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7 min

- di Francesco Paissan

Diario di viaggio per Jeddah


Il penultimo atto della sfida mondiale tra Hamilton e Verstappen è alle porte. Ecco un breve recap per farvi trovare pronti domenica.


Quasi certamente il filotto Qatar – Arabia Saudita – Abu Dhabi non è il vostro abituale trittico di fine stagione in Formula 1. La tappa negli Emirati Arabi è una abitudine ormai consolidata dal 2009, anno in cui Jenson Button conquistava il suo primo e unico titolo piloti a bordo della Brawn GP in una annata, dunque, già di per sé più unica che rara. Le stagioni più recenti ci avevano abituato invece a un viaggio nelle Americhe nel tratto finale di stagione, perlomeno fino alla famigerata stagione 2020, la prima post-pandemica. Fu chiaramente una necessità dettata da motivazioni più organizzative che economiche quella di revisionare l’ultima parte di stagione per consegnare a Turchia e Bahrain (due volte) i gran premi dal quartultimo al penultimo.

L’illusione di una rivoluzione nella selezione dei tracciati nell’ottica di consegnare ai tifosi una stagione ricca di circuiti storici o comunque “divertenti” (sempre che questo termine significhi qualcosa nell’attuale F1), magari sulla falsa riga di un 2020 passato tra Mugello e Nurburgring, tra Imola e Istanbul, è durata meno di un ciclo solare.

Losail, Jeddah e Yas Marina, due inediti e un ormai classico per mettere la parola fine su una stagione che, si prevedeva, si poteva decidere per davvero all’ultima tornata su curva 21 ad Abu Dhabi. Poco meno di un anno dopo quello scenario auspicato è assolutamente reale. I Tori Rossi contro le Frecce d’Argento, manco fosse una qualche finale di football nelle High School americane.

Invece, in palio ci sono i due trofei più importanti della categoria e solo due gare separano la suggestione dalla verità. Sarà primo titolo per Max Verstappen? Sarà definitiva consacrazione (ma ce n’era bisogno?) per Lewis Hamilton come miglior pilota di tutti i tempi? Sarà l’impressione finale del marchio Mercedes sull’era ibrida? O piuttosto sarà Red Bull a infrangere sette anni di dominio argenteo per ritornare ai fasti dell’era-Vettel?

Verstappen contro Hamilton o Red Bull contro Mercedes?

Alla Copse, la curva che segue il rettilineo della vecchia partenza a Silverstone, non c’è spazio per entrambi. Hamilton sta coprendo l’interno e Verstappen, in uno slancio ottimistico, rimane all’esterno, pronto a infliggere al rivale inglese un altro sorpasso da cineteca. Se abbiamo imparato una cosa negli ultimi anni è che provare a superare il vincitore di sei degli ultimi sette mondiali piloti significa firmare la propria condanna (chiedetelo anche ad Albon). Verstappen stringe ma Hamilton non vuole o non riesce a lasciargli lo spazio necessario e il contatto risulta inevitabile. L’olandese va a muro subendo una forza di decelerazione di oltre 51G mentre l’inglese, sanzionato con una penalità di dieci secondi, riprende il filo del suo discorso e strappa la corona d’alloro dalle mani di Charles Leclerc.

In quel momento, a Silverstone, Lewis Hamilton riporta il mondiale su un piano narrativo a lui più congeniale. Tra i masterpiece tattici messi in mostra sia da Mercedes che da Red Bull fino a quel momento, solo a Imola c’era stato spazio per un vis-a-vis fisico tra i due principali contendenti, tra l’altro vinto da Verstappen. Il pilota britannico aveva bisogno di ripristinare quella superiorità fisica che in altre occasioni gli aveva permesso di indirizzare la lotta per il mondiale a suo favore, riuscendoci tra le mura di casa.

Tra Gran Bretagna e Ungheria, dove Bottas con una staccata estemporanea riesce nella non semplice impresa di fare fuori due Red Bull in un colpo solo, il mondiale esplode e il confronto di inizio anno tra le due scuderie più attrezzate diventa lotta senza quartiere.

Se Hamilton è un pilota che, come dicevamo, ha certamente nel suo repertorio il duello “fisico” e la capacità di uscirne spesso indenne, di Verstappen si potrebbe dire quasi lo stesso, quasi. A Monza, infatti, la manovra aggressiva dell’olandese diventa presto scellerata e solo l’Halo riesce a rendere quasi parodica una scena terribilmente vicina alla tragedia. Il messaggio, da un lato e dall’altro, rimane comunque chiaro: nessuno dei due piloti, al momento decisivo, alzerà il piede dall’acceleratore.

Se non ve lo ricordate ci pensiamo noi a farvelo tornare in mente

C’è comunque molto di più che un duello tra piloti. Tolte le deludenti seconde linee, con Perez un po’ più in luce rispetto a Bottas, pure tra le scuderie è sfida aperta. La rivalità Mercedes-Red Bull, solamente accennata negli anni passati per via della netta superiorità dei primi, è accesa come non mai, traducendosi in scherni, reclami, polemiche e trame sotterranee che stanno contribuendo a rendere questo finale di stagione ansiogeno come non mai.

In aggiunta, se Abu Dhabi in termini di emozioni sembra sempre piuttosto avaro, l’incognita Jeddah potrebbe garantire quel pizzico di imprevedibilità in più per arricchire un menu già molto appetibile.

Che circuito troveremo?

Dunque, eccoci a Jeddah, Arabia Saudita. Ecco alcuni numeri.
Otto, come i mesi previsti per il completamento del circuito, il minor periodo di tempo mai impiegato per la costruzione di un impianto del genere. Disegnato da Carsten Tilke, figlio d’arte, il circuito e l’impianto circostante sono situati laddove, otto mesi fa, c’era solo sabbia. Sulla sponda del Mar Rosso scelta per ospitare questo enorme complesso, tuttavia, i lavori sono ben lungi dall’essere terminati. Il tracciato vero e proprio è già stato completato ma gli edifici e le strutture circostanti mostrano i segni dei ritardi di costruzione. Lo stesso Domenicali, CEO della F1, sembra ammettere che alcune parti dell’impianto non saranno pronte quando la sabbia (ovviamente raccolta dalla spiaggia di Jeddah) della clessidra terminerà e avrà inizio il weekend di gara.

252, i chilometri orari di velocità media previsti sul circuito. Si tratta del dato più alto mai (ancora) registrato per un percorso cittadino e, di per sé, estremamente emozionante come suggestione. Tra le 27 curve (16 a destra e 11 a sinistra) e i tre punti DRS di Jeddah le parole d’ordine sembrano essere velocità e punti di sorpasso ma, chiaramente, fino alla domenica di gara possiamo essere certi solo della prima.

Giù la visiera per un giro veloce a Jeddah

Quattro, gli anni trascorsi da quando, in Arabia Saudita, il diritto a guidare è stato esteso anche alle donne. C’è davvero poco da commentare a riguardo, specialmente considerando che le attiviste maggiormente impegnate a rendere possibile tale estensione dei diritti hanno trovato come ricompensa il solo carcere. Dal 2018 ad oggi la situazione in Arabia Saudita, in tema di diritti umani, non sembra essere migliorata. Lo è, migliorata, eccome la gestione della comunicazione a riguardo da parte delle istituzioni dell’Arabia Saudita, impegnate in quello che può essere definito come ‘sportwashing’ e che possiamo tradurre come sfruttamento di grandi eventi sportivi come maschera sulle questioni sociali più stringenti, una pratica di certo non nuova ma evidentemente mai passata di moda.

Goodbye Giovi

Tornando alla F1 vera (sic!) ci sono alcuni saluti che vanno fatti in anticipo considerando che ad Abu Dhabi con moltissima probabilità l’attenzione verrà catalizzata dall’ultimo atto del duello Mercedes/Hamilton vs Red Bull/Verstappen.

Il primo riguarda il nostro pilota di casa, Antonio Giovinazzi, che dovrà salutare la casa della Formula 1 per passare alla sorella minore elettrica, la Formula E. Sperando si tratti solo di un ‘arrivederci’, siamo alla fine di un amore mai veramente sbocciato tra il pilota di Martina Franca e l’Alfa Romeo-Sauber, con particolare riferimento al suo team principal. Giovinazzi non è mai stato un pilota dal talento talmente eccezionale da farlo risaltare in un gruppo di venti tra i migliori piloti del mondo ma, allo stesso tempo, mai si è messo nella condizione di essere il peggiore del lotto. L’italiano è cresciuto negli anni in maniera costante dopo aver rischiato un prematuro licenziamento al primo anno. Con Raikkonen ha dato vita a dei confronti sempre più equilibrati che, addirittura, sembravano sorridere ad Antonio in termini di risultati nell’ultimo periodo.

Frederic Vasseur ha espresso in maniera fin troppo franca (per noi italiani sicuramente) che la scelta di sostituire Giovinazzi con Zhou sembra essere la migliore per la squadra. Di risultati se n’è parlato e se ne parlerà poco ma da un punto di vista economico è innegabile che il salto di qualità, con Zhou, avverrà sicuramente. Di sicuro in Alfa-Sauber con Zhou vorranno evitare svarioni tattici come quelli troppo frequentemente capitati con Antonio che, dopo aver incassato nella speranza di poter mantenere il posto, ha provato a togliersi qualche sassolino dalla scarpa, senza mai superare i limiti della decenza nonostante tutto. Tra l’altro, a Valencia sono già andate in scena le prove invernali della FE e per l’italiano c’è già da pensare alla nuova occasione di carriera con la Dragon/Penske Autosport. Chissà che per una persona che ha già saputo attendere la grande occasione dopo l’uscita dalla F2 non sia questo il momento di mettere la propria pazienza nuovamente alla prova nel campionato principe dell’elettrico.

See you later Frank

E’, purtroppo, un addio quello con cui dobbiamo confrontarci pensando a Sir Frank Williams, un uomo la cui vita si è intrecciata indissolubilmente con la Formula 1, sia nelle sue grandi gioie che nei tremendi dolori. L’uomo capace di portare una scuderia nata dal nulla se non dai suoi sforzi a 9 campionati costruttori e 114 vittorie in GP. Superando i problemi economici che già una volta nel 1976 lo aveva costretto a vendere la propria creatura e a dover ricominciare daccapo, e quelli fisici, su tutti l’incidente stradale dell’86 che gli costò la rottura della spina dorsale e un futuro in sedia a rotelle, riuscì a vedere piloti del calibro di Mansell, Piquet, Prost, Villeneuve, Hill, Jones e Rosberg sollevare il trofeo del mondiale piloti con indosso la tuta della sua Williams; e chissà che piacere deve essere stato guardar vincere persino un pilota come Maldonado in Spagna nel 2012.

Al suo appello, purtroppo, è sempre mancato lui, il ragazzo da San Paolo. Soltanto tre gare nel 1994 e poi la fine di una vita, quella di Ayrton ma in parte anche quella di Frank, colpito più degli altri da quel drammatico incidente perché la macchina su cui correva Senna era la sua.

Il 2020 è l’anno del passaggio di Williams Racing a Dorilton Capital e la fine di un’epopea familiare che aveva visto anche l’intervento della figlia di Sir Frank, Claire Williams, alla gestione di una scuderia sempre più deludente alla voce “risultati sportivi”. Da lì in poi ancora qualche mese di Formula 1 da spettatore stanco ma privilegiato, fino al 28 novembre, il giorno in cui il mondo dei motori deve salutare per l’ultima volta uno dei rappresentanti più tenaci e vincenti della sua storia.

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Nato nel 1997 a Udine e cresciuto, come tanti, inseguendo un pallone con alterni successi. Studente (ancora per poco), difensore in una squadra di bassa categoria in Friuli, difficilmente esiste uno sport che non apprezzi. Segue con grande passione il mondo dei motori e la F1, il carrozzone più famoso al mondo. Oltre allo sport tanto cinema (Lynch grazie per tutto) e qualche buon libro, il tutto innaffiato da un buon vino friulano.

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