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7 min

- di Danilo Budite

Comics Football: il ragno nerazzurro


La storia di Walter Zenga, l'uomo ragno, molto più simile al celebre eroe dei fumetti di quanto si possa immaginare.


C’è stato un tempo in cui gli spettatori a San Siro, abbassando lo sguardo verso un’estremità del rettangolo verde di gioco, potevano ammirare una figura compiere dei movimenti fulminei ed eleganti, destreggiarsi tra i pali con l’eleganza di un’acrobata. Una visione simile a quella che, per anni, hanno avuto i cittadini di New York, che passeggiando per le vie della Grande Mela avranno scorso più e più volte una sagoma vestita di rosso e blu dondolarsi tra gli altissimi grattacieli della città tirando le sue ragnatele.

Il paragone tra Spiderman e Walter Zenga è prima estetico che concettuale. I portieri nel calcio ricordano quasi tutti in fin dei conti l’uomo ragno dei fumetti Marvel, ma il mitico portiere dell’Inter presentava una somiglianza ancora più accentuata, per via del suo istrionismo nel ricoprire quel ruolo. Con le sue uscite e i suoi voli, Walter Zenga sembrava davvero l’uomo ragno intento a rincorrere i cattivi per i palazzi di New York. L’accostamento estetico viene poi suggellato da quello de facto, dall’autoproclamazione dello stesso Walter, che ai giornalisti che nel 1992 gli chiedono cosa ne pensa della sua esclusione dalla Nazionale, risponde canticchiando la celebre canzone degli 883 “Hanno ucciso dall’Uomo Ragno”.

Da lì, naturalmente, la storia si è plasmata e Walter Zenga è diventato l’uomo ragno. Ma lo era già, anche prima di questa improvvisa consapevolezza, di questa polemica presa di coscienza. E non solo esteticamente, ma lo era già anche concretamente. Perché Walter Zenga e Peter Parker, colui che si cela sotto la maschera del ragno, hanno ben più in comune che il dondolarsi con eleganza e il compiere salti impressionanti. Le loro sono storie di demoni e di sacrifici, ma soprattutto di amore disposto a ogni rinuncia.

Zenga
Un giovanissimo Walter Zenga Fonte: Twitter Inter

Le origini del ragno

La leggenda di Spiderman nasce da un evento a dir poco doloroso. Si plasma tramite un gravissimo lutto, che perseguiterà per sempre la vita di Peter Parker. Si tratta naturalmente della morte di suo zio Ben, praticamente un padre adottivo visto che Peter cresce senza genitori. In un periodo difficile della sua vita, poco dopo aver ricevuto il morso del ragno e i poteri derivanti, l‘unica figura paterna della vita di Peter viene a mancare, uccisa dalla pistola di un ladro che lo stesso Parker non aveva voluto fermare.

Quando ha tutto il mondo ai propri piedi, con quegli straordinari poteri che gli danno un senso di onnipotenza mai assaporato prima, Peter scopre con un doloroso pugno in faccia la crudezza della vita. Comprende il peso delle scelte, anche minime, e non si perdonerà mai per non aver fermato quel ladro che poi gli ha portato via lo zio. Da qui nasce la carriera da supereroe di Peter, che seguendo l’ultimo insegnamento di Ben – il famosissimo mantra “Da un grande potere derivano grandi responsabilità” – decide di mettere i propri poteri al servizio del bene.

Il dramma plasma la nascita e lo sviluppo di Spiderman, un trauma mai superato, sempre presente come un peso e un monito. Il dramma, in maniera ovviamente meno tragica, contrassegna anche la carriera di Walter Zenga, che nonostante tanti anni vissuti come uno dei migliori portieri al mondo, viene ricordato più che altro per un episodio negativo. Per una nottata da dimenticare. 

Una serata funesta per tutta l’Italia: quella della semifinale del Mondiale del 1990. Della contestata sconfitta al San Paolo contro il Napoli di Maradona, della fine delle Notti Magiche. La notte della disillusione.

Zenga e le Notti Magiche

Il Mondiale del 1990 è un appuntamento storico per l’Italia. Dopo il successo del 1982, gli azzurri hanno floppato malamente nel 1986, uscendo agli ottavi contro la Francia. La semifinale di Euro 1988 aveva dato un po’ di linfa nuova alla Nazionale e i Mondiali di casa del 1990 sono la grande occasione per tornare ad affermarsi come la squadra più forte del mondo.

L’hype intorno alla selezione di Vicini, allora CT azzurro, è pazzesco. C’è una fiducia sconsiderata e l’emozione di poter vincere un Mondiale in casa crea una vera e propria febbre azzurra che impazza per tutto il Paese. Il Mondiale inizia anche bene per l’Italia, che vence tutte le tre partite del girone, superando di misura Austria e Usa con le firme di Schillaci e Giannini, e poi battendo l’Uruguay 2-0 con i gol di Schillaci e Baggio. 

Agli ottavi ancora Schillaci, il cui mondiale entrerà nella leggenda, e Baggio regalano all’Italia il successo sull’Uruguay, mentre nei quarti basta un gol del solito Schillaci – come sbagliarsi – per avere la meglio dell’Irlanda. Senza affrontare avversari di grande caratura, gli azzurri arrivano in semifinale, dove però stavolta l’ostacolo è enorme.

Sulla strada dell’Italia si pone infatti la temibile Argentina di Maradona, campione del mondo in carica. Si gioca inoltre a casa del Pibe de oro, a Napoli, in uno stadio che non riesce proprio a scegliere per chi tifare. E qui si colloca il dramma di Walter Zenga, che è il portiere titolare degli azzurri in quel Mondiale e che non ha subito nemmeno un gol nella competizione. Almeno fino al minuto ’68 della sfida tra Italia-Argentina.

Schillaci - sempre Schillaci - porta avanti gli azzurri dopo 18 minuti. Poi, al 68’, la tragedia. L’albiceleste Olarticoechea crossa, un pallone che non sembra insidioso, ma che si rivela letale. Su quella palla si materializza una chioma bionda, quella di Claudio Caniggia, attaccante che all’epoca militava proprio in Italia, all’Atalanta. L’argentino anticipa il difensore Ferri e beffa Zenga, che nel frattempo si è imbarcato in una delle sue proverbiali uscite alla Spiderman. Un volo che però stavolta nessuno ammira con stupore. Un volo che costa all’Italia il Mondiale.

Il massacro di Zenga

Dopo il pareggio, l’Argentina ha la meglio dell’Italia ai rigori, eliminando gli azzurri dal Mondiale e facendo calare il sipario sulle trepidanti Notti Magiche. Ciò che segue quel dannato match è un putiferio di dimensioni eclatanti, da cui chi ne esce peggio è proprio Walter Zenga, fatto letteralmente a pezzi da critica e tifosi dopo quell’uscita sconsiderata.

Un Mondiale senza aver mai subito un gol. La striscia d’imbattibilità più lunga della storia dei Mondiali. Anni e anni vissuti a livelli altissimi. Tutto ciò viene brutalmente cancellato in un istante. Zenga, che il giorno dopo come suo solito si mostra spavaldo e sorridente, viene indicato come il nemico numero uno. Il giustiziere dell’Italia. Il demone rinnegato.

Quell’errore contro l’Argentina finisce per segnare, per sempre, la carriera di Zenga e per definirlo. Come Peter Parker, è il dramma a plasmare la sua esistenza, non più i momenti felici e gloriosi, ma quell’oscurità fagocitante. Ogni cosa viene oscurata da quel singolo dettaglio negativo. Quando poi, a due anni di distanza da quella notte, l’ex portiere dell’Inter canticchia “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” in riferimento alla sua esclusione dalla Nazionale, non è forse nemmeno consapevole di quanto quel riferimento sia azzeccato. O forse sì, ma non lo sapremo mai.

Un giorno in più

Non basta questo dramma però a creare una potente connessione tra Walter Zenga e Peter Parker. C’è dell’altro. Una vicenda che si plasma ancora una volta nel dolore e nella rinuncia, evidenti leitmotiv di queste storie incrociate. Uno degli archi narrativi più famosi e intensi delle avventure fumettistiche dell’Uomo Ragno prende il nome di “One More Day”, “Soltanto un altro giorno” nelle vignette italiane.

In questa storia, l’amatissima zia di Peter, May, è in punto di morte e il ragazzo, che ormai non può più nulla per salvarla, decide di fare un patto col potente e oscuro demone Mefisto, che in cambio però gli chiede di compiere un grosso sacrifico. Mefisto infatti si nutre delle felicità umane e, per salvare zia May, chiede a Peter di rinunciare al matrimonio con Mary Jane, il grande amore della sua vita. Dopo averne discusso, la coppia di sposi decide di accettare e così si compie il terribile sacrificio: zia May è salva, ma Peter perde il suo amore immenso.

Una vicenda simile caratterizza l’ultimo anno di Zenga all’Inter, il grande amore del portiere, alla stregua di MJ per Peter. L’estremo difensore veste la maglia nerazzurra per ben 12 stagioni, vivendo anche successi incredibili, come lo scudetto dei record nel 1989, ed entrando nella storia del club. L’ultimo anno all’Inter, però, per Zenga è molto complesso, con alcune frizioni con i tifosi a dispetto di quella lunghissima storia d’amore. 

La stagione 1993/94 è disastrosa in campionato per l’Inter ed è l’ultima di Zenga in nerazzurro. Il portiere la vive con molte difficoltà, derivanti soprattutto da quelle clamorose liti coi tifosi. Con la sua gente. La squadra nerazzurra zoppica clamorosamente in campionato, ma compie un percorso europeo esaltante, arrivando fino alla finale di Coppa Uefa. Qui, Zenga vive il suo ultimo grande giorno da re all’Inter. Nella finale di ritorno, dopo l’1-0 dell’andata sul campo del Salisburgo, il portiere rispolvera dalla soffitta il costume e veste per l’ultima volta i panni dell’Uomo Ragno. Del Ragno nerazzurro, parando di tutto e risultando il migliore in campo nella sfida che l’Inter vince 1-0 e che regala la Coppa Uefa ai milanesi.

Dopo quella partita, Walter Zenga lascia l’Inter. Rinuncia al suo amore, dopo però avergli regalato un ultimo successo. Un’altra grande notte. Soltanto un’altra notte, poi l’addio. Come Peter e Mary Jane, che prima di annullare il matrimonio hanno potuto vivere l’ultimo giorno insieme. Perché l’amore è anche rinuncia e dolore. E lo sanno bene sia Walter Zenga che Peter Parker, che per il loro amore hanno dato tutto, anche dopo una vita passata a combattere i demoni.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Romano, vivo di calcio e di citazioni pop. Musica, cinema, arte e letteratura, ancora meglio se tutto insieme. Scrivo di tutto ciò che mi circonda.

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