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7 min

- di Alberto Faini

Gerard Piquè, amore e odio


Sportivo di successo, imprenditore e attivista politico. Gerard Piquè è uno dei personaggi più divisivi che si possano trovare su un campo di calcio, tanto odiato a Madrid quanto celebrato a Barcellona. Che lo si ami o lo si odi, l'unica cosa certa è che rimanerne indifferenti è quasi impossibile.


L'aggettivo "manicheo" è un termine ormai del tutto desueto, perso nei meandri di vecchi dizionari di italiano. Prende il suo nome da una religione, il Manicheismo appunto, molto diffusa in epoca tardo-antica, il cui fondamento era una cosmologia fortemente dualistica, dove bene e male, costantemente in lotta tra loro, si mantengono radicalmente divisi. Questa dicotomia bene-male che non ammette zone grigie, a differenza ad esempio dello Yin e Yang taoista, è rimasta fortemente insita nel pensiero Occidentale.

Secondo la Treccani, si può definire "manicheo" una persona che "nel giudicare atteggiamenti, opinioni, situazioni, ritiene di poter formulare giudizi secondo un’opposizione radicale di vero e falso [...], senza ammettere sfumature o alternative". Quando parliamo di Gerard Piquè è difficile non esprimersi con giudizi manichei.

Per pochissimi altri calciatori sembra così facile esporsi nettamente su una carriera ormai ventennale. C’è chi lo vede come uno dei più forti e vincenti difensori della storia, oltre che sportivo politicamente impegnato e imprenditore di successo. Per molti altri è semplicemente un’opportunista, uno stopper mediocre, in grado di approfittare del miglior Barcellona della storia per ritagliarsi la sua fetta di successo.

In Spagna, Piquè è un personaggio divisivo come pochi, tanto celebrato in Catalogna quando odiato nella Spagna castellana. I suoi innegabili successi con le Furie Rosse, hanno poi contribuito solo ad esacerbare questa dicotomia: un rapporto di amore e odio che ha pochi eguali nel calcio.

Idolo blaugrana

Se siete tifosi, o anche solo simpatizzanti, del Barcellona, è difficile non vedere in Piquè un calciatore di livello superiore. Il suo palmarès parla da solo. Non si vincono 3 Champions League, 9 Campionati spagnoli, e 7 Coppe del Re giocando in maniera mediocre. Dal suo ritorno al Camp Nou nel 2008, ci mette davvero poco ad affermarsi come uno dei migliori difensori della sua generazione. Quella degli Hummels, Ramos, Boateng e Thiago Silva per intenderci. L’arrivo di Guardiola poi, sempre nel 2008, fa il resto.

Pep ha bisogno di difensori in grado di giocare con molto campo alle spalle, bravi nell’anticipo e sopratutto a proprio agio con il pallone tra i piedi. Guardiola vede in Piquè il perfetto sostituto di un marcatore vecchio stampo come Rafa Marquez, e, complice il ritiro di Lilian Thuram, lo affianca da subito all’inamovibile Puyol. Il resto, possiamo dirlo, è storia.

Certo è che se oggi pensiamo ad un difensore moderno, è impossibile non vederci le qualità che hanno fatto di Piquè uno dei migliori centrali dell’ultimo decennio. Come prima cosa l’esplosività sul breve, imprescindibile per giocare in una squadra che fa del controllo del possesso il suo mantra da quasi 15 anni. Nonostante la stazza (194 cm), le corse all’indietro di Piquè sono così ben eseguite da sembrare qualcosa di scontato.

Del suo passato come mediano, sopratutto con la maglia del Saragozza nel 2007, è rimasta invece la capacità di gestire il pallone. Da qualche anno ormai, abbiamo infatti accettato come il gioco con il pallone sia altrettanto fondamentale per un difensore quanto quello senza. La famosa “costruzione dal basso” permette di trarre vantaggio dai sistemi di pressing avversari, oltre che di riorganizzare e far rifiatare la squadra.

Nelle ultime stagioni col Barcellona Piquè non ha mai eseguito meno di 60 passaggi a partita. Numeri da vero e proprio playmaker. Il suo ruolo come difensore di impostazione è però più “oscuro” di quello di altri difensori-play, come Bonucci, Hummels o Van Dijck.

La qualità di Piquè con il pallone nel riscaldamento

Proprio grazie agli inizi da centrocampista infatti, Piquè è un maestro nel controllo di palla, nell’orientare il corpo sull’avversario e nel liberarsi della pressione. Non è un difensore vistoso, da lancio lungo di 60 metri per intenderci. E’ più un centrale che ama salire palla al piede, palleggiare nello stretto ed essere il fulcro della manovra. Non per questo però è meno decisivo.

L’accoglienza che riceve al Camp Nou non è frutto dei soli successi sul campo. Nel corso degli anni infatti Piquè, al pari di Guardiola, è diventato uno dei portabandiera dell’indipendenza catalana. Prima dell’Ottobre 2017 quello di Piquè era un sostegno solo di facciata, non direttamente a favore del separatismo, ma solo riguardo alla necessità di un referendum.

Le cose si sono complicate nell’autunno del 2017, quando il difensore blaugrana si è espresso apertamente a favore del secessionismo, prima con tweet contro l’ex-primo ministro Mariano Rajoy poi direttamente in prima persona. Il primo Ottobre 2017 Piquè è andato a votare a favore dell’indipendenza, esortando i catalani a fare altrettanto, rilasciando anche una famosa intervista in cui, in lacrime, si esprime contro la violenza della polizia e della Guardia Civil.

Piquè in lacrime dopo gli scontri di Barcellona dell'Ottobre 2017

Una presa di posizione aperta, diretta e molto controversa, dato che nemmeno una settimana dopo i fatti del primo Ottobre, Piquè ha risposto senza colpo ferire alla chiamata della Selecciòn. Allo stesso tempo gli ha però consentito un sostegno praticamente incondizionato da parte della tifoseria blaugrana, da sempre vicina a posizioni separatiste. Alla faccia del “nemo profeta in patria”…

L’uomo più odiato di Spagna

Piquè viene fischiato al Bernabeu, durante qualsiasi clasico. Normale, accettabile per qualsiasi giocatore conscio del peso del match più importante di Spagna. Piquè però viene fischiato anche al Wanda Metropolitano. Viene fischiato a Cadice, e a Vigo in Copa del Rey. Lo fischiano, e non solo, anche quando semplicemente si allena con la Selecciòn. Riceve questa accoglienza praticamente in tutto il Paese, se si escludono, per ora, i Paesi Baschi (nonostante varie divergenze con giocatori della Real Sociedad).

L’ambiguità di Piquè nei rapporti con la Nazionale spagnola è uno dei motivi principali del sentimento di antipatia che lo accompagna su tutti i campi della Liga. Per molti spagnoli, madridisti soprattutto, Piquè è un secessionista convinto, che però non perde occasione di vestire la maglia Roja, più per pubblicizzare il suo brand che per vero attaccamento alla maglia.

I suoi gesti apertamente anti-madridisti e fortemente indipendentisti hanno fatto il resto. Dai contrasti con Sergio Ramos in Nazionale, in uno spogliatoio che si regge da almeno 15 anni sulla fragile dicotomia Barcellona-Real Madrid, fino al famigerato taglio delle maniche della camiseta roja (per togliere la parte con i colori della bandiera spagnola). L’odio e l’antipatia che mezza Spagna prova per il capitano del Barca sono però focalizzate su questi atteggiamenti. Le sue capacità come giocatore, e come leader, non sono mai state messe in discussione.

L'accoglienza risercata a Piquè agli allenamenti della Selecciòn nel 2017

Solamente all’estero, e in particolare con la crisi del club degli ultimi due anni, ci si è iniziati ad interrogare sul presente, e sul futuro, di un pilastro blaugrana come Gerard Piquè. Gli enormi problemi finanziari del club, uniti al dolorosissimo addio di Messi, hanno infatti spinto la squadra a fare gruppo intorno ai membri fondanti dello spogliatoio.

La stagione del Barcellona finora però, con il numero 3 al timone, si sta rivelando un disastro. Le colpe sono senza dubbio molteplici, e da ricercare in primis nei quadri societari, ma sul campo c’è poco da sorridere. Un Barca senza i gol di Messi (e Suarez), deve necessariamente coprirsi di più, e giocare meno nella metà campo avversaria: ed è proprio in queste situazioni che emergono i limiti maggiori di Piquè in fase di difesa posizionale.

La confusione di Koeman e una rosa costruita in maniera disfunzionale fanno poi il resto. Il Barcellona al momento è una squadra che gioca come spezzata in due tronconi: le ultime uscite del Barca sono una sequenza di transizioni difensive eseguite in maniera pessima, con la difesa e il centrocampo totalmente disconnessi l’uno dall’altro.

Nel gol di Lemar al Wanda Metropolitano ad esempio, dopo una grande giocata di Joao Felix, l’Atletico può giocare in transizione, praticamente a palla scoperta, ma comunque a 40 metri dalla porta e in inferiorità numerica. La difesa del Barcellona però si fa prendere dall’indecisione. Metà della difesa rallenta, per provare a giocare col fuorigioco, mentre Piquè e Araujo, l’altra metà del reparto, scappano all’indietro. Suarez si ritrova a giocare il pallone senza pressione e può mandare in porta Lemar, tenuto in gioco dalla corsa all’indietro di Piquè.

Al momento il Barcellona è una realtà senza un progetto, e Gerard Piquè è uno degli sfortunti protagonisti. Non è sufficiente schierare giovani interessanti della Masìa, nella speranza che ogni volta possano giocare la partita della vita. L’esonero di Ronald Koeman certifica il fallimento di quel processo di transizione iniziato già nella scorsa stagione e drammaticamente confermato in estate dall’addio di Messi.

Oltre il calciatore

Gerard Piquè è molto più che un semplice giocatore: in lui vediamo imprenditoria, impegno politico ed un futuro scritto come dirigente del Barcellona. I suoi interessi spaziano da una holding di sports investment (tramite il gruppo Kosmos, di cui è CEO) ai videogiochi. Possiede anche quote nel settore alimentare e in quello delle bevande energetiche, assieme all’ex-compagno Puyol, ed è in ottimi rapporti con Mark Zuckerberg, con cui spesso si confronta anche pubblicamente.

Tutti investimenti più o meno remunerativi, accompagnati da un processo di formazione costante, con corsi di alto livello alla Esade Business School o addirittura ad Harvard. Nell’Agosto 2018 ad esempio, mentre i compagni sono in vacanza alle Baleari o in Grecia, Piquè è in Massachussetts, a seguire un corso in business administration. Per il numero 3 del Barcellona la carriera da imprenditore sembra ben più che un semplice hobby.

Piquè alla presentazione delle Finals di Coppa Davis. Competizione gestita e sponsorizzata dal suo fondo Kosmos

Sportivo di successo, imprenditore e attivista politico. Definire Gerard Piquè semplicemente un calciatore è riduttivo. Allo stesso tempo parliamo di un personaggio estremamente divisivo, soprattutto in patria, protagonista di frequenti uscite sopra le righe. Le qualità calcistiche sono innegabili, ma negli ultimi anni di crisi del Barcellona Piquè sta lentamente affondando al timone della sua squadra.

Delle qualità da leader viste con Guardiola o nei primi anni in Nazionale sembra essere rimasto davvero poco, mentre prova a risollevare un club perso nei meandri di una gestione finanziaria disastrosa. Spetta anche a lui provare a risollevare le sorti di una squadra al momento alla deriva.

Le ultime, difficili, stagioni ci stanno portando a rivalutare l’intera carriera di Piquè, trovatosi (casualmente?) protagonista in alcune delle realtà più vincenti della storia del calcio. Come ricorderemo alla fine Gerard Piquè? Solo come un ottimo imprenditore e un politico di successo? O anche come un grande calciatore?

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Studente di economia, classe '93, nato e cresciuto a Rimini. Si avvicina al calcio sin da piccolo, grazie ad un certo Roberto Baggio e ai Mondiali del 2002. Tifoso rossoblù per adozione, dopo aver vissuto per qualche anno a Bologna. Si limita a giocare a calcetto la domenica, data la poca qualità con il pallone tra i piedi, e a seguire qualsiasi campionato visibile in TV. Altre passioni: MLB, sci alpino e la settima arte.

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