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, 8 Dicembre 2021

Baviera, Qatar, calcio e democrazia


Nell'assemblea annuale dei soci del Bayern Monaco sono emerse le grandi contraddizioni del calcio contemporaneo.

Il Bayern Monaco non è solo il club più vincente e famoso della Bundesliga, ma è anche uno dei massimi esempi di come funzioni, nel bene e nel male, l’azionariato popolare ai vertici del football. Le scene caotiche all'assemblea generale annuale del Bayern (AGM) della scorsa settimana, hanno mostrato al mondo le enormi contraddizioni esistenti all'interno del club, contraddizioni che riflettono una spaccatura crescente nel calcio tedesco, sempre più diviso tra la sua anima più “etico-democratica” e quella “finanziario-competitiva”. Per chi non lo sapesse, come la maggior parte delle squadre di calcio in Germania, il Bayern Monaco aderisce alla regola chiamata “50 + 1”, la quale stabilisce che, nel calcio professionistico, la maggioranza delle azioni con diritto di voto di un club rimangano proprietà del club stesso attraverso le Fan-Vereine, letteralmente “associazioni di tifosi”. Nel caso dei bavaresi, Adidas Audi e Allianz detengono l'8,33% delle azioni, mentre il 75% appartiene ai 293000 soci del Bayern München e. V., 780 dei quali erano presenti all'Assemblea generale di giovedì 27 novembre.

All’inizio dell'incontro uno dei soci del B.M.e.V., un avvocato di nome Michael Ott, ha presentato una mozione che, se approvata, avrebbe obbligato il Bayern a non rinnovare l’accordo di sponsorizzazione con Qatar Airways e impedito alla dirigenza di firmare futuri accordi commerciali con l’emirato. Tuttavia, la mozione non è stata ammessa e di conseguenza né discussa né votata. Michael Ott ha comprensibilmente preso molto sul serio la questione, al punto di portare il club in tribunale, dove però un giudice ha concluso che il tema non era abbastanza urgente – il contratto con Qatar Airways scade nel 2023 – per garantirne l'ammissione tra gli ordini del giorno. I pareri legali in materia variano, d’altra parte è così che funziona la democrazia, ma il vero problema è che in quell’assemblea di democrazia non se ne è vista molta. Oliver Kahn, che è succeduto a Karl-Heinz Rummenigge nel ruolo di Amministratore Delegato all'inizio di quest'anno, non solo non ha permesso che si discutesse l’argomento ma ha non ha utilizzato la parola "Qatar" neanche una volta una volta in tutta la serata. Herbert Hainer, 67enne ex AD di Adidas eletto presidente del club nel 2019 al posto del leggendario Uli Hoeness, è stato accusato dai tifosi e dalla stampa di non aver ancora capito la differenza tra la gestione di una multinazionale dell’abbigliamento e l’essere a capo di un’assemblea di soci che agisce su principi democratici: secondo i soci, Hainer si è dimostrato prepotente e arrogante, rivolgendosi ai partecipanti come se fossero clienti o piccoli azionisti di maggioranza anziché stakeholders di maggioranza a cui lui deve la sua posizione di dirigente.

Foto di rito alla firma dell'accordo di sponsorizzazione

Quello di due giovedì fa è stato uno scontro tra due mondi, tra due modi distinti e distanti di guardare al calcio, alla gestione di un club e al ruolo che società milionarie con enorme influenza sociale ed economica debbano avere nelle relazioni politiche e geopolitiche. Sul podio, anziani uomini d'affari che vedono il Bayern semplicemente come un'azienda che lotta per competere nell’industria globale del calcio. Giù, tra le poltroncine dell’Audi Dome, i soci-membri della società, mediamente molto più giovani dei dirigenti ma legati a una concezione forse più vecchia dello sport, che vedono il Bayern Monaco come una squadra di calcio nel vero senso della parola, il club che tifano fin da bambini e supportano economicamente per competere con altri club in un gioco chiamato calcio, un undici contro undici su un prato lungo un centinaio di metri cui scopo e far entrare il pallone in porta senza mai toccarlo con le mani.

Il problema è che entrambe le visioni sono “vere”, in un certo senso persino “giuste” e soprattutto entrambe hanno solidi argomenti che vanno ben oltre la battaglia idealismo vs cinismo. Se da un lato è chiara la bontà della posizione intransigente di Michael Ott, che ha dichiarato di non riuscire più ad essere «orgoglioso dei successi conoscendo gli oneri e i compromessi con cui sono stati raggiunti» e di «vergognarsi» delle titoli ottenuti «con denaro sporco di sangue», dall’altro è comprensibile quella dei dirigenti biancorossi già espresse da Rummenigge ai tempi della firma del contratto con Qatar Airways: secondo lui e secondo molte ONG e think tank specializzati in governance e diritti umani, siglare accordi e organizzare eventi in questi paesi senza però smettere di fare pressioni, mettono paesi come il Qatar sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale sostanzialmente costringendoli a migliorare per non vedere crollare la propria reputazione.

Onestamente, io (e penso anche la maggior parte di voi lettori) propendo per la prima posizione, riassumibile in “prima migliorate la situazione in casa vostra, poi a quel punto iniziamo a stringere accordi commerciali” ma credo sia innegabile che tra i due estremi vi sia ampio spazio di discussione e di mediazioni. Effettivamente, questo è il concetto chiave del “50+1”: gestire il club come un'entità commerciale aperta agli investimenti sul libero mercato, che però mantenga un legame vincolante con i propri tifosi non solo come spettatori passivi ma come soci attivi capaci di opporsi a scelte che ritengono dannose. Un sistema che funziona straordinariamente bene e non soltanto per questioni etiche come questa, ma anche e soprattutto per le questioni economico-finanziarie – come mostrano i conti costantemente in attivo delle squadre di Bundesliga – e che sarebbe molto interessante vedere applicato in Serie A o in Premier League e che potrebbe aiutarci, se non a trovare una risposta definitiva, a trovare un compromesso davanti a una domanda che in tempi di mondiali controversi, fondi sovrani e superleghe si sta facendo sempre più pressante: a chi appartiene il calcio?


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  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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