
"È stata la mano di Dio" ci ha disunito
L'ultimo film di Paolo Sorrentino è un racconto semi-autobiografico di straordinaria dolcezza
Vi sfido, se siete dei fans o anche solo degli approfonditi conoscitori del cinema di Sorrentino, a non affermare, una volta che lo abbiate visto, che È stata la mano di Dio non sia un film completamente diverso dai suoi precedenti, sia per stile sia per intenzioni sia per necessità. Ci sono sostanzialmente due approcci possibili a questi 130’ di racconto: o si conoscono le vicende personali del premio Oscar, e magari le si è considerate ogni qual volta si è visto un suo lavoro, o non le si conosce. Io credo che le due differenti situazioni di partenza possano determinare, e di molto, il grado di apprezzamento o no del prodotto finale. Ora c’è da dire che io le vicende le conosco e che non posso svelarvele perché se lo facessi sarei un cosiddetto spoileratore, ma ho trovato tutta l’operazione ammantata di una grazia e di una delicatezza che non appartengono per forza alla sfera della perizia o della competenza che dir si voglia, ma solo esclusivamente della poesia. È così, per quanto mi riguarda, e basta;
Napoli è la protagonista indiscussa del film. La città nella quale il regista è nato e cresciuto - prima che si trasferisse a Roma a inseguire il suo vello d’oro (ampiamente conquistato, come è chiaro) - è celebrata senza retorica. Napoli è mare, sempre mare, fortissimamente mare, ed è insiemi familiari sgarrupati. E' vicine del piano di sopra la cui puzza sotto il naso stordisce pur stando dall’altra parte dello schermo ed amici improvvisati dei quali non si intuisce nulla se non la loro sfuggevolezza. Napoli è credenze popolari e femmine che ti fanno girare la capa. È una fideiussione di 13 miliardi, annunciata come scoop salvifico in piena notte, che conferma che Diego Armando arriverà davvero ed è i terrazzi che celebrano l’Argentina dell’86 durante i mondiali messicani;
Filippo Scotti, alias Fabio Schisa, alias Paolo Sorrentino, è un ragazzo classe ’99, al suo primo ruolo da protagonista in un film così grande. Sul suo gracile corpo di uomo imberbe, di adolescente ancora stretto a quella fase così tormentata della nostra esistenza, grava tutto il peso di una narrazione autobiografica così imponente. Scotti, al quale a Venezia è stato riconosciuto il Premio Mastroianni come miglior giovane, è il giovane Paolo che mette in scena la prima parte della sua esistenza: le sue non amicizie, le sue non fidanzate, la sua non sorella che è sorella ma in realtà non vuole esserci ed il suo amore per un tizio che la vulgata popolare (e non solo) riconosce ancora oggi come uno dei migliori giocatori della storia. Se non il miglior giocatore della storia. Scotti è Sorrentino e non si fatica a provare una sana tenerezza per questo ragazzo che fa ed è quello che deve essere: un giovanotto intelligente senza saperlo, addolorato, voglioso e confuso. Scotti è bravo, anche se non mi azzarderei a fare una previsione, e per delicatezza e per umiltà, sulla sua carriera. Insomma, se son rose fioriranno;
Meravigliosi tra tutti, nel nutritissimo gruppo di attori che hanno preso parte alla pellicola, sono Teresa Saponangelo, madre cinematografica di Sorrentino nell'occasione, e Ciro Capano che in in paio di minuti appena tratteggia con forza e indimenticabile bravura il personaggio di Antonio Capuano, mentore del Premio Oscar. Fuori classifica una Luisa Ranieri, brava come forse non mai. Spogliata da orpelli, e a volte pure dai vestiti a mostrare tutta la sua incontenibile sensualità, l'attrice offre quella che è probabilmente la migliore interpretazione della sua finora più che buona carriera;
Il film è uscito nelle sale il 24 Novembre 2022. Il 25 è ricorso il primo anniversario della morte di quell’uomo la cui mano dà il titolo allo stesso. E Sorrentino dichiara che al Pibe lui non deve soltanto questo. Gli deve qualcosa che vi invito a scoprire andando al cinema. "E' stata la mano di Dio" è un film da vedere.
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