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15 min

- di Damiano Primativo

Il Lione è una squadra bellissima e disfunzionale e quindi ancora più bellissima


Il Lione ha cominciato molto male la sua stagione, tuttavia è difficile dire se è stata più deludente la squadra finora, o se piuttosto siamo stati ingenui noi a credere che una rosa così delicata e naif fosse davvero interessata all'efficienza.


"Mi fido solo della mia Desert Eagle e della sconfitta del Lione nei minuti di recupero" cit.

Con questo tweet (una citazione di un pezzo di Booba feat. Kaaris che fa: «Mi fido solo della mia Desert Eagle / e di Zizou nei minuti di recupero») So Foot ha commentato la sconfitta del Lione al minuto 92 contro il Reims a inizio dicembre. L’ennesima rimonta subita dal Lione agli sgoccioli di una partita quest’anno.

Dopo il 4° posto dello scorso anno (a soli 7 punti dal Lille campione), e la semifinale di Champions di due anni fa, eravamo convinti che il Lione potesse spararsi un paio di stagioni sulla cresta dell’onda dell’hype. Le premesse c'erano tutte: aveva giovani scintillanti ma già con diversi anni di esperienza, un impianto di gioco basato massimamente sulla tecnica. In estate la dirigenza aveva cambiato l'allenatore: via il machiavellico Rudi Garcia, dentro il tecnico di culto ex Ajax ex Borussia Dortmund ex Leverkusen Peter Bosz, col suo aspetto da dandy viennese di fine ‘800 e il suo gioco di posizione radicale e tutto offensivo.

Nonostante la cessione del principale talento creativo della squadra, Memphis Depay, sembrava che la rosa avesse già all’interno il talento e i giovani per rigenerarsi. Lucas Paquetá (24 anni), Moussa Dembélé (25), Maxence Caqueret (21), Houssem Aouar (23), Bruno Guimaraes (24) e l’attempato ma sempre stiloso Jerome Boateng – arrivato a zero dal Bayern – avrebbero formato l’ossatura portante, a cui si aggiungeva un mix di figure mitologiche (Slimani, Shaqiri), onesti mestieranti (Emerson Palmieri, Denayer, Toko-Ekambi) e talenti freak (Diomandé, 20 anni, e Cherki, 18). Ogni dettaglio incorniciava il Lione come una squadra feticcio, un esperimento uscito da Football Manager che avrebbe fatto vibrare di hipsteria i cuori di tutti noi.

E hipsteria è stata. Hipsteria totale, fuori controllo. Queste sono alcune statistiche del Lione dopo le prime 18 giornate di Ligue 1:
- 13° posto in classifica: peggiore record della squadra dal 95/96;
- 23 punti: peggiore record dal 95/96;
- 25 gol subiti in campionato: peggiore record dall’82/83;
- 0 differenza reti: peggiore record dal 96/97.

In un gruppo di giocatori attenti all'estetica e tendenti all'indolenza, i risultati negativi hanno persino rafforzato l'aura naif della squadra. Rispetto all'anno scorso il Lione oggi sembra passato da una fase ottimista e possibilista a una sciupona e dissoluta, assecondando uno stile di gioco che a volte sembra inadatto a vincere le partite, altre regala picchi di splendore calcistico forse ancora più assoluto, proprio perché senza scopo. Metafora di questo periodo parnassiano è il modo in cui la decadenza si è manifestata: attraverso una serie di sconfitte maturate nei finali di partita, buttando all’aria il vantaggio accumulato.

Qui abbiamo raccolto le più drammatiche. Sembrano gesti di rifiuto antisociale, ogni rimonta un atto autolesionista di una squadra così eterea da rigettare ogni forma di concretezza. Si uccide piuttosto.

Lione-Clermont, 22 agosto
Variazione punteggio: da 3-1 a 3-3
Momento del decesso: minuto 91

https://twitter.com/birdiefootball/status/1430100568828227588

«La fine dell’estate… e delle chiacchiere nel bar…» è un luogo dello spirito associato alla malinconia, come ci ricordano i Thegiornalisti del primo periodo, quello introspettivo. Lucas Paquetá probabilmente ha questa canzone nelle cuffiette mentre dipinge questo gol in una stanca domenica di fine agosto all’ora di pranzo: una sequenza di triangoli con Bruno Guimaraes e Aouar che sa di Joga Bonito, di 3vs3 rilassato in spiaggia. Il gol vale il 3-1 ma come tutti i momenti di maggiore raffinatezza del Lione è destinato all’inutilità, a esistere solo per l’arte, come le cotte estive sono destinate a svanire nella routine invernale. Già nel primo tempo un goffo autogol di Diomandé aveva autosabotato il Lione, poi all’80esimo un intervento difensivo altrettanto goffo di Da Silva causerà il 3-2 del Clermont. Il gol del 3-3 arriverà puntuale al 91esimo come il primo lunedì di lavoro dopo le ferie.

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PSG-Lione, 19 settembre
Variazione punteggio: da 0-1 a 2-1
Momento del decesso: minuto 92


Psg-Lione è un po’ come quando a Natale viene a pranzo la famiglia dei tuoi zii più ricchi e tua madre ci tiene a fare bella figura; va tutto bene, finchè non iniziate a giocare a carte e mentre tu vorresti puntare al massimo uno o due euro i tuoi cugini iniziano invece a giocare con le banconote. Il Lione comunque è squadra vanitosa e snob, non si nasconde sotto al tavolo quando ha davanti un avversario troppo più forte: gioca con la palla, mantiene il suo atteggiamento sfacciato, l’unico che conosce. Al 31esimo un’occasione per il Psg nata da un pressing del Lione che sa di assenzio e noncuranza della morte: su una palla scoperta il terzino destro Gusto si accentra per pressare Messi, Neymar si mangia la fascia rimasta vuota e il seguente tiro dell’argentino finisce deviato in angolo un po’ dal portiere e un po’ dalle preghiere. Nel secondo tempo il Lione va in vantaggio, con un taglio in area da centravanti di Paquetá. Ma una squadra dalle mani bucate non può che dilapidare il vantaggio acquisito, così il figliol prodigo della serata, Malo Gusto, dopo aver quasi causato un gol nel primo tempo con un pressing troppo aggressivo, nel secondo provoca il rigore dell’1-1 con un intervento altrettanto aggressivo su Neymar. Al minuto 92, Gusto, entrato ormai in modalità “come fai sbagli”, sceglie stavolta di tenersi distante mentre viene puntato ancora da Neymar, che però così ha troppo spazio per alzare il cross per il 2-1 di Icardi.

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Saint Etienne-Lione, 3 ottobre
Variazione punteggio: da 0-1 a 1-1
Momento del decesso: minuto 94

Contro il Saint-Etienne il Lione ha toccato una delle sue vette artistiche. Possesso palla brillante, occupazione degli spazi fluida, combinazioni nello stretto raffinate. Persino Boateng – entrato ormai nel suo periodo post-imperiale – in questa partita ritrova la vena dei tempi migliori, le conduzioni palla al piede, i passaggi taglialinee dalla difesa. Per Peter Bosz il pallone è uno Stradivari e per trattarlo con cura ha mandato in campo 11 liutai: nessuna punta centrale, Paquetá fa il falso nove e così c'è spazio per un centrocampista tecnico in più. Il gol del vantaggio del Lione è pura manipolazione degli spazi con la tecnica e coi movimenti senza palla: Paquetá che viene incontro, mette giù il rinvio del portiere, si gira e lancia in verticale; Aouar che attacca la profondità, controlla con l’esterno, segna con un tiro a giro elegante almeno quanto i passettini che lo precedono, leggeri come quelli di un étoile.

In un Lione che confonde il piacere e il dolore, a ogni momento di alta qualità del gioco corrisponde un senso di spreco uguale e contrario: dove potrebbe arrivare questa squadra se si convincesse a vincere le partite? Forse non lontano, in effetti; forse nel rimpianto trova una forma di soddisfazione, come Zeno nel vizio del fumo, e gli sta bene così. Al 94esimo il Var assegna al Saint-Etienne il rigore dell’1-1, lo stesso Var che nel primo tempo aveva annullato il 2-0 del Lione a causa di un fuorigioco millimetrico. Una squadra dai valori classici, eterni, punita dall'iperrealismo asettico della tecnologia contemporanea.

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Nizza-Lione, 24 ottobre
Variazione punteggio: da 0-2 a 3-2
Momento del decesso: minuto 92

In questa strada per l’inferno lastricata di buone prestazioni, la partita con il Nizza è la quintessenza della bellezza tardiva e vana. È La pioggia nel pineto delle sconfitte, il Brasile dell’82 dell’incompiutezza. Il gol del vantaggio nasce da un geniale lancio di Boateng – con un’angolazione del corpo stranissima, quasi a 90° come in un colpo da golf – che pesca il taglio di Toko-Ekambi dietro la difesa. Il secondo è un manifesto di pigrizia unita a onnipotenza tecnica: il Lione segna senza correre, senza che nessuno butti una goccia di sudore: Caqueret serve Paquetá dietro le linee, Paquetá la appoggia con un piattone scazzato ad Aouar, quello la controlla con una carezza e poi calcia subito da fuori area. Poi Aouar va a esultare verso la bandierina e vorrebbe essere una di quelle esultanze arroganti dei giocatori coatti, mentre in verità restituisce la stessa joie de vivre di Charles Baudelaire. Forse perché ad Aouar proprio non gli riesce di fare il coatto con la sua aria da piccolo principe. Oppure perché Aouar sapeva. Sapeva che un vantaggio di due gol a 10 minuti dal termine stava per andare disperso. I gol del Nizza arriveranno ai minuti 81, 89 e 91, e subito dopo Dan Brown comincerà un nuovo romanzo sull’enigma di questi numeri.

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Lione-Reims, 1 dicembre
Variazione punteggio: da 0-1 a 1-1 a 1-2
Momento del decesso: minuto 92


Ci sarebbe anche la partita con il Reims, ma a quel punto non è rimasto già più nulla. Non l'orgoglio di segnare per primi, come nelle partite precedenti; non il piacere di inseguire perlomeno l'estetica. La prestazione del Lione è così buia e densa di spleen che tende alla negazione della volontà stessa. «La vera vita è assente. Noi non siamo al mondo» ha scritto Rimbaud.

Peter Bosz non conosce compromessi

In principio fu Mourinho ad apostrofare – ma diciamo pure sfottere – le idee tattiche radicali di Peter Bosz: «I poeti non vincono le partite» aveva detto il portoghese, dopo una finale di Europa League in cui il suo Manchester United cinico e sporco aveva bullizzato un Ajax di ventenni. In quella campagna europea Peter Bosz, allenatore dell’Ajax, si era affacciato alla nostra percezione con un gioco offensivo e spettacolare, che attingeva dai principi del calcio totale ed esprimeva tutto l’entusiasmo e la leggerezza dei suoi giovani calciatori. Peter Bosz aveva gli occhialini piccoli da intellettuale, una barbetta sale e pepe e quando indossava l’uniforme dell’Ajax – completo scuro con panciotto a contrasto e cravatta – sembrava un dottore mitteleuropeo che potresti trovare seduto con Freud in una foto d’epoca.

Dopo i primi passi nella classe media del calcio olandese, Bosz ha avuto solo incarichi di culto: Maccabi Tel Aviv, Ajax, Borussia Dortmund, Leverkusen, Lione. Un percorso nel cuore underground dell’Europa, in club senza troppe aspettative di successo e più interessati ad affermarsi per un’identità tattica all’avanguardia. Bosz sembra nato per questi contesti di nicchia, gli unici in cui può essere se stesso fino in fondo: un monaco intransigente e del tutto fedele alla dottrina, ovvero fedele a un calcio fatto di 4-3-3, possesso palla, pressing offensivo e partite pazze che ambiscono innanzitutto a divertire il pubblico.

Nel Lione le possibilità di intrattenimento passano soprattutto dai quattro centrocampisti centrali, dalla loro tecnica e la loro creatività. Bruno Guimaraes è il primo regista davanti alla difesa, Caqueret un box-to-box piccolo ma con l’argento vivo addosso mentre Aouar e Paquetá i trequartisti eleganti che ricevono dietro il centrocampo avversario, l’uno con uno stile minimale e l’altro più appariscente. Bosz ha sistemato la squadra con un 4-2-3-1, ma i vertici del sistema si muovono in modo liquido e asimmetrico per agevolare la creazione di triangoli e il possesso palla. Così Paquetá parte esterno destro ma si accentra a fare da rifinitore, creando un quadrilatero in cui l’altro vertice alto è Aouar, il trequartista centrale, con Caqueret e Guimaraes che formano la base.

Il gol di Paquetá al Clermont lo abbiamo già visto e rappresenta la vetta delle combinazioni tecniche tra i quattro centrocampisti. È interessante però anche questo video qua sotto: un estratto del match contro lo Sparta Praga, una partita con una concentrazione altissima di giocate artistiche del Lione e finita con un lascivo risultato di 4-3.

Col suo gioco di combinazioni brevi il Lione porta molti giocatori a stare molto vicini sul campo, creando una densità utile sia ad alimentare il possesso sia a recuperarlo appena perso (il Lione è quarta squadra del campionato per passaggi nell’ultimo terzo di campo, e seconda per PPDA, l’indicatore del pressing nella trequarti offensiva). La coperta però sembra sempre troppo corta. Per gli avversari una volta recuperata palla è troppo facile far ballare il Lione da una fascia all’altra del campo. Specie sul lato destro, il movimento di Paquetá ad accentrarsi apre spazi inquietanti alle transizioni avversarie, e a ogni possesso perso il Lione si ritrova a correre all’indietro. A difendere anche in parità numerica, vista l’indolenza dei giocatori offensivi nel tornare a coprire. D’altra parte stiamo parlando di una formazione di ventenni, il loro talento delicato e le loro facce efebiche sono un tutt’uno con un modo di stare in campo sbarazzino, svagato, acerbo. In fondo anche in questo sta la frizzantezza delle partite del Lione, no? Una squadra che storicamente produce talenti eccitanti in quantità industriale – nel 2019 era il terzo club al mondo per giocatori di alto livello lanciati – e li schiera in prima squadra fin da giovanissimi.

Bosz è maestro nel creare centrocampi pazzi che devono pregare che il pallone non finisca nei piedi degli avversari. All’Ajax si era inventato di arretrare Schone, un trequartista, a mediano, ma in generale in carriera ha sempre creato coppie di centrocampo iperoffensive adattando a mezzala i trequartisti: Klaassen-Ziyech, Gotze-Kagawa, Brandt-Havertz. L’idea sembra quella del disequilibrio estremo come mezzo per raggiungere l’equilibrio; dell’importanza di associare più giocatori possibile con caratteristiche simili, poiché la coerenza è meglio della prudenza. E questo mi sembra lo slogan che meglio descrive il Lione e il filosofo idealista che lo allena.

Quale centrocampista del Lione sei?

Bruno Guimaraes
Troverai il coraggio di chiedere quella benedetta promozione? In ufficio sei il più affidabile, tutti si rivolgono a te quando c’è da risolvere una pratica urgente, eppure non ti senti abbastanza valorizzato. Perché la gente non si accorge mai di te? Perché i tuoi amici hanno successo con le ragazze e tu no? Sei stanco del tuo atteggiamento sempre schivo e rispettoso, finora ti ha portato solo a un grigio senso di incompiutezza. Bisogna cambiare subito: in pausa pranzo andrai dal capo e farai valere le tue ragioni, per cominciare. Sei stanco di guardare Succession e riconoscerti in Tom Wambsgans.

Houssem Aouar
Eri il più fico del liceo: desiderato dalle ragazze e simpatico ai professori, che in te vedevano uno studente brillante anche se in verità studiavi il giusto. Finita la scuola hai visto i tuoi amici allontanarsi uno a uno, andare a studiare fuori, fare esperienze all’estero; tu invece non ti sei mai mosso dal paese: hai preso una triennale in economia all’università più vicina, tanto ti serviva giusto per continuare senza troppe preoccupazioni l’attività dei tuoi, 500 metri quadri di showroom divani in una via elegante del paese. In fondo sei stato sempre un privilegiato, ti sei potuto permettere di non farti in quattro per costruirti un futuro. Da qualche tempo però la tua condizione piccolo borghese sta cominciando a pesarti. E se è stata una trappola più che una fortuna? ti chiedi sempre più spesso. Ogni tanto ti sorprendi a guardare nel vuoto, pensando che in fondo, forse, nella vita ti sei un po’ accontentato.

Lucas Paquetá
Riflessivo e idealista, fatichi a scendere a patti con la realtà concreta. Pensi, pensi, ma non risolvi mai nulla. L’università ad esempio, l’hai messa in pausa e ora per guadagnare qualcosa ti sei messo a fare il servizio civile. Hai solo hobby raffinati: fumetti, vinili, podcast culturali, ma vivi ancora a casa coi tuoi. Vorresti passare all’abbigliamento etico, ma non hai abbastanza soldi. Ultimamente con un amico vi è presa questa idea di iniziare a produrre birra artigianale: insomma, proprio non vuoi trovarti un lavoro vero e dare una soddisfazione a tuo padre?

Maxence Caqueret
Volenteroso e genuino, energico e affabile. Sei una forza della natura, non ti risparmi mai quando c’è da aiutare qualcuno. Che si tratti di accompagnare un amico all’aeroporto o di mettere a disposizione casa per una cena, sei sempre il primo che si fa avanti. Perché ti fai così in quattro per gli altri? Non sarà forse per mascherare un vuoto? In fondo nella vita non hai combinato granchè: non hai studiato come i tuoi amici, con la tua ex hai rotto da due anni e ancora non ti sei ripreso. Sei davvero una bella persona, ma te lo dico, ogni tanto tra una richiesta d’aiuto di un amico e un'altra fermati cinque minuti, fumati una sigaretta, e pensa un attimo agli affari tuoi.

Il rap di Toko-Ekambi

Lo statuto della Fédération Française de Football parlava chiaro: ogni mese tutti i calciatori e i club affiliati dovevano raggiungere su Instagram un certo numero di interazioni con la scena rap, pena una settimana di esilio su un’isola deserta con Raymond Domenech. Tutti i tesserati si sono dati da fare per stare al passo: Pogba ha cominciato a copiare le pose dei rapper, Benzema ha stretto amicizia coi giganti della scena. L’Olympique Marsiglia ha lanciato un’etichetta discografica propria. Riunire calcio e rap in un’unica sottocultura urbana – questo dicevano le linee guida federali – avrebbe portato alla salvezza del movimento francese, come l’unione delle arti nel Bauhaus aveva ravvivato l’arte tedesca nel ’900. Finiti gli allenamenti club e calciatori si fermavano per approfondire le dinamiche dell’hip-hop. Ogni sera: il ripasso di tutte le fasi del dissing tra Booba e Kaaris fino alle botte in aeroporto; la ripetizione dei termini chiave della cultura rap: “street cred”, “flexing”, “punchline”. Il programma federale aveva fissato l’obiettivo: raggiungere il sincretismo perfetto tra i due universi, come due religioni che diventano una sola per garantire la pace e la prosperità ai popoli.

La nuova politica unionista avrebbe trovato largo consenso tra le parti, così il calcio francese divenne presto il movimento europeo più imbevuto di cultura rap. Alcuni MC unionisti venivano selezionati per portare di persona il flow nel calcio. Dinor Rdt realizzerà l’utopia del doppio contratto, musicista per Sony Francia e calciatore per l’US Sassuolo; Karl Toko-Ekambi ci arriverà vicino: da giovane, prima di giocare nel Lione, farà parte del collettivo rap MZ col nome di MC Loka. Questa è una preziosa testimonianza di quel periodo: un freestyle coi compagni della crew, Loka nello streetwear minimale di una maglietta bianca Armani.

Coi suoi giovani iper stilosi, l’Olympique Lyonnais negli anni si è costruito una solida street credibility. L’Osservatorio Swag per il Calcio gli ha assegnato il bollino “Air Jordan 1”, il massimo riconoscimento nella scala dello stile. Toko-Ekambi/MC Loka è l’ultimo garante dello swag arrivato al Lione, venuto dopo Karim Benzema, dopo Hatem Ben Arfa, dopo Nabil Fekir. Toko-Ekambi ha fondato gli MZ insieme agli amici del 13° arrondissement di Parigi, il quartiere dove è cresciuto. Dice che da ragazzi andavano a scuola, giocavano a calcio per strada e rappavano. Dice che il nome Loka deriva dallo spagnolo “loco”, pazzo. Questo è l’unico pezzo accreditato a MC Loka su Spotify: un featuring del 2013 con Jok’Air degli MZ.

In estate Memphis Depay ha lasciato il Lione, ora Karl Toko-Ekambi ha l’onore e l’onere di essere il miglior rapper in squadra.

La terza occupazione di Toko-Ekambi, oltre al calcio e al rap

Il cinema. Qui Toko-Ekambi nei panni de "Il protagonista" in Tenet, regia di Christopher Nolan, 2020.
Scherzo, ma John David Washington e Toko-Ekambi sono due gocce d'acqua dai.

Un giocatore di culto: Islam Slimani

Direttamente dal mercato degli svincolati, a gennaio 2021 è arrivato al Lione questo centravanti dai movimenti scoordinati e l’abitudine a non segnare mai. Islam Slimani negli ultimi tre anni aveva: realizzato appena 14 gol, fatto un pellegrinaggio di prestiti senza trovare quiete, trascorso un anno al Fenerbahce, in Turchia, la Terra Promessa dei giocatori in declino. Oggi la malinconia di Slimani sembra perfetta per il Lione, che raccoglie promesse future e promesse mancate in un unico quadretto di disillusione.

Eppure c’è stato un periodo in cui eravamo convinti che Slimani avrebbe fatto strada. Nel 2014, ai mondiali brasiliani, si era intrufolato nella nostra estate come un feticcio esotico, con indosso la maglia Puma attillata dell’Algeria; poi nella stagione 2015/16 aveva segnato 31 gol in 46 partite nello Sporting Lisbona. La terza stagione su tre in doppia cifra da quando era arrivato in Europa. Slimani era uguale a oggi: testa tutta rasata, sulla fronte una macchia di capelli leggermente più lunghi che sembra fatta apposta per colpire più forte di testa. Nel suo prime Slimani era una creatura spaventosa come Evil Bu, era alto 1 metro e 88 ma sembrava molto più grosso e pesante, a giudicare da come dominava i cross che i compagni gli buttavano senza troppi complimenti in area, li impattava di testa oppure in spaccata coi suoi gamboni di ciclope. Copriva il campo con passi legnosi e il busto ingobbito, il suo tiro era brutale. Ecco un tiro di Slimani così sgraziato che, seppure parte basso, di piatto, appena tocca terra si impenna e si insacca sotto la traversa come animato da un’energia oscura.

Nel 2016, dopo 57 gol in 111 presenze con lo Sporting, Slimani è passato al Leicester campione d’Inghilterra in carica per 31 milioni di euro. L’acquisto più costoso nella storia del club fino a quel momento. Slimani in Premier sembrava anche sensato: un giocatore fisico che odia il pallone che si unisce al campionato più fisico e che più odia il pallone. E poi era eccitante vedere Slimani fianco a fianco a Riyad Mahrez, l’altro algerino freak del Leicester. I due sembravano giocare due sport diversi. Mahrez dalla tecnica barocca e maliziosa, con una sensibilità molecolare nel mancino; Slimani che invece è la negazione della raffinatezza dell’Algeria, 50 milioni di persone sparse nel mondo, quasi tutti trequartisti. Si sperava che la contraddizione portasse arricchimento, e invece non ha funzionato granchè.

Oggi Slimani si è appesantito ulteriormente, il suo corpo ha perso slancio ed è meno potente di un tempo nei duelli aerei. In compenso però ha affinato il gioco spalle alla porta. Il Lione è una squadra che ama entrare in area coi triangoli fluidi e gli inserimenti dei suoi centrocampisti tecnici: Slimani alimenta questo gioco facendo da pivot sulla trequarti, distribuendo sponde di prima e tocchi nello stretto anche eleganti per i suoi piedoni numero ottomila. Ecco per esempio un colpo di tacco che smarca Bruno Guimaraes davanti alla porta.

A margine una menzione al nome, Islam Slimani, che è il nome più bello in una rosa di nomi belli (degni avversari sono Rayan Cherki, Xherdan Shaqiri, Maxence Caqueret) – e poi è del Nordafrica, il luogo con la più alta concentrazione di nomi belli del pianeta. Islam significa “sottomissione a Dio” e secondo Wikipedia è un nome diffuso più nell’area iranica e caucasica che in quella arabica. Ma è una di quelle informazioni di Wikipedia indicata “senza fonte”, quindi vedete voi se fidarvi. Altre persone che portano questo nome: Islam Dugučiev, russo; Islam Bairamukov, kazako; Islam Ramadan, egiziano; nella versione Islom spicca Islom Tukhtakhodjaev, uzbeko che sicuro ho scritto male. Nessuno di loro però ha il cognome abbinato come Islam Slimani, che quindi si aggiudica la Targa Nick NicholsonTM dei nomi.

Chi usa meglio la suola tra Cherki e Paquetá?

Votate Rayan Cherki se siete per il cenone del 24: belli coatti, vi sedete a tavola con già in corpo il Negroni che vi siete fatto all’aperitivo con gli amici.

Votate Lucas Paquetá se siete per il pranzo del 25: più tradizionalisti, andate a tavola con addosso un bel maglione crema a collo alto (che starebbe da dio sotto al pizzetto di Paquetá).


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Damiano Primativo (1992) è salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

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