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, 3 Novembre 2021

Khabib Nurmagomedov, "The Bear"


Un gigante delle arti marziali, una storia di sacrifici e slanci notevoli. Semplicemente Khabib.


Questa è una storia di polvere e sangue, di sacrifici e dolore, ambientata tra il Daghestan, repubblica appartenente alla Federazione Russa, stanziata a sud della sconfinata nazione, e gli Stati Uniti, per arrivare a toccare il tetto del mondo. In questa terra dimenticata dall'occidente, il 20 settembre 1988, a Sildi, nasce Khabib Nurmagomedov, uno dei più grandi fighter che abbia mai calcato un ottagono.

Nel nome del padre

Abdulmanap Nurmagomedov fu colui che potremmo chiamare un uomo fondamentale, un ispiratore, motivatore, allenatore, una guida. Un padre. Il legame tra i due era così viscerale che Khabib, dopo la sua morte, decide di ritirarsi. Un ultimo match, vinto contro Justin Gaethje, il 24 ottobre scorso, sancisce la sua presa di posizione.

Non c'è possibilità che io venga qui senza mio padre. [...] Ne ho parlato per tre giorni con mia madre, [...] le ho promesso che sarebbe stato l'ultimo incontro. Le ho dato la mia parola e devo mantenerla.

Tra gli scorci di un mondo simil post apocalisse, il piccolo Khabib viene istruito fin da bambino alla lotta, alle regole e alla disciplina. All'età di nove anni, viene fatto lottare con un piccolo orso cinto da una corda che ne limitava l'incedere. Frammenti di una crescita votata al sacrificio, al dolore, sin dalla tenera età. Quel bambino doveva essere pronto ad affrontare chiunque, mentalmente e fisicamente. Comincia così, nel corso dell'adolescenza, a destreggiarsi in diversi sport, tra i quali il judo e il sambo, un'arte marziale di origine russa. Giovanissimo, eppure completo.

Nel 2008 inizia la sua avventura nel mondo delle arti marziali, nel 2012 sbarca negli USA.

La scalata era cominciata, con un inconveniente non di poco conto: il padre non poteva entrare nel paese di Barack Obama perché sprovvisto dell'autorizzazione necessaria. Privato della sua fonte primaria di ispirazione, Khabib deve ingoiare tutto il dolore accumulato e tramutarlo in rabbia agonistica. Fa sin da subito fa una grande figura, impressionando il mondo dell'UFC.

Khabib scalava gerarchie, diventando velocemente un baluardo del movimento delle arti marziali miste, ma, di pari passo alle sue glorie, stava prendendo piede un altro fighter, che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre quel mondo. Conor McGregor, signore e signori, colui che si rivelerà essere la sua perfetta nemesi, in un susseguirsi di eventi a dir poco inaspettati.

Khabib è un distruttore, un'arma di distruzione di massa, che si fa carne e semina dolore nella gabbia, volenteroso di dimostrare al mondo, lo stesso che idolatra McGregor e che sogna uno scontro tra i due, di meritare il titolo di campione dei pesi leggeri UFC, in virtù della sua totale imbattibilità. Infortuni, scelte opinabili dall'alto, riescono sempre a fermare la sua ascesa verso quel traguardo tanto ambito, come quando, nel settembre del 2016, viene scelto al suo posto, per sfidare Eddie Alvarez, proprio McGregor. Khabib è ferito. Decide di parlare a cuore aperto della faccenda:

Se vuoi organizzare questa buffonata di incontro, non mandarmi nessun contratto, non usare il mio nome[...] Io non ho mai combattuto per i soldi. Qui si parla del mio cuore, del mio spirito, da dove sono venuto.

Dentro la sua anima, sa che, prima o poi, quell'occasione tanto agognata arriverà

Il mondo è tuo, Khabib

Nel 2018, finalmente, quel momento arriva, fragoroso, a sconquassare le carte in tavola. Tony Ferguson è lo sfidante designato, ma si infortuna, venendo sostituito da Max Holloway, ma questi non riesce a rientrare nel peso adeguato. Incredibile, ma vero. Alla fine, Al Iaquinta viene scelto per fronteggiare Khabib, divenendo carne da macello e allungando la striscia di vittorie del daghestano a ventisei. Khabib è campione.

Un uomo, un sogno che si realizza, con il pensiero di aver reso orgoglioso il padre, la famiglia, un intero popolo, ripagandolo di anni e anni di sacrifici, scavalcando quella linea che separa i comuni mortali dalle leggende.

Ma il destino è dietro l'angolo e l'uomo può solo aspettare il suo arrivo, spalle al muro e in posizione di difesa. L'UFC ufficializza, il 3 agosto 2018, l'incontro che tutti stanno aspettano, contro quel McGregor tanto spavaldo quanto forte. Tutti si aspettano un clima incandescente, frutto dell'isteria dell'irlandese, ma nessuno osa immaginare ciò che avverrà.

McGregor, in preda alla più straripante sindrome di Napoleone che si sia mai dai tempi belli dello "Special One" Josè Mourinho, il quale almeno aveva la decenza di non insultare gli avversari, cerca di attuare la più subdola tattica di distruzione dell'avversario, attaccandolo sia verbalmente che fisicamente, attentando, in un vero e proprio agguato, insieme ad un nutrito gruppo di persone fidate, all'incolumità di Khabib e di altre persone. Ha tentato di offrirgli un bicchiere del suo whisky, pur sapendo della sua fede islamica, ha tentato di aggredirlo, ha offeso la sua famiglia, lo ha definito "ratto" al quale avrebbe rotto la mascella.

Lo sport è un'altra cosa, l'ottagono, la forza e la tecnica di Khabib sanciranno la totale distruzione di Conor McGregor.

Le tagliole si chiusero sul collo dell'irlandese, in una sorta di contrappasso. McGregor è stato annientato nella sua essenza.

Poi, in un impeto di rabbia irrefrenabile, Khabib scavalca la gabbia, scagliandosi su Dillon Danis, membro dello staff di McGregor: è il putiferio. La rabbia repressa di Nurmagomedov è esplosa, impossibile da reprimere, come se le parole subite in quei giorni avessero scavato un solco profondo nella sua anima, colmato si dalla vittoria, ma anche dalla sete di vendetta, scendendo sullo stesso piano di McGregor.

Ammetterà l'errore, scusandosi e spiegando la sua realtà dei fatti, dicendo di essere un essere umano come gli altri e di aver subito fin troppo le angherie dell'avversario. La condizione umana, in un costante e altalenante susseguirsi di emozioni, pacatezza e raptus, decise di prendere la strada del sangue e di piegarsi alla bestialità insita nelle profondità di ogni singola persona.

This is the end

La vita va avanti. Nel 2019 arriva la ventottesima vittoria, contro Dustin Poirier. C'è anche Abdulmanap. Sarà l'ultima volta. Il 3 luglio 2020, il faro nella notte di Khabib, spegne la propria luce. Khabib non ce la fa più a continuare. "The Eagle", come viene chiamato negli USA, smette di battere le ali nell'ottobre del 2020, con la vittoria numero ventinove.

Dio sia lodato. Questo è stato il mio ultimo incontro in UFC.

Un'epoca è finita, uno dei più grandi decide di porre un vero e proprio macigno su una carriera sfavillante, che avrebbe potuto regalare ancora grandi successi e soddisfazioni, ma, in fondo, che senso avrebbe, senza l'uomo che, un giorno ormai lontano nel tempo, decise che quel suo bambino sarebbe diventato un grande combattente?

(P.S. : ci siamo permessi di chiamarlo, nel titolo dell'articolo, "The Bear", perché è riuscito a rappresentare il concetto che, gli indiani d'America, dettero dell'animale dal punto di vista allegorico, ovvero sia la perfetta sintesi tra saggezza ed introspezione, ma al tempo stesso, se messo alle strette, di brutalità, aggressività. Khabib, umile e sincero fuori dall'ottagono, spietato e distruttivo nella feroce battaglia delle arti marziali miste.

McGregor sarebbe un testimone più che adatto per certificare quanto scritto).


  • Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.

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