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2 min

- di Jacopo Landi

Considerazioni sparse su “Strappare lungo i bordi”, la serie TV di Zerocalcare


Zerocalcare tira fuori un capolavoro capace di far commuovere, ridere e riflettere.


- Difficile valutare “Strappare lungo i bordi”. Primo perché è senza dubbio (o necessità di contesa) la miglior produzione originale italiana targata Netflix. Secondo perché cosa vuoi valutare, cosaaaa? L’idea o la regia? Ah già, le ha firmate entrambe Zerocalcare (al secolo Michele Rech… te vojo bene a Michè). Terzo perché come diceva De Andrè a proposito di Sanremo “qui si entra nel giudizio dei sentimenti” e sinceramente chi è così egocentrico da poter valutare i sentimenti altrui?;

- In realtà amici e amiche stiamo parliamo di un fottutissimo capolavoro su così tanti livelli che per descriverli tutti servirebbe un trattato ontologico. Quindi mi affido alla razionalità e provo a lasciarvi una guida semi orientata su quello che è a tutti gli effetti un regalo intimista alla (s)cultura di massa;

- Posto che il prodotto piacerà sicuramente a chi piace Zerocalcare, inteso come universo di pensieri laterali che si incrociano e scontrano creando prospettive caleidoscopiche che aprono la mente, la serie ha il grosso vantaggio di non penalizzare chi si accosta per la prima volta a questo universo. Un universo che usa la scorrettezza per fare tana ai moralismi, restituendo riflessioni che fuggono il paternalismo insopportabile che strangola questo Paese;

- Nota di assoluto valore è l’intessere una trama che si prende la scena col passare dei minuti e degli episodi. In sostanza è come se la trama mettesse a fuoco sé stessa di pari passo con lo spettatore che ha quindi il tempo di conoscere ed empatizzare con i personaggi, il loro excursus e il loro background e solo dopo affrontare assieme a questi il fulcro della narrazione. Un passaggio naturale e non meccanico, estremamente complesso che raramente, soprattutto nella produzione nostrana, è stato messo in atto così bene. Entrando nel merito degli episodi, si ha la sensazione di assistere a una versione riadattata e riveduta de “La profezia dell’armadillo” che a differenza della trasposizione cinematografica perlomeno miope, rende estremamente bene presente e futuro di una generazione di mezzo illusa dalle premesse che avevano cullato i genitori ma fuori tempo per essere rivalutata come quelle odierne. Una terra di mezzo di pubertà solitarie e futuri incerti mai dipinti in chiave vittimistica ma sempre nell’ottica della riflessione personale alla fine della giornata;

- In particolare chi scrive rimane spiazzato dalla profondità e dall’estensione del pensiero laterale di Zerocalcare che al pari degli impressionisti più dotati unisce elementi apparentemente distanti e senza punti comuni per veicolare immagini e riflessioni di una profondità dimenticata da questo Paese, anestetizzato da preconcetti idioti e dipendenza dal trash. Alla fine della storia oltre che un magone comunque ottimista verso il futuro e una certa idea su come la collettività possa affrontare in maniera vincente pressoché ogni problematica (contrapposta all’egoismo individuale di cui il capitalismo si fa mantello ingombrante), si ha la sensazione che un prodotto del genere, così profondo ma contemporaneo, così mainstream eppure personale, quasi non ce lo meritiamo. Grazie Michele;

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nato il 6 aprile del 1988 a Milano figlio orgoglioso di una città che ama con odio. Nelle vene sangue misto che ne fanno un figlio del mondo senza fissa dimora. Tra un gin tonic e un whiskey ben concepito ha consacrato la propria esistenza all’arte della buona musica con De Andrè, Shane McGowan e Chat Baker a strapparsi pezzetti di anima. Il cinema come confessione condivisa. L’amore per la beat generation e per quel mostro di James Dean. Interista con aplomb anglosassone per il gioco più bello del mondo. Crede che verranno tanti giocatori meravigliosi ma più nessuno con la corsa di Nicolino Berti.

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