiale del 1950 il “Maracanà” diventa scenario della sconfitta del Brasile, contro una delle rivali di sempre, in una finale che sembrava già annunciata. Una sconfitta con ripercussioni ben minori, vista anche l’assenza di pubblico sugli spalti, del suo storico precedente e che non cancella il buon lavoro fatto da Tite con la nazionale verdeoro.

È la Copa America di Lionel Messi. C’è poco da girarci intorno: la vittoria dell’Argentina ha visto nella “Pulga” il vero mattatore facendo da goleador, uomo assist e trascinando la squadra alla conquista del trofeo nonostante tutti i suoi limiti e un cammino non sempre brillante. Un successo che lo porta ad entrare, finalmente, anche nell’Olimpo della nazionale Albiceleste portandolo alla conquista di un contestatissimo, ma forse in fondo giusto, settimo pallone d’oro.

È la Copa America delle scelte senza senso della CONMEBOL. Con la Colombia in piena rivolta politica e l’Argentina in crisi sanitaria la Confederazione Sudamericana, anziché fermare la competizione o aspettare tempi migliori, pur di andare avanti decide di farla giocare nell’unico paese che ha entrambi i problemi ovvero il Brasile. Uno schiaffo alla sicurezza dei tesserati e degli addetti ai lavori, a triste riprova che purtroppo il calcio non è davvero più forte di tutto e di tutti. 

Prendetene e godetene tutti...

6) Josè Mourinho alla Roma

(di Marco Maso)

Martedì 4 Maggio, ore 15:09. “L’AS Roma è lieta di annunciare che Josè Mourinho sarà il nuovo responsabile tecnico della Prima Squadra a partire dalla stagione 2021-2022”. Sipario.

Gazzetta, Marca, BBC: tutti parlano di Mourinho, tutti parlano della Roma. Dopo Luis Enrique, Zdenek Zeman, Aurelio Andreazzoli, Rudi Garcia, Luciano Spalletti, Eusebio Di Francesco, Claudio Ranieri e Paulo Fonseca (ma soprattutto dopo 8 allenatori cambiati nell’arco di un decennio) la Roma diventa Special. Ed è qualcosa di incredibile.

Mourinho alla Roma, per Noi Romanisti, è Woodstock nel 1969. Mourinho alla Roma è un inno alla gioia, una bordata alla monotonia ed alla mediocrità, un grido di gioia verso il cielo. Mourinho alla Roma è un segnale di voglia, di programmazione, di energia dopo un 6-2 a Manchester ed un 2-0 a Genova sponda Samp. Mourinho alla Roma è una corsa ad immaginare nella proprio testa le battaglie che verranno, le corse sotto la Curva Sud, i vis-a-vis coi suoi giocatori in campo, il fomento delle conferenze stampa (magari proprio quella del derby).

Mourinho alla Roma è una gara a pensare al mercato che verrà, a sognare in grande, a dirsi che finalmente c’è qualcosa di grandissimo ad aspettare i colori giallorossi. Mourinho alla Roma è un cocktail di spocchia, furbizia e faccia tosta nelle vene. Josè Mourinho alla Roma non è la vittoria ma è un qualcosa di eccezionale, completamente fuori dagli schemi, totalmente inaspettato. Josè Mourinho alla Roma è il primo bacio con il primo amore, è l’arrivo della primavera, è il regalo che volevi da bambino sotto l’albero di Natale.

Josè Mourinho alla Roma è stata per il sottoscritto un’emozione grandissima.

7) L’Addio di Valentino Rossi

(di Antonio Mazzoli)

Era il 5 agosto. Durante una giornata di mare, la certezza: Valentino Rossi si ritira a fine stagione. Aveva annunciato una conferenza stampa giorni prima, in cui si paventava tutto e niente, ma nessuno sapeva precisamente cosa avrebbe detto. Per un attimo ho avuto la certezza che anche lui fosse umano.

È il 14 novembre, si corre a Valencia. Luogo dove ha festeggiato e perso mondiali. E come in uno scherzo del destino, la somma di giorno, mese e anno danno come risultato proprio 46. L'ultima stagione è stata senza guizzi. Su una moto indecorosa, Vale ha galleggiato diverse volte a cavallo della zona punti, partendo diverse volte anche dall'ultima fila. Male al cuore, per chi l'ha sempre amato. Questo era il momento giusto per lasciare, ricordando che oltre al pilota, c'è un uomo. Pronto a una sfida come quella dell'arrivo di una figlia. Lui che di sfide ha sempre vissuto. 

L'ultimo weekend è stato un continuo tributo. Prima la riunione di tutte le moto con cui ha vinto un mondiale, trattate come figlie. Poi i piloti della sua Academy che scelgono di correre con i suoi caschi storici. Segno che molti gli sono debitori e che lui ha messo in questo sport la sua vita e il suo altruismo. Ho vissuto questa giornata come se fossi testimone della storia. Con un groppo in gola e le parole di Guido Meda (per entrambi una fortuna incontrarsi), ho cercato di godermi fino all'ultimo ciò che stavo vedendo. Valentino fa probabilmente la miglior gara della sua stagione, finendo decimo.

Se questa è la dimostrazione di cosa è un manico assoluto, ciò che Rossi ha rappresentato lo si può vedere nel dopogara. Accerchiato prima da tutti i piloti in pista, poi un infinito giro d'onore con le tribune vestite di giallo, e infine la festa per decine di minuti nel suo box.  "Smettere era solo una scusa per far casino, magari smetto anche l'anno prossimo". 

Questo è stato Valentino Rossi: un cazzone che ha saputo conquistare tutti con il suo linguaggio provinciale e universale. Che ha conquistato amici e colleghi, tutti presenti nel giorno del suo ritiro. 

E che ha saputo tante volte andare in moto più forte degli altri.

Iconic.

8) L’impresa mancata di Nole come vetta del crepuscolo infinito dei Big Three

(di Nicola Balossi)

New York: dopo Melbourne, Parigi e Londra, Djokovic è a un centimetro dal Grande Slam. Sostenuto dal pubblico Yankee che vuole l’evento storico, Novak perde il primo set, ma questa non è una notizia. Ultimamente sembra che lo faccia apposta, che sia un modo per prendere le misure all’avversario prima di costruirgli la bara. È successo dai sedicesimi in poi: ne hanno fatto le spese Nishikori, Brooksby, Berrettini e Zverev.

Medvedev nel secondo parziale concede una sfilza di palle break e chiunque pensa ok, ci siamo, adesso Nole piegherà il destino alla sua volontà. L’idea ritorna quando Novak fracassa la racchetta e rallenta il ritmo di una partita che gli sta scivolando dalle mani ma l’artificio s’infrange sul contegno del russo, padrone mentale del match. Le potenziali svolte nolistiche sono in agguato anche nel terzo set (lo sanno bene Musetti e Tsitsipas, dominatori incompiuti e mazziati del serbo al Roland Garros), persino dopo il doppio break che conduce al 5-1. Lì Nole cambia la maglietta e il bianco gli porta bene, mentre la platea disturba Daniil che serve per il titolo sul 5-2. I doppi falli ne certificano la tensione, Nole viceversa accorcia e tiene la battuta, si fa sotto 5-4 e pregusta il Novak time. 

Invece proprio adesso, tra un game e l’altro, accade l’impensabile. La voce dello stadio invoca il nome di Nole ma questa volta il tributo è per lui, non per il risultato. Lui all’inizio reagisce da spaccone, si batte la mano sul petto e agita i palmi verso l’alto per aizzare la folla, poi cede al cortocircuito emotivo. Nasconde pietosamente il volto sotto la salvietta, che però è scossa dai singhiozzi. Nole assapora un istante di empatia vera; e piange; e crolla.

Così l’Imperatore Palpatine, colui che persegue lo scopo con ogni mezzo (Il lato oscuro della forza è la via per acquistare molte capacità da alcuni ritenute ingiustamente non naturali), quello capace di fingersi debole per poi massacrarti di scariche elettriche azzurrine, l’uomo dei medical time out tattici, l’antipatico in grado di trasformare l’odio in energia e il dolore in nutrimento, si scopre fragile e inerme di fronte all’amore. 

Mentre scorrono i titoli di coda della sua Caporetto, il Nole ferito abbandona il ruolo di terzo incomodo per diventare un vertice della trinità con Roger e Rafa. Non serviva accumulare più trofei di loro per guadagnarsi quel posto, anzi ci voleva una fragorosa e umanissima sconfitta. Il sogno sacrilego è in frantumi e i tre tenori osservano insieme la luce del tramonto, con 20 Slam a testa. Ovviamente Nole è pronto a riprovarci, ma per un istante – forse breve o forse eterno - l’equilibrio è perfetto.

9) Ciao Bisteccone

(di Simone Renza)

Parlare di giornalismo e vederlo divenire e definire "pop" rende l'idea di come ci si trovi davanti ad un fenomeno da tenere in una teca, televisiva, e mostrarlo come fosse qualcosa di sempre più raro.

La morte di Giampiero Galeazzi ha mostrato ciò. In pochi ne hanno ricordato la caratura professionale. Si è preferito esaltarne il lato più recente. Quello legato al mondo dello spettacolo. Ma "Bisteccone" è stato un Giornalista sportivo di livello assoluto. Non aveva un recinto culturale entro cui agire. Si muoveva libero e leggero tra calcio, canottaggio (sport praticato), tennis e vertici politici internazionali (Gorbačëv e Reagan a Reykjavík). Una formazione culturale, la sua, che ha permesso di fruire agli ascoltatori di un livello qualitativo di lavoro altissimo. Dalle interviste a Maradona negli spogliatoi, alla (amata) cronaca dello scudetto della Lazio (sua squadra del cuore), passando per le opinioni a bordo campo coi protagonisti di un calcio più semplice, fino ad arrivare agli Abbagnale di cui tutti abbiamo le urla gracchiate, ruvide ancora nella mente. Immagini che svegliano madeleine uditive.

Questo è stato Galeazzi: memoria collettiva. Ingranaggio emotivo ulteriore di momenti che di per loro avrebbero avuto un peso ma che, filtrate da Galeazzi, hanno saputo divenire frame immortali. Non è lacrima versata sul romanticismo o nostalgia di tempi andati, ma pena per la sparizione di un giornalismo che è, praticamente, quasi scomparso.

Ciao Giampiero, manchi.

10) ll trionfo di Verstappen

(di Luca Barbara)

La 72^ edizione del campionato mondiale di Formula Uno è stata una delle più avvincenti di sempre. Certamente la più bella dell’ultimo decennio. É l’ultimo atto dell’era ibrida, dominata totalmente da Mercedes. Nel 2022 cambia tutto: disegni, motori, dimensioni, regole. Tutto. Hamilton, che è un classe ‘85, sa che potrebbe essere l’ultima occasione per scrivere la storia, conquistando il suo ottavo titolo e superando il mito Schumacher. Max, dalla sua, sa che il titolo può essere alla sua portata e vuole aprire il 2021 come ha chiuso il 2020. Vincendo. 

Dopo una prima parte di campionato dominata da Verstappen, Silverstone si presenta già come prima “ultima” chiamata per Lewis Hamilton. La Copse è subito decisiva: l’inglese, partito secondo, allunga la frenata prendendo l’interno, Verstappen non alza il piede, finendo per concludere la sua corsa a muro. Primo ritiro, lascerà strascichi.

Il più clamoroso é quello del duello alla prima variante del giro 26 del Gran Premio di Monza. Max “domina” Lewis dopo un attacco forzato alla prima variante e la sua vettura finisce sopra quella dell’inglese, salvato dall’halo. È l’immagine simbolo del Mondiale. Scendendo dalla monoposto, Max non si accerterà neanche delle condizioni del rivale. Non proprio un episodio di fair play che rimarrà negli annali dello sport. Poi, tutto scorre. Dominio di Verstappen in Olanda tra i suoi tifosi (davvero favolosi tutti in orange) e piccole scaramucce qua e là durante le sessioni di prove libere. 

Fino alla masterclass di Hamilton in Brasile. Dopo aver superato, tutte in pista, 25 (venticinque!) monoposto tra sprint race e gara, Lewis vince un Gran Premio di Interlagos epico. Qatar e Arabia Saudita definiscono la rimonta perfetta del pilota inglese che, vincendo entrambe le gare, ci regala il finale di stagione perfetto. Hamilton-Verstappen: 0-0.

Impossibile dimenticare la gestione dilettantistica del weekend di Gedda da parte della direzione gara. Il momento in cui Masi “propone” ad Horner una possibile griglia di ri-partenza rimane uno dei punti più bassi della storia della gestione di un regolamento di Formula 1. Circus dentro cui, non va mai dimenticato, circolano milioni di dollari.  L’ultima gara di Abu Dhabi è un thriller perfettoLatifi diventa per Hamilton quello che fu Glock per Massa o Petrov per Alonso. Colui che, suo malgrado, è in grado di farti buttare all’aria un anno di lavoro e sacrifici. Mondiale clamoroso. Intenso, agguerrito, sporco e stracolmo di colpi di scena. Mondiale impossibile da dimenticare per gli appassionati. Ha vinto Max, ha meritato Max perché, alla fine, chiunque avesse vinto avrebbe meritato.

A darci una grande lezione di stile e sportività è proprio il grande sconfitto Lewis Hamilton. Si congratula con l’avversario, fa i complimenti alla sua squadra e dice che ci riproverà l’anno prossimo. Tutto questo, dopo la più cocente sconfitta della sua carriera. Se cercate la parola “sport” su google, probabilmente verranno fuori queste frasi chiave. 

Bravi Max e Lewis, questa lotta per il Mondiale 2021 sarà indimenticabile.

  • La Redazione di Sportellate è un miscuglio di persone che provano a scrivere di sport senza mai tirarsi indietro.

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