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4 min

- di Luigi Della Penna

La boxe, il nazismo, il destino di un uomo: Johann Trollmann


La storia di un grande pugile, ma soprattutto un grande uomo capace di guardare, fino all'ultimo, a testa alta i nazisti.


Johann Trollmann, nome che rieccheggia, da molto lontano, nelle pieghe del racconto storico e sportivo.

Trollmann nasce nella Germania di inizio Novecento. Di etnia sinti, non tarda a farsi notare una volta intrapresa la carriera pugilistica: viene soprannominato "Rukeli", l'Albero in lingua sinti, per la sua imponente fisicità, esplosività e armoniosità nel dettare il colpo, abbinata ad una folta chioma di color scuro ed indomabile.

Sul ring, i suoi movimenti sembrano calcare passi di danza di un'antica canzone, ormai persa nella memoria degli uomini. Pare quasi volare come una farfalla e pungere come un'ape. Sulla sua strada gli avversari cadono uno ad uno, senza remissioni di peccato. Johann Trollmann è una grande realtà degli anni Venti e diventa anche campione della Germania del nord. Nel 1928, la via per i giochi olimpici di Amsterdam sembra priva di ostacoli, ma lo sport, soprattutto nel "secolo breve ", deve spesso fare i conti con la cattiveria dell'uomo: impensabile che un sinti, uno zingaro, potesse rappresentare la "grande" Germania alle olimpiadi, è questa la direttiva dall'alto.

Trollmann deve rimanere a casa.

Molti gli imputavano di non combattere alla "tedesca", ma di danzare in maniera scriteriata sul ring. I giornali lo denigravano per le sue origini, ma lui niente, continuava a tirar pugni e a vincere match.

Nel 1929, diventa un professionista, un pugile di spicco nei mediomassimi e nei massimi, ma con l'avvento del partito Nazionalsocialista, le cose cambiano e la Germania deve subire la tortura dell'arianizzazione di ogni settore della vita, compresa la boxe, disciplina che cambia nome, mutando in " Deutscher Faustkampf", ovvero sia "pugilato tedesco".

In molti vanno via dalla propria nazione, ormai divenuta focolare dell'odio umano e covo di aspidi dalle giacche marroni, anche diversi sportivi preferiscono andare via, chi in Francia, altri in Inghilterra e altri ancora negli Stati Uniti. Tra questi, Erich Seelig, campione di boxe ed ebreo. Grazie alla sua fuga, la cintura dei mediomassimi risulta vacante: Trollmann sfida Adolf Witt, il 9 giugno del 1933. E qui entrano di nuovo in gioco le angherie naziste, perché Johann vince il match indiscutibilmente, ma un sinti non può permettersi di primeggiare su un ariano. Johann non vince il match, viene deciso di non decidere. Parità. Ingiustizia palese.

Quella cintura gli verrà assegnata solo ad inizio anni Duemila. Di certo, non si può accusare la federazione tedesca di procrastinazione.

Il titolo, comunque inizialmente assegnatoli, gli viene revocato per la sua danza, condotta ritenuta antisportiva.

Sempre nello stesso anno, combatte ancora, ma è un match già deciso in partenza: Johann, impossibilitato nel muoversi come sempre, perde, ma lo fa con onore perché si presenta con i capelli biondi e il corpo imbiancato dalla farina, irridendo così il dogmatismo dell'ariano come unico essere degno, per i nazisti.

La fine di Johann "Rukeli" Trollmann

Ridotto a fenomeno da baraccone, costretto ad esibirsi lontano dalla luce dei riflettori, tra luna park e bische, nel 1934 la morsa del nazismo lo afferra, senza lasciarlo mai più: gli viene revocata la licenza per combattere, viene costretto a spalare carbone. In un secondo momento, gli viene imposta la castrazione, come a tutti i sinti e non solo.

Fugge, torna ad Hannover, la città in cui vive da molto tempo. Divorzia dalla moglie per salvarla dalle atrocità naziste, accetta di farsi sterilizzare: come annullare nella sua intimità un essere umano.

Cerca di scappare, di non farsi accalappiare, ma deve comunque rispondere alla chiamata alle armi: una ferita alla spalla gli risulta fatale perché, dopo le dovute cure mediche, viene arrestato e deportato a Neuengamme, prigioniero numero 9841.

C'è stato un olocausto anche per gli zingari, non dimentichiamolo, e Johann vi è dentro, senza trovarne l'uscita, escludendo la morte.

Nel campo di concentramento viene obbligato a combattere, dimagrisce brutalmente, l'albero sta perdendo le sue foglie, ma non vuole cadere.

Nel 1944, un kapò, tale Emil Cornelius, ex pugile, lo riconosce, gli intima di sfidarlo, anche perché già sa cosa lo aspetta in caso di rifiuto. Emil crede, in virtù della sua condizione fisica, di poter avere la meglio, ma non è così: l'ape volteggia per l'ultima volta, i colpi entrano a segno, come se con quei pugni volesse riscattare la sua anima, falcidiata dal dolore, distruggendo il nemico. Cornelius va giù alla seconda ripresa.

Johann ha messo k.o. la Storia, creando un cortocircuito ineguagliabile. Ma all'infame sfidante, la sconfitta non è andata giù. Non passa molto tempo, quando coglie alle spalle Johann, uccidendolo.

Rukeli è caduto, ma la sua grandezza, risiede nella sua fine e nei momenti che l'hanno decretata.

Dario Fo, autore del libro "Razza di zingaro", dedicato proprio a Trollmann, disse che, conoscere storie simili possa servire, a chi ama lo sport, a comprendere l'importanza culturale di tale attività agonistica, definendo le vicende del pugile un insegnamento culturale di opposizione al padrone.

Sante parole.

trollmann

P.S.: questo che avete appena letto è il mio ultimo articolo per Sportellate. Ringrazio tutti voi, chi mi ha seguito e supportato, chi mi ha dato la possibilità di scrivere su queste colonne. To be continued...


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.

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