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4 min

- di Gabriele Moretti

Considerazioni sparse post The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun


Il nuovo film di Wes Anderson è un triplo concentrato di wesandersonismo.


- Innanzitutto una raccomandazione: andate a vedere The French Dispatch in sala. Possibilmente, in una buona sala: di quelle con lo schermo molto grande, ben nitido e con un buon sistema audio. Un consiglio del genere è sempre valido, ma ci sono film che possono comunque essere apprezzati anche su uno schermo qualsiasi, sulla TV di casa, persino sullo schermo del vostro portatile (no, sullo schermo del cellulare no, non scherziamo!). Ebbene, la nuova opera di Wes Anderson non è uno di questi: Il regista texano è uno dei pochi autori contemporanei a ricordarci che il cinema è prima di ogni altra cosa un medium visuale e la perfezione maniacale della messa in scena, le scenografie, la fotografia, i costumi e il modo in cui il regista gioca con l'immagine meritano, anzi necessitano, di mezzi e contesti di fruizione adeguati. The French Dispatch è così ricco di dettagli, simmetrie, rimandi e chincaglierie audiovisive che qualcuno lo ha definito "un ASMR per gli occhi". Perdersi questi aspetti significa perdersi buona parte del film;

- Come suggerisce il titolo completo (The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun), il film racconta le vicende di una rivista settimanale specializzata in cultura generale e racconti dall'Europa che ha sede nella città francese di Ennui-sur-Blasé, luogo immaginario che racchiude con straordinaria tenerezza e sensibilità tutti gli stereotipi tipici della francofilia nel cinema americano. L'opera, costruita ad anello e attraverso l'espediente novellistico del "racconto nel racconto" - ovvero una narrazione in cui la storia principale fa da cornice ad altre storie più brevi, come nel Decameron o ne Le mille e una notte - si apre e si chiude con la morte del direttore e con la lettura delle sue ultime volontà: The French Dispatch cesserà per sempre di esistere, ma soltanto dopo l'uscita di un ultimo numero celebrativo in cui sarà pubblicato il suo necrologio accompagnato dai tre migliori articoli delle passate edizioni: la storia di un artista ergastolano e della secondina che gli fa da musa, un reportage dalle rivolte studentesche del Sessantotto e la ricostruzione dell'omicidio di un grande chef;

- Partiamo dalle cose che funzionano meglio, in primis un cast fuori da ogni logica: Bill Murray, Francis McDormand, Adrien Brody, Owen Wilson, Thimotée Chalamet, Léa Seydoux, Jeffrey Wright, Tilda Swinton, Jason Schwartzmann, Cécile de France, Chritopher Waltz e un cameo non accreditato di Edward Norton (oltre a tanti nomi altri meno conosciuti). Il fatto che con un budget relativamente ridotto - "solo" 25 milioni di dollari - si arrivi ad assortire un tale parco attori dimostra da sé la considerazione che il mondo del cinema ha di Wes Anderson. Il fatto che attori e attrici indipendentemente dal minutaggio concesso sembrino perfettamente a proprio agio nel ruolo e riescano a dare un contributo attivo alla pellicola, dimostra da sé il perché il mondo del cinema abbia una tale considerazione di Wes Anderson. Oltre al cast, un plauso va anche al direttore della fotografia, il solito Robert D. Yeoman, e alla costumista (italiana) Milena Canonero, che a mio avviso potrebbe aggiudicarsi il quinto (!!!) oscar dopo quelli vinti per Barry Lyndon, Momenti di Gloria, Marie Antoniette e Grand Budapest Hotel;

- Proviamo invece a ragionare su cosa non funziona: innanzitutto la struttura del racconto, ideata per essere imperfettamente simmetrica come le inquadrature marchio di fabbrica di Wes Anderson, a mio avviso non è ben bilanciata e perde nettamente ritmo durante l'ultima delle tre vicende, decisamente meno catchy (sia narrativamente che visivamente) delle prime due. Poi, va detto, spesso si ha la sensazione che il film sia troppo carico. Anche un amante del tocco andersoniano - inquadrature simmetriche e poco convenzionali, grande profondità di campo, sovrabbondanza di elementi e palettes pastello anni '70 - come il sottoscritto, a volte si è trovato spaesato di fronte ai passaggi dal colore al bianco e nero, il cambiamento di formato, le innumerevoli scritte in sovraimpressione, gli split screens e il caotico intreccio di linee e livelli narrativi. Un vero e proprio triplo concentrato di wesandersonismo, una sorta di minimalismo-barocco portato alle più estreme conseguenze che può facilmente risultare indigesto a chi non mastica o non apprezza particolarmente questo tipo di linguaggio;

- In The French Dispatch c'è tutto quello che in venticinque anni di attività ha reso Wes Anderson il regista (o uno dei registi, ve lo concedo) dallo stile più inconfondibile del panorama mondiale. Se l'aspetto visivo è dominante, a volte addirittura soverchiante, anche i temi affrontati sono quelli tipici della sua filmografia: nostalgia, solitudine, amicizia, famiglia, amore e morte. Il tutto però viene incastonato in un grande tributo nostalgico al "giornalismo di una volta", a un certo tipo di giornalismo letterario pre-gonzo, ovvero quello tipico del The New Yorker - di cui Anderson è lettore appassionato fin dall'infanzia e che viene omaggiato con l'uso del Futura come font principale del film. In conclusione, sebbene si tratti di un'ottima pellicola, intrattenente, costruita su storie interessanti, dialoghi brillanti e virtuosismi registici, forse nell'ultimo film di Wes Anderson c'è troppo Wes Anderson: pur godendosi lo spettacolo, alla fine si ha l'impressione che sia un'opera che si guarda troppo allo specchio.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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