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6 min

- di Gabriele Moretti

Su Peng Shuai la WTA non scende a compromessi


Il caso Peng Shuai, la tennista cinese "scomparsa" dopo avere denunciato violenze sessuali da parte dell'ex vicepresidente Zhang Gaoli, sembra poter segnare un momento di svolta nelle relazioni tra lo sport professionistico e il regime cinese.


Poche settimane fa la tennista Peng Shuai ha pubblicato un post [qui la traduzione integrale in inglese] su Weibo - il principale social network da cui si può accedere in Cina - accusando Zhang Gaoli (membro di spicco del Partito Comunista Cinese ed ex vice presidente con cui Peng aveva avuto una lunga relazione clandestina) di avere abusato sessualmente di lei. Pur ammettendo di non poter fornire prove a sostegno delle sue accuse, anche e soprattutto a causa della segretezza della loro relazione, la donna ha deciso di farsi avanti sull'onda del movimento #metoo che, tra enormi difficoltà, da anni prova a dar voce alle donne cinesi combattendo contemporaneamente due fronti: da un lato, una cultura che utilizzando eufemismo definirei "brutalmente maschilista" e, dall'altro, la durissima repressione governativa. Sebbene la sua lettera aperta sia stata immediatamente cancellata dal social network e l'accesso a qualsiasi contenuto legato al termine "tennis" bloccato dal Great Firewall, il messaggio è comunque riuscito a fare breccia, a rimbalzare come screenshot su e giù per l'Impero di mezzo e infine a riverberare in tutto il mondo. 

La sparizione di Peng Shui, a cui sono seguite una serie di fotografie, video videochiamate molto poco credibili e diffuse da media di stato, in cui la tennista dice di stare bene e di volersi godere un periodo di riposo nella sua casa di Pechino, hanno destato grande preoccupazione tra i suoi amici del circuito tennistico e non solo, provocando minacce di ritorsioni che non hanno precedenti nella storia dei rapporti sportivo-diplomatici tra la Cina e il resto del globo.

Una delle fotografie rilasciate dai media statali cinesi. Notate il riferimento a Winnie the Pooh, figura usata dai dissidenti cinesi per prendersi gioco di Xi Jinping

Chiaramente (e purtroppo) non c'è nulla di nuovo nel fatto che qualcuno scompaia dopo aver fatto arrabbiare le autorità di Pechino, né tantomeno sorprendono i filmati "proof of life" (ricordate le migliaia di video di Uiguri che si lamentano delle parole di Mike Pompeo usciti durante l'amministrazione Trump?), le lettere scritte sotto costrizione o Le testimonianze video "forzate", come la videochiamata che Peng Shui ha avuto con il presidente del CIO. 

Il tono e il contenuto dell'e-mail (teoricamente) inviata da Peng alla Women's Tennis Association e la videochiamata con il Comitato Olimpico Internazionale sono teatrini ridicoli, ahinoi assolutamente familiari per chi segue le vicende cinesi e ripetono un ritornello tanto meno credibile quante più volte lo si è sentito pronunciare da dissidenti o persone scomode: "non le è stato fatto nulla di male, il post non l'ha scritto lei e vorrebbe soltanto che la gente smettesse di parlarne" e via così. La novità, quindi, non sta nella vicenda di Peng Shui, ma nella risposta della Women Tennis Association, che ha ribattuto colpo su colpo in maniera eccezionalmente schietta e impegnata nonostante abbia tutto da perdere (la WTA organizza ben dieci tornei in Cina, tra cui le WTA Finals, e Pechino fornisce centinaia di milioni di dollari in montepremi) e che moltissimi atleti di alto profilo, tra i quali Novak Djokovic, Naomi Osaka e Serena Williams hanno parlato della faccenda con toni durissimi, mettendo a rischio i loro enormi interessi economici.

La Cina è un mercato enorme e in crescita per il tennis e per molti altri sport; finora, gli atleti e le loro organizzazioni, così come le aziende più in generale, si sono rapidamente allineati quando i loro redditi sono stati messi in pericolo dai fastidi espressi da Pechino. Vi ricordate dell'affaire Morey, ex GM degli Houston Rockets? Se qualcosa sta cambiando o cambierà in futuro, dovremmo tutti ringraziare la presa di posizione della WTA e di Steve Simons, i primi rappresentanti dell'industria sportiva a non piegarsi davanti alle minacce di Xi "Winnie the Pooh" Jinping e dei suoi burocrati-scagnozzi. Infatti, alle poco convincenti prove sulle condizioni di Peng fornite dagli organi di propaganda del PCC, Simon ha risposto con una fermezza mai vista in questi contesti:

«Sono contento di vedere i video rilasciati dai media statali cinesi che sembrano mostrare Peng Shuai in un ristorante di Pechino [in realtà si tratta del lounge di un edificio governativo, N.d.R.] Se da un lato è positivo vederla, dall'altro non è chiaro se sia libera e in grado di prendere decisioni e intraprendere azioni da sola, senza coercizione o interferenze esterne. Questo video da solo è insufficiente. Come ho affermato fin dall'inizio, rimango preoccupato per la salute e la sicurezza di Peng Shuai e per il fatto che l'accusa di violenza sessuale viene censurata e spazzata sotto il tappeto. Sono stato chiaro su ciò che deve accadere e il nostro rapporto con la Cina è a un bivio».

Le WTA Finals dovrebbero giocarsi a Shenzhen fino al 2030

Fatto ancora più rilevante, il caso Peng Shuai non sta coinvolgendo soltanto il circuito del tennis femminile, ma sta fungendo da catalizzatore nelle discussioni su un possibile boicottaggio delle Olimpiadi invernali che si terranno a Pechino il prossimo anno. Peng ha partecipato per tre volte ai giochi olimpici e il CIO, che da anni è impegnato nella "diplomazia silenziosa" di Xi – maniera elegante per chiamare la pratica del "stare zitti e prendere i soldi" – ha dimostrato ancora una volta i suoi torbidi legami con la dittatura cinese quando il presidente, Thomas Bach, che ha incontrato più volte Zhang Gaoli per l'organizzazione delle Olimpiadi 2022, si è prestato come scimmia ammaestrata per la scenetta della videoconferenza organizzata dal governo di Pechino. 

Già da diversi mesi l'amministrazione Biden sta discutendo di un possibile boicottaggio diplomatico dei Giochi in risposta alla persecuzione (eufemismo per "genocidio") degli uiguri nello Xinjiang: se il caso Peng Shuai non dovesse risolversi in tempi brevi, è probabile che il boicottaggio diplomatico possa trasformarsi in un boicottaggio sportivo, come hanno proposto diversi importanti politici repubblicani quali Mike Pompeo e Ted Cruz. 

Sembra che anche Liz Truss, ministro degli Esteri del Regno Unito, stia facendo pressione affinché il suo governo prenda una posizione allineata a quella statunitense. Rimane più dubbia la posizione dei paesi europei, ben rappresentata dalla Germania, che sotto Angela Merkel è stata il principale investitore europeo in Cina e il principale sostenitore dei giochi di Pechino. Merkel ha dichiarato che la questione delle Olimpiadi sarà un nodo che dovrà sciogliere il prossimo governo, ma ha anche aggiunto che «il nostro approccio verso Pechino è stato ingenuo" e che "oggi faremmo bene a dare un'occhiata più da vicino». Questa settimana si sono concluse le trattative per l'accordo del governo "semaforo" formato da Verdi, socialdemocratici e liberali, e la leader dei Verdi Annalena Baerbock, già molto dura nei confronti della Cina, sarà il nuovo ministro degli Esteri:  le Olimpiadi saranno un primo test importante per comprendere la direzione della politica estera tedesca nel prossimo quadriennio.

Thomas Bach, presidente del CIO, fotografato insieme a Zhang Gaoli, l'ex vicepresidente cinese accusato di stupro da Peng Shuai

Ciò che potrà davvero spingere l'azione dei governi in queste prossime settimane saranno le prese di posizione dei grandi atleti, con il loro enorme seguito sui social media e la relativa immunità dalle minacce cinesi. Finché si tratta di posizioni meramente politiche e quindi percepite come "astratte", è difficile che le stelle dello sport prendano il rischio di esporsi. 

Però, quando, come in questo caso, si tratta di esprimere solidarietà verso un altro atleta, in alcuni casi verso una loro collega o persino una loro cara amica, le cose cambiano radicalmente e molti sembrano non aver paura di sacrificare una fetta del loro pubblico o centinaia di milioni di dollari, come per altro hanno già fatto Djokovic, Naomi Osaka, Martina Navratilova e molti altri. Questo metterà certamente sotto pressione gli sponsor, anche se pochi sarebbero pronti a ritirarsi in una fase così avanzata della preparazione preolimpica. Comunque vadano le cose, la vicenda di Peng Shuai ha tutte le potenzialità per essere uno spartiacque sia all'interno della Cina sia nei rapporti tra la Cina e il resto del mondo (o almeno, del mondo dello sport). Se la piovra della propaganda interna può aver convinto molti cinesi della falsità delle accuse rivolte a Zhang Gaoli - certamente la repressione ha convinto la grandissima maggioranza che è meglio far finta di niente e girarsi dall'altra parte - la goffa performance offerta nell'ultima settimana ha anche mostrato quanto sia improbabile che Pechino riesca invece a convincere qualcuno al di fuori del Great Firewall.

La domanda è se, quando si verrà a sapere quale sia stato il trattamento riservato a Peng, il governo cinese verrà ritenuto davvero responsabile dell'accaduto e se questo porterà a qualche conseguenza, o se gli sportivi, i media, le aziende e i governi occidentali alla fine continueranno a fare buon viso a cattivo gioco per il bene dei loro profitti. Come ha osservato la WTA, alcuni principi dovrebbero essere più importanti degli affari.


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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