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3 min

- di Danilo Budite

Considerazioni sparse post "Diabolik", dei Manetti Bros


I Manetti Bros riportano in vita il mito di Diabolik, ma il tentativo cinematografico non rende giustizia al mito fumettistico, consegnandoci un prodotto dannatamente incompiuto.


- Partiamo proprio dall’essenza del film, dalla sua natura. Negli ultimi anni il cinema mondiale è stato segnato dal fenomeno del Marvel Cinematic Universe, che ha portato a scommettere in maniera sostanziosa sulle storie a fumetti. Tantissimi gli adattamenti in pellicola delle storie a vignette, raramente col successo ottenuto dai supereroi della Casa delle Idee. A questo profluvio di storie fumettistiche partecipa anche l’Italia, che porta sul grande schermo una delle proprie storie più famose, quella del ladro Diabolik. Ecco, come spesso accade, forse è meglio non emulare ciò che arriva da Hollywood e concentrarsi sui proprio punti di forza. Il paragone coi cinecomics statunitensi è abbastanza impietoso, "Diabolik" è un prodotto anonimo, senza carattere, senza quella verve che caratterizza le più riuscite trasposizione cinematografiche delle storie a fumetti;

- L’altro lato della medaglia è sicuramente il primo tentativo di insistere su un genere finora poco approfondito in Italia. Sono pochi i cinecomics prodotti dal nostro cinema, anche usando il significato più ampio del termine. Lo strepitoso successo dei film di supereroi ha traviato il senso della parola, i cinecomics sono ormai universalmente riconosciuti come i film tratti dai fumetti con protagonista un supereroe. In realtà, nell’accezione tradizionale un cinecomic è un qualsiasi film tratto da un fumetto e "Diabolik" prova a percorrere questa strada, che può sicuramente servire a rivitalizzare un patrimonio molto ingente per il cinema italiano. Da Alan Ford a Dylan Dog e Tex, sono tantissimi i fumetti che hanno fatto la storia del genere. "Diabolik" può servire da apripista per esplorare un’area di produzione ricca di potenzialità e, finora, largamente inesplorata;

- Ciò che proprio non convince in "Diabolik" è il clima assolutamente fittizio che si respira. Una recitazione molto impostata, che ricrea l’atmosfera del fumetto, ma limita molti attori parsi troppo ingessati. Un tempo del racconto troppo compassato, che fatica a portare avanti la trama e che spesso finisce solo per annoiare lo spettatore, abituato alla frenesia dei film d’azione. Ciò che manca in Diabolik è la trasposizione del fumetto nelle tempistiche dei cinecomics: un omaggio alla tradizione sicuramente, ma ne paga lo spettacolo;

- L’unica attrice che sembra a suo agio nel ruolo è la principesca Miriam Leone, che veste i panni di una splendida Eva Kant. L’iconica ereditiera bionda è sicuramente il personaggio più riuscito dell’intero film, insieme a lei fa la sua figura anche Valerio Mastrandrea nel ruolo di Ginko. Bocciato Alessandro Roja, veramente fuori contesto nell’interpretare il diabolico Giorgio Caron, e anonima Serena Rossi nei panni di una Elisabeth il cui personaggio risulta utile solo per lo svolgimento della trama;

- La più grande pecca è però rappresentata proprio dal grande protagonista, il Diabolik di Luca Marinelli. Prendi uno dei più bravi attori emergenti italiani, particolarmente a suo agio in ruoli istrionici ed espressivi, e fagli interpretare un personaggio senza anima, praticamente inespressivo. Questa è la ricetta per sprecare un’incredibile occasione. Quando abbiamo letto che Luca Marinelli avrebbe interpretato Diabolik abbiamo tutti strabuzzato gli occhi. Quando poi effettivamente lo vediamo sullo schermo continuiamo a strabuzzarci gli occhi, ma per chiederci se quel blocco di pietra sotto la maschera nera sia davvero Luca Marinelli. Nel personaggio di Diabolik sembra tutto sbagliato, dalla sua costruzione alla sua interpretazione. Peccato, perché è stata una grande occasione sprecata. Come generalmente lo è stato tutto il film, che globalmente strappa un 6 solo per il tentativo innovativo.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Romano, vivo di calcio e di citazioni pop. Musica, cinema, arte e letteratura, ancora meglio se tutto insieme. Scrivo di tutto ciò che mi circonda.

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