Article image
,
5 min

- di Lorenzo Tognacci

Considerazioni sparse post "House of Gucci", l'ultimo film di Ridley Scott


Ridley Scott atterra in Italia e prende una delle vicende di cronaca più celebri del nostro paese, la mescola con le tonalità di un American Crime Story e ci butta dentro un cast enorme. Poi indossa un grembiule bianco, pancia e baffi finti come il manuale del luogo comune sul pizzaiolo suggerisce, e inizia a sfornare pizze ammuffite, condite con accenti sguaiati fuori luogo e in un contesto "tutto troppo italiano" di Rochelliana memoria. Ecco la ricetta perfetta per "House of pizza-mafia-mandolino".


- La moda è uno di quei patrimoni italiani, se non IL patrimonio italiano, per cui il nostro paese viene riconosciuto e per cui nababbi da ogni parte del mondo fanno carte false per possederne anche solo una minima parte. La bella vita, lo sfarzo, la festa ultralusso al ritmo di Moroder nel pieno degli anni '80 in stanze affrescate da più di mezzo secolo, poi, è la raffinazione estrema del nostro periodo più glorioso, periodo che il Belpaese ha voracemente prosciugato per raggiungere le vette e l'invidia di tutto il mondo. Grandi mangiate portano sempre a grandi storie, Ridley Scott ne sceglie una criminale su cui è pure stato scritto un libro e si prodiga nell'intento di portare tutto questo sul grande schermo. Il progetto è ambizioso, House of Gucci, la storia della famiglia Gucci, il brand che ha disegnato i nobili di tutto il mondo, che ha distillato la moda artigiana in arte e che è sinonimo - visto il fortissimo successo mediatico di cui gode oggigiorno - di alta moda, di stile ecc. ecc. ecc. C'è tanto, tantissimo materiale, quindi, ed è quasi doveroso chiamare un cast pantagruelico (Adam Driver, Lady Gaga, Jeremy Irons, Al Pacino, Salma Hayek, giusto per fare qualche nome) per rendere giustizia al racconto. Cosa mai potrà andare storto con premesse di questo tipo? Assolutamente niente, che in parole povere si traduce in: tutto. House of Gucci scandisce la propria esistenza con accenti sguaiati da stand-up comedy di bassa satira, il lancio libero di turning point narrativi e la consistenza cronologica di un "orologio da 3 milioni di dollari" completamente rotto;

- Come si suol dire in certe occasioni: "ma ha fatto anche cose buone". È vero, Sir Ridley le ha fatte, perché effettivamente i primi 70/80 minuti di girato sono divertenti, il ritmo è incalzante, Giovanna Germanotta e Adamo Guidatore sfornano interpretazioni impressionanti (sul serio, entrambi sintetizzano i propri personaggi con capacità incredibile) e nonostante si inizi a sentire quella puzza di bruciato provocata dagli ingranaggi della cronologia che iniziano a saltare, da spettatore con gli occhi un po' anestetizzati da tutto quel trionfo di costumi e scenografia non ci fai nemmeno troppo caso, anzi a un certo punto pensi anche sia voluto. Poi intravedi qualcosa che non torna, qualche crepa in quelle perfette ambientazioni, e abbastanza bruscamente gli occhi si risvegliano dal torpore: lo shock è devastante e di quelli da cui è difficile riprendersi, visto che ci risvegliamo in mezzo a contenuti che non hanno niente a che vedere con la realtà dei fatti, in un mondo che magicamente e non si sa per quale motivo non invecchia e, ancora peggio, con personaggi che saltano di palo in frasca in un batter d'occhio e quelli che 30 secondi prima erano timidi e gentili diventano di punto in bianco spietati e senza cuore. Fino a che arriva la fatidica domanda: che cosa sto vedendo? È la storia d'amore de "l'ultimo dei Gucci" e di un'arrivista sociale? È la storia della caduta della famiglia Gucci? È la storia del brand Gucci? Forse è la storia d'amore, ma allora perché non mi parlano della storia d'amore? Ma soprattutto IN CHE ANNO MI TROVO?????;

- Parlavamo prima dell'incredibile heritage italiano che è racchiuso in questo film, e allora perché non c'è nemmeno un attore italiano? Nemmeno un singolo attore italiano? Nemmeno il più classico dei Favino, dei Marinelli, quelli che sono talmente bravi da essere quasi un sacrilegio non usarli... no? Ma seriamente? Mi state veramente dicendo che l'Italia lungo tutto sto colosso di film è data da un accento sguaiato, che per carità a volte fatto anche bene, ma a cosa serve? Perché una famiglia italiana dovrebbe parlare un inglese mezzo masticato e ogni tanto aggiungere intercalari tipo "gelata cioccolata" e "amore mio" in un pessimo italiano? O interfacciarsi con le comparse del film con brevissime frasi in italiano per poi tornare a parlare inglese? Posto che Lady Gaga a volte sembra veramente italiana di San Pietroburgo ("zo zedachtive" guarda che la Reggiani è nata a Modena eh mica a Vladivostok, la sa usare la S), ma che senso ha creare questa forzatura forzatissima tanto per? Come se non bastasse, i vari personaggi sono caratterizzati con un concentrato di italianità standard da raffigurazione satirica di cui avremmo fatto volentieri a meno. Aldo Gucci per esempio, interpretato da Al Pacino, sembra il classico mafioso lampadato trapiantanto oltreoceano e ovviamente non ha niente a che vedere con il personaggio realmente esistito. Paolo, il figlio, interpretato da Jared Leto che probabilmente si è sentito un po' tirato in causa essendo super amico di Alessandro Michele (attuale direttore creativo Gucci) e sempre presente agli eventi mondani Gucci, interpreta un personaggio che si veste sempre in accappatoi di velluto a coste larghe, anche lui falso abbronzato, che parla come se avesse una malformazione alla mandibola e mostra platealmente tutta la sua mediocrità italiota. Perché? Su Jared Leto si può dire almeno che nonostante il personaggio sia scritto malissimo, l'interpretazione è di spessore, per quanto mi riguarda la migliore nel suo attuale CV;

- Quindi, se la famiglia magari è disegnata come un'accozzaglia di personaggi poco raccomandabili e molto distante dalla realtà, magari è perché il buon Scott vuole concentrarsi sulla Gucci casa di moda. E infatti improvvisamente compare una figura pronta a scardinare e rivoluzionare il tenore narrativo, per portare nuova linfa prima del triste epilogo. È un ragazzo giovane, coi capelli lunghi, viene dal Texas, è uno stilista, è il classico personaggio che "è la nostra ultima possibilità" e che non vedi l'ora vinca tutto per trasformare il racconto e in men che non si dica CE LA FA e poi sparisce e te non hai né sentito come si chiama né capito chi fosse perché semplicemente nessuno te l'ha detto (e se non conosci abbastanza bene la storia è difficile capirlo, in sala sono partite le meglio speculazioni su chi fosse questo fantomatico soggetto). Finito il film scopri che questo era Tom Ford. Praticamente il personaggio più importante di quel periodo per la casa Gucci è stato liquidato in 32 secondi (quasi cronometrati), un tizio che sfila in perizoma e "devo chiamare mia madre ad Austin". Questo è l'ingresso di Tom Ford in Gucci. Come si evince molto tranquillamente da questo episodio, anche le vicende interne alla casa, che siano dovute alla famiglia o che siano dovute a personaggi esterni vengono liquidate in fretta, senza contesto, senza conseguenze e senza alcun tipo di approfondimento. Proprio come la celebre storia d'amore, dal matrimonio alla rottura all'omicidio, proprio come ogni singola cosa venga mostrata all'interno di questo film;

- House of Gucci è questo: una montagna di informazioni lanciate con forza e isteria in faccia allo spettatore, urlando cose sconnesse e casuali con il classico accento un po' razzista del pizzaiolo italiano trapiantato a New York, che apparentemente nell'immaginario di Ridley Scott è la rappresentazione dell'Italia. Sinceramente è anche un po' una di quelle cose per cui sarebbe lecito sentirsi offesi, ma questo film è talmente confusionario che tanto vale fare finta di niente e voltarsi dall'altra parte. Un film che non sa quale storia raccontare, nel senso che veramente non la conosce visto che niente è fedele alla realtà, e che non sa a quale santo rivolgersi. Un film che aveva l'unico compito di scegliere una strada e percorrerla, in mezzo alle centinaia che aveva a disposizione, e che invece decide di girare su sé stesso finché non crolla sfinito. C'è solamente un punto chiaro lungo queste 2 ore e 38: l'omicidio di Maurizio, che vediamo all'inizio e alla fine, come se fosse l'unica cosa sensata di tutto sto casino. Tanto valeva allora chiamarlo "Maurizio deve morire, perché sennò è un casino".

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Rimini, 23/09/1994. Laureato in Comunicazione Pubblicitaria allo IED di Milano, freelance e multiforme. All’anagrafe porta il nome di Ayrton e la Formula 1 è appuntamento immancabile del weekend, a cui associa un passato da tennista sgangherato e anni di stadio a Cesena. Incallito e vorticoso consumatore di vinili e di cinema.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu