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7 min

- di Damiano Primativo

Sarà l'anno di Danilo Cataldi?


Dopo molte stagioni grigie, il centrocampista della Lazio si sta rilanciando.


Danilo Cataldi ha 27 anni, è nato a Roma ed è tesserato con la Lazio da quando di anni ne aveva 12. Ha debuttato con i biancocelesti in Serie A a gennaio 2015, poi una manciata di partite dopo, a marzo, ha vestito per la prima volta la fascia di capitano. Stefano Mauri esce dal campo e Radu, il vice-capitano, insiste perché la fascia la prenda Cataldi, in un gesto che sembra l’atto di reverenza del consigliere anziano verso quello che riconosce essere L’Eletto, il predestinato al trono.

Cataldi sommo profeta della lazialità quindi, che in quel momento diventa il più giovane capitano nella storia del club (anche se solo per 10 minuti), a vent’anni e appena 8 presenze in prima squadra.

Nella stagione 2014/15 Cataldi gioca 22 partite in tutte le competizioni, quella dopo 27; le presenze dal 1’ minuto salgono da 16 a 22. È la Lazio di Pioli, Klose, del primo Felipe Anderson, l’eminenza grigia del centrocampo è Lucas Biglia. Cataldi gioca mezzala del 4-3-3 e nel sistema tutto verticale di Pioli è bravo sia a supportare Biglia nel lubrificare il possesso, sia ad accendere le transizioni offensive con verticalizzazioni veloci.

Nel frattempo la Lazio si rinnova, e oltre a Simone Inzaghi in panchina è già arrivato Milinkovic-Savic a rinverdire il centrocampo. Nell’estate 2016 arriva Luis Alberto, in quella dopo Lucas Leiva. Tutti concorrenti troppo forti per Cataldi, il cui minutaggio si riduce e che nella girandola di rinnovamento invece di guadagnare spazio perde posizioni. Così quando nel 2017 viene ceduto in prestito, prima sei mesi al Genoa e poi l’intera annata 17/18 al Benevento, per Cataldi che ha già 60 presenze nella Lazio sembra più una bocciatura che un prestito per farsi le ossa.

Ma le strade che portano a Roma sono infinite, una di queste riporta indietro Cataldi. Nel 2018 è già di nuovo al suo posto: maglia biancoceleste, numero 32, nelle rotazioni del centrocampo della Lazio. Passerà altre tre stagioni grigie, in cui Simone Inzaghi lo utilizza col contagocce. Letteralmente: 4 presenze da titolare in Serie A 18/19, 3 nel 19/20, 4 nel 20/21. Insomma: quest’anno, alla sua ottava stagione in Serie A, non pensavamo che la musica per Cataldi potesse cambiare troppo. E invece.

Invece oggi sotto la guida del nuovo allenatore, Maurizio Sarri, Cataldi sta ritrovando una centralità nella Lazio insperata. In questo scorcio di Serie A ha giocato tutte le partite (11 su 12, la prima l’ha saltata per infortunio) e nell’ultima contro la Salernitana ha toccato la quarta presenza da titolare, la terza consecutiva. In nemmeno tre mesi di campionato ha già pareggiato le presenze da titolare dell’anno scorso quindi. Cataldi sta giocando principalmente come mediano, ha un’inclinazione per le verticalizzazioni veloci e l’aria sempre concentrata di chi ogni domenica deve convincere il mister. Nelle ultime settimane di ottobre si è messo in luce particolarmente: oltre a scalzare Lucas Leiva nella Lazio si è anche guadagnato la convocazione di Mancini in Nazionale, che lo ha chiamato per le qualificazioni ai mondiali dei giorni scorsi senza tuttavia farlo esordire.

C’è stata una partita in particolare, in questo periodo, in cui Cataldi è stato il migliore in campo. Atalanta-Lazio, lo scorso 30 ottobre, in cui il senso per la verticalità di Cataldi è stato un fattore per mandare in tilt il baricentro alto dei bergamaschi. Al 18’ il gol del vantaggio di Pedro è scaturito proprio da una sua verticalizzazione di prima: il centrale Luiz Felipe combina con il terzino Hysaj sulla fascia destra, facendo scivolare il blocco dell’Atalanta verso questo lato, Hysaj scarica all’indietro per Cataldi, e quello, con una palla di prima in diagonale, trova la corsa di Immobile dietro la difesa atalantina. È una palla svelta e pulita, una frustata minimale ma velenosa come uno slice tennistico, che sbatte per terra e con l’effetto inganna Demiral che non riesce a intercettarla.

Al 55’ una giocata praticamente in fotocopia. C’è una punizione proprio sulla linea di centrocampo, sempre dalla posizione di centro destra, Cataldi batte velocemente e pesca ancora il taglio in profondità di Immobile: un’altra palla splendida, stavolta più dolce e arcuata, che aggira di nuovo l’intervento di Demiral e dopo aver toccato terra si aggiusta in automatico sulla corsa dell’attaccante. Una di quelle palle per cui di solito si usano espressioni come “telecomandata” per descriverle; oppure “con i giri contati”. A fine partita Maurizio Sarri ha elogiato le qualità di palleggio del suo centrocampista. Ha ammesso di ammirarlo da lungo tempo, e anche di averlo cercato già quando allenava l’Empoli.

Certo, se Cataldi di recente ha trovato più spazio è stato anche per le condizioni di Leiva, che a quasi 35 anni sembra non sostenere due partite alla settimana. Ma questo è solo un lato della questione.

L’altro lato è quello di un giocatore che offre caratteristiche molto diverse dal brasiliano: più diretto, più intenso, più dinamico. L’inserimento di Cataldi al posto di Leiva ha cambiato leggermente lo spartito della Lazio, e contribuito ad aggiustare alcuni problemi che avevano complicato l’inizio di stagione di Sarri. Quei problemi, cioè, che nascevano da un’applicazione incerta delle idee del tecnico, e che pregiudicavano ogni fase, sia con il pallone che senza. Pressing alto eseguito male, possesso palla farraginoso, difesa dell’ampiezza orrorifica.

Se nelle giornate migliori la Lazio era una squadra fragile ma in qualche modo funzionante, contro le squadre più aggressive del campionato sembrava una barchetta di carta alla deriva: aveva perso così col Milan (0-2), pareggiato col Torino (1-1 raggiunto solo con un rigore all’ultimo minuto), capitolato inquietantemente contro Bologna (0-3) e Verona (1-4). Davanti a queste disfunzioni sembrava logico additare le idee di Sarri, giudicarle incompatibili con le caratteristiche dei giocatori.

Insomma: il gioco di posizione di Sarri richiederebbe capacità di giocare spalle alla porta, pulizia nei primi controlli, precisione nel gioco di prima; la Lazio invece sembrava appartenere al polo stilistico opposto: Immobile con la sua proverbiale imprecisione spalle alla porta, Milinkovic a disagio nel giocare a pochi tocchi, Luis Alberto con la sua anarchia tattica e il feticismo per volere la sfera tra i piedi.

Ma Sarri è un allenatore meno dogmatico di quanto si dice, e nelle ultime settimane ha aggiustato qualcosa non abiurando le sue idee, ma certamente concedendo qualche licenza. Intanto a Luis Alberto, lasciato più libero di abbassarsi a prendersi il pallone dai difensori, e in generale a tutta la squadra, incoraggiata a giocare anche attacchi più diretti una volta riconquistata palla.

Per certi versi può sembrare un recupero, anche se molto parziale, dell’eredità di Simone Inzaghi: le transizioni veloci erano il trademark della Lazio degli anni scorsi, e d’altronde recuperare alcuni di quei meccanismi già metabolizzati arricchisce le soluzioni della squadra. Nella partita del 27 ottobre contro la Fiorentina, la prima dopo la sconfitta di Verona, nonché la prima con Cataldi titolare davanti alla difesa, la Lazio ha costruito il gol vittoria direttamente da un rinvio lungo di Reina, andando dal portiere a Pedro (l’autore del gol) con quattro passaggi in tutto.

In questa verticalità ritrovata, Cataldi è un pesce nell’acqua. Leiva offre più garanzie in fase difensiva, come ha detto anche Sarri dopo la partita con la Fiorentina. L’intelligenza delle sue letture e la sua bravura negli intercetti sono difficili da eguagliare. Cataldi però è più aggressivo nelle scalate per portare pressione, più dinamico nel muoversi per offrire linee di passaggio, più predisposto, soprattutto, a giocare di prima e scavalcare difese malmesse con verticalizzazioni immediate. La partita con l’Atalanta è stata l’esibizione premium di queste qualità, ma Cataldi le aveva già fatte vedere fin dagli esordi: quando nella Lazio di Pioli poteva in ogni momento caricare il destro e aprire il gioco in fascia, dove certamente Candreva e Felipe Anderson stavano già scattando in profondità.

Il video qua sopra risale ai tempi degli esordi, nel 2015. Da allora tutto sembra rimasto uguale in Cataldi: il solito taglio di capelli ordinario, di chi si serve dallo stesso parrucchiere di quando era bambino, la solita espressione vigile, la solita verticalizzazione di prima su passaggio del terzino, frustando il pallone con un colpo da golf.

Cataldi nella sua carriera ha giocato prevalentemente come mezzala, e anche se ora gioca al centro si vede che non ha ancora la complessità dei movimenti di un mediano esperto. Cataldi fa le sue cose con gusto minimalista, principalmente fa da punteggiatura ai leader della squadra intorno a lui. Lascia la scena a Luis Alberto quando si abbassa per impostare, copre le spalle ad Acerbi quando si alza per impostare. Nei passaggi sul corto è pulito, nella visione di gioco ambizioso. Ha sempre un occhio alla profondità, e siccome gioca molto sul lungo il suo dato sulla precisione non è un granché (completa solo l’82.4% dei passaggi). Ma è una statistica inadeguata a raccontare un centrocampista come lui, il suo stile da arciere da transizioni lunghe.

Un indice più appropriato è quello sui passaggi progressivi. Si tratta di una statistica che misura quanti metri un giocatore fa guadagnare alla squadra coi suoi passaggi, detto in soldoni. Con 338.6 metri di distanza dei passaggi progressivi ogni 90 minuti, Cataldi è nel 93esimo percentile dei centrocampisti del campionato (tutti i dati sono FBref). Significa che solo il 6% dei centrocampisti fa avanzare il pallone più di lui attraverso i passaggi. Per dare un’idea, in questo indice Lucas Leiva si colloca al 72esimo percentile, con 240 metri fatti guadagnare ogni 90 minuti.

Cataldi deve migliorare nelle letture difensive per diventare un mediano vero. A volte la sua tendenza a difendere in avanti lo porta fuori posizione, lasciando un buco tra sé e la difesa. Anche i suoi pessimi numeri sui duelli aerei sono più un fatto di posizionamento che di forza fisica. Tuttavia, l’inserimento di Cataldi al posto di Leiva ha senso perché aggiunge un altro lanciatore (quasi un quarterback, facendo un parallelismo con il football americano) che parla la stessa lingua calcistica dei corridori davanti a sé. Poche squadre come la Lazio, infatti, hanno un’intesa così perfetta tra giocatori che amano ricevere sulla corsa: Immobile, Milinkovic, Lazzari; e lanciatori precisi sul lungo: Luis Alberto, Acerbi, Reina, ora anche Cataldi.

Difficile dire se questa possa essere una stagione di rinascita in senso assoluto. Cataldi però sembra quel tipo di calciatore che può solo trarre vantaggio da un sistema codificato, in cui le sue qualità sono esaltate e i difetti nascosti. In questo senso si trova al posto giusto, nelle mani di Sarri.

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