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5 min

- di Gabriele Moretti

Jorginho aveva paura di tirare un calcio di rigore


Diversi studi statistici e psicologici mostrano chiaramente come le possibilità di segnare quel famigerato rigore nel match di ritorno contro la Svizzera fossero molto basse.


Come saprete, lunedì scorso l'Italia non è riuscita a centrare la qualificazione diretta per il prossimo Campionato mondiale di calcio fermandosi sullo zero a zero contro la modesta - ma, va detto, molto tenace - Irlanda del Nord.

Tuttavia, anche se la causa più prossima del nostro inciampo sulla via verso il Qatar è stato chiaramente lo scialbo pareggio in quel di Belfast sommato alla brillante vittoria della Svizzera contro la Bulgaria, moltissimi commentatori hanno individuato il vero e proprio spartiacque nel rigore sbagliato da Jorginho al novantesimo minuto di Italia - Svizzera. L'errore dal dischetto, per quanto ancora più grave alla luce delle conseguenze a medio termine, sarebbe stato perdonato e dimenticato molto più facilmente se non si fosse trattato del terzo rigore consecutivo sbagliato Jorginho in maglia azzurra e soprattutto se non fosse stato il secondo rigore potenzialmente decisivo consecutivo (sia per la singola partita, sia per l'andamento del girone) sbagliato da Jorginho contro la stessa squadra e all'interno dello stesso contesto.

Il centrocampista è stato per anni il rigorista designato della nazionale - e anche dei club in cui gioca e ha giocato - e per un motivo ben preciso: per sette lunghi anni è stato praticamente infallibile, avendo sbagliato un solo tiro dal dischetto tra 25 settembre 2013 e il 20 settembre 2020. Da quel momento in poi ne ha sbagliati addirittura sei, tre con la maglia dei Blues e tre con quella azzurra. È chiaro che sia scattato qualche meccanismo psicologico, che Jorginho sia entrato in una sorta di spirale negativa che gli impedisce di presentarsi vis-à-vis con il portiere mantenendo il sangue freddo che lo ha sempre contraddistinto.

(Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Anche Mancini se ne deve essere accorto, visto che nella conferenza stampa post partita ha dichiarato che Jorginho «in questo momento sicuramente può avere più difficoltà [...] e probabilmente lo cambieremo se ci capiterà un altro rigore», ma la domanda che un po' tutti si sono posti è se Mancini dovesse accorgersene prima e affidare a qualcuno più "in fiducia" la responsabilità di un pallone così pesante. Nei prossimi paragrafi proverò a rispondere a questa e ad altre domande sui calci di rigore basandomi non sulle sensazioni dei tifosi o sulle intuizioni degli allenatori, bensì su atarassiche statistiche e imperturbabili cifre offerte da numerosi studi scientifici sull'argomento.

Prima del secondo errore contro la Svizzera, Jorginho era davvero il miglior rigorista a disposizione?

Dipende. Lo era, seppure di poco, guardando all'intera carriera. Non lo era, questa volta di parecchio, guardando alle ultime due stagioni. Tra gli undici in campo al novantesimo minuto di Italia-Svizzera, il migliore a disposizione (ci tengo a ricordarlo: da un punto di vista numerico) era di gran lunga Domenico Berardi. Prendendo in considerazione l'intera carriera, l'attaccante del Sassuolo ha una media leggermente più bassa dell'ex Hellas Verona (83,7 contro 84,2%) per un totale di trentasei rigori segnati e sette sbagliati. Tuttavia, limitandoci alle stagioni '20-'21 e '21-'22, il paragone diventa impietoso: Berardi ha fatto gol nel 90% dei casi (9-1) mentre Jorginho ne ha trasformato soltanto il 50% (12-6).

Era possibile prevedere che Jorginho avrebbe sbagliato il rigore?

Se intendiamo la domanda in senso letterale, ovviamente no: non era possibile in alcun modo prevederlo, come non è possibile prevedere con totale certezza praticamente nulla di ciò che concerne il comportamento umano. Nondimeno, però, si poteva prevedere che Jorginho avesse possibilità molto basse di segnare. Come ha scritto Carlo Iannacone in un articolo sugli errori dal dischetto di Zlatan Ibrahimovic, un’interessante ricerca condotta da InStat rivela che «Dopo un tentativo fallito, un normale tiratore converte il penalty successivo solo il 76,42% delle volte; quando al primo errore se ne somma un secondo, la probabilità di conversione positiva scende al 74,39%; infine, se gli errori diventano tre, le chance di fare centro calano ulteriormente al 63.64%». A questi va aggiunto un altro aspetto, ovvero quello della “reputazione” del portiere avversario. 

Uno studio del 2017 pubblicato sul prestigioso Journal of Sport and Exercise and Psychology da tre ricercatori dell’Università di Jena (Florian Müller, Jonathan F. Best e Rouwen Canal-Bruland) si è chiesto quale fattore sia più rilevante tra altezza, posizione e reputazione del portiere nell’influenzare la psiche del tiratore. Ne è emerso che i portieri con una grande reputazione vengono percepiti come più alti e che a causa di ciò «i tiratori tendono a mirare più lontano [dal portiere] e di conseguenza sbagliano più spesso. Ne consegue che la reputazione dei portieri influenzi la percezione della loro altezza e, ben più importante, l’angolazione del tiro». Tornando a Italia-Svizzera e al rigore sbagliato da Jorginho, possiamo affermare con certezza che il portiere avversario – Yann Sommer – avesse una solidissima reputazione in generale e una straordinaria per quello che concerne i tiri dagli undici metri: in carriera ne ha parati 21, meglio di hanno fatto soltanto Manuel Neuer e Iker Casillas (22), Diego Alves (28), Gianluca Pagliuca (32), Gianluigi Buffon (37) e Samir Handanovic (42). Inoltre, possiamo immaginare che le grandi parate sfoggiate da Sommer contro l’Italia nelle partite precedenti e soprattutto il rigore parato nella sfida precedente garantissero al portierone svizzero un vantaggio psicologico ancora più consistente.

Quindi la risposta è sì, era possibile prevedere che Jorginho avrebbe sbagliato il rigore, o quantomeno era possibile sapere che le sue probabilità di segnare erano molto più basse del normale.

Quindi Mancini è stato uno stupido, perché se Catenaccio con un paio di ricerche su internet ha trovato queste risposte avrebbe dovuto trovarle anche lui, allenatore navigato e con un poderoso staff?

Ovviamente no.

Di certo Mancini non ha scelto di fare battere ancora Jorginho per ignoranza delle dinamiche psicologiche che stanno dietro a un calcio di rigore o al calcio in generale. Probabilmente il CT ha dialogato a lungo con il centrocampista del Chelsea, il quale gli è parso sicuro di sédesideroso di sbloccarsi con la maglia della nazionale e magari essere decisivo per la qualificazione ai prossimi mondiali.

Sicuramente, Mancini lo ha confermato in conferenza stampa, Jorginho aveva chiarito esplicitamente di voler continuare a essere il tiratore designato e che si si sentiva pronto e tranquillo nonostante gli ultimi errori. Inoltre dobbiamo considerare tutti gli aspetti di cui conosciamo l’esistenza ma di cui non siamo a conoscenza: i rapporti “di spogliatoio”, le gerarchie, le caratteristiche psicologiche individuali e via dicendo. Per esempio, Mancini potrebbe aver pensato che togliere il ruolo di rigorista a Jorginho in un momento difficile della sua stagione avrebbe potuto causare un contraccolpo psicologico facendolo giocare peggio tutta la partita. Ci sono quasi infinite possibilità su cui si potrebbe disquisire, troppi angoli morti su cui non riusciremo mai a far luce, troppe variabili per poter calcolare un risultato esatto. 

Lo scopo di questo articolo non è certamente criticare a posteriori (sarebbe troppo facile) le scelte di Roberto Mancini e Jorge Luiz Frello Filho detto “Jorginho”, bensì mostrare come analisi statistiche possano essere usate, da un lato, per avere informazioni utili a ridurre il caso al minimo e, dall’altro, ad avere una comprensione più solida di ciò che è accaduto.


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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