
Cosa intendiamo quando parliamo di "bel calcio"?
Nello scorso numero di Catenaccio abbiamo adattato un bellissimo articolo pubblicato da Rory Smith nella newsletter del New York Times “The On Soccer”. Smith ci propone un’interessante riflessione sul calcio come spettacolo e sulla tensione che spesso esiste tra le squadre che giocano “bene” (nel senso che hanno un gioco efficace, che le porta a dominare l’avversario sulla singola partita e i campionati sul medio-lungo termine) e le partite “divertenti” dal punto di vista dello show, dello spettatore neutrale medio che è sicuramente più affascinato dai colpi di scena che dalle finezze tattiche.
Un paio di settimane fa, a Old Trafford, Manchester United e Arsenal – per diversi motivi, due tra le squadre più criticate in Europa – hanno dato vita a una delle partite più divertenti di questa stagione di Premier League. Il Manchester United ha vinto 3-2, ma lo spettacolo non è stato tanto nel risultato, quanto nel come è maturato: il primo gol dell'Arsenal, segnato da Smith-Rowe mentre de Gea giaceva pronosulla linea di porta per un infortunio; il botta e risposta all'inizio del secondo tempo, con i gol di CR7 e Ødegard nel giro di due minuti; il terzo atto diretto da Atkinson, che si incammina in maniera dolorosamente lenta verso il VAR per poi concedere il rigore del 3-2 finale. A livello di intrattenimento, dipuro thrilling,era difficile fare meglio. È stato un match avvincente e pulsante, intenso e pieno di colpi di scena, una sorta di ideale platonico di una partita di Premier League, pregno di tutte le caratteristiche che fanno del campionato inglese il prodotto calcistico più venduto al mondo. È stata, secondo questo standard, un’ottima partita di calcio. Ma da un altro punto di vista, non lo è stata per niente. L’allenatore dello United era ancora Carrick, ma il suo successore, Ralf Rangnick, sedeva già in una delle Director’s Boxes dell’East Stand. Lo United ha giocato come una squadra che aveva interiorizzato quell'incertezza.
Ovviamente non mancava il talento individuale, ma la mancanza di organizzazione in campo era tangibile. Era palese che lo United volesse vincere, ma era altrettanto palese che non sapesse esattamente come farlo. L'Arsenal, che al contrario sapeva perfettamente chi era e sarebbe stato il suo allenatore, non è stato migliore dei Reds. Arteta ha creato una squadra tanto giovane ed esuberante quanto ingenua. Dopo aver preso l'iniziativa, l’ha subito ceduta. Ha sperperato il possesso. Si è piegato mentre lo United attaccava. Ha esaurito le idee. Il suo giocatore più esperto, Pierre-Emerick Aubameyang, è stato sostanzialmente irrilevante. Come esercizio tecnico e tattico, quindi, la partita è stata ben lungi dal dimostrare che la Premier sia il miglior campionato al mondo.

Certo, queste due definizioni di “bontà” o “bellezza” non sono sempre in conflitto tra loro, ma le partite che riescono a coniugare entrambi questi aspetti bestie assai rare. Come spettatori e amanti del gioco, questa situazione ci presenta una scelta, un dilemma che colpisce al cuore: cosa vogliamo che sia il calcio. Annibale Frossi, ex allenatore dell'Inter, una volta dichiarò che «il risultato perfetto per una partita è lo 0-0», perché rappresenta «un equilibrio tra gli attacchi e le difese in campo». In questo forse c’è del vero in questo, ma è difficile che uno 0-0 sia anche uno spettacolo avvincente. L'intrattenimento, infatti, spesso si annida nelle imperfezioni: il calo di concentrazione che porta a un’occasione, l'errore che concede un pareggio insperato, il fallo sciocco che concede un rigore decisivo.
Insomma, qual è il “bello” che vogliamo?
Se questa sembra una domanda effimera e troppo filosofica, vi dico già che non lo è. Lo squilibrio finanziario del calcio mondiale – tra la Premier League e tutti gli altri; tra la dozzina di superclub e i loro subalterni; tra l’Europa e il resto del mondo – ha permesso a una manciata di squadre di raggiungere un livello di eccellenza che è più sostenibile che mai. Esiste un ristretto gruppo di squadre che si può concedere rose dalla profondità impressionante, acquistando un calciatore da 70 milioni dopo l'altro, divorando qualsiasi talento che emerga nella periferia calcistica, acquisendo il meglio della scienza sportiva, dell'analisi dei dati e dello sviluppo giovanile.
Quelle squadre sono in grado di giocare un calcio che rasenta la perfezione: Bayern Monaco, Manchester City. Liverpool e Chelsea. Le prime tre della Premier League hanno differenze reti di +31, +35 e +27. Le uniche altre con una differenza positiva sono West Ham (+7), Manchester United (+2) e Arsenal (+1). In Francia il PSG ha già 11 punti di distacco sulla seconda. In Germania, il Bayern è lanciato corsa verso il 10° Meisterschale. È un piacere guardarle giocare, come è un piacere guardare qualsiasi maestro al lavoro. La complessità del movimento del City, la spietatezza di Bayern e Liverpool, la precisione del Chelsea. Ma tutto ciò è slegato dal fatto che spesso diano vita a partite meno divertenti. Proprio come Manchester United e Arsenal non hanno avuto bisogno di giocare bene per creare una partita divertente, così è vero anche il contrario. Grandi squadre non significano necessariamente grande intrattenimento.
Può sembrare fuorviante discutere di calcio in questi termini, comprendendolo sotto un termine ombrello che comprende televisione, cinema, musica e tutto il resto. Ma, in definitiva, questo è ciò che il calcio è per milioni (miliardi) di persone da almeno un secolo: intrattenimento. È perché il calcio è divertente che continuiamo a guardarlo. L'eccellenza può togliere il fiato, ma spesso quello che ci fa emozionare di più sono proprio i difetti, le asimmetrie, gli errori: insomma, tutto ciò che devia dalla norma, che ci offre uno spettacolo inaspettato, che riesce a sorprendere ed emozionare nonostante stia al di fuori dei canoni prestabiliti.
Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.
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