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- di Marco Scalas

Lorenzo Pellegrini si è preso la Roma


L'inizio di stagione di Lorenzo Pellegrini ha lasciato pochi dubbi: un altro figlio di Roma è pronto a caricarsi la squadra e la città sulle spalle.


In principio fu Totti, poi toccò a De Rossi e ora è il turno di Lorenzo Pellegrini. In realtà la storia della Roma calcistica, fatta di bandiere figlie della città eterna, inizia ben prima dell'avvento del Pupone. Una linea temporale che ha visto ergersi a idoli incontrastati della tifoseria giallorossa giocatori come Bernardini, Amadei, De Sisti, Bartolomei, Conti e Giannini, solo per citarne alcuni. La dinastia è stata portata avanti egregiamente da Francesco Totti e Daniele De Rossi. Il primo ha incarnato la parte divina, inarrivabile, incontestabile nei cuori dei tifosi giallorossi e il secondo che ne ha impersonato l'anima, la parte più vulnerabile ma anche più rappresentativa di tutte. Quella con cui tutti i tifosi romanisti hanno potuto identificarsi più di una volta.

L'addio di entrambi nel giro di soli due anni è stato un colpo quasi impossibile da assorbire per l'affezionato popolo romanista: da sempre abituato nel bene o nel male ad aggrapparsi a quelle due figure, enormi ancore di salvezza, qualsiasi cosa accadesse. Roma e la Roma si sono trovate così per la prima volta nude, scoperte, private delle proprie sicurezze.

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La fine di un'era per il popolo giallorosso

In quel momento gli onori e gli oneri, inevitabilmente pesantissimi, di portare avanti la tradizione di capitani e bandiere capitoline sono toccati ad Alessandro Florenzi. L'esterno giallorosso già in pianta stabile in prima squadra dai tempi del Zeman bis, che non è mai riuscito a scaldare i cuori dell'esigente tifoseria romanista. Florenzi, la cui avventura in giallorosso era partita alla grande: gol, giocate e un' inesauribile corsa che tanto fecero ben sperare tutto l'ambiente romano e non solo.

Lo stesso Florenzi la cui carriera è iniziata a precipitare in virtù di un girovagare per tutte le zone del campo che non ha mai permesso al numero 24 di costruire una figura ben definita di se all'interno della sua lunga avventura in maglia giallorossa. I due terribili infortuni ai crociati hanno poi fatto il resto. L'avventura del giocatore con la sua squadra del cuore può riassumersi in un gigantesco "Poteva essere ma non è stato".

Il classe '91 non è riuscito a imporsi per una lunga serie di circostanze, ma soprattutto perché agli occhi dei tifosi non è mai stato Totti e non è mai stato De Rossi. Non si è mai avvicinato al talento del primo, non si è mai accostato alla leadership e allo spessore caratteriale del secondo. Rimanendo così schiacciato da un'eredità troppo ingombrante, con la fascia da capitano tramutatasi in un fardello troppo grande da portare. I numerosi contenziosi con la tifoseria hanno poi di fatto messo la pietra tombale alla storia di Alessandro Florenzi con la Roma, lasciando nuovamente vacante quel posto nel cuore della tifoseria.

L'Inizio di una nuova era: il ritorno del figliol prodigo

Nel 2017 la Roma è decisa ad aprire un nuovo ambizioso ciclo, con l'avvento di Di Francesco in panchina e l'insediamento nel club del DS Monchi, uno dei più vincenti e fino a quel momento ambiti di Europa. La squadra è orfana di Francesco Totti e Momo Salah, ma l'entusiasmo nell'ambiente è alto. Nella movimentata campagna acquisti del dirigente andaluso spunta il nome di un giovane ragazzo romano, che tanto stuzzica le fantasie della tifoseria capitolina.

Il nome è ovviamente quello di Lorenzo Pellegrini, prodotto del vivaio giallorosso tornato alla base dopo l'esperienza col Sassuolo. Alla Roma ritrova così il suo mentore Di Francesco, col quale ha dimostrato in neroverde di poter ambire ad una squadra da zone alte di classifica. Col numero 7 sulle spalle il giocatore si ritaglia da subito il suo spazio nello scacchiere del tecnico abruzzese.

La qualità c'è e ci mette poco a manifestarsi, ogni qualvolta il giocatore viene chiamato in causa mette in mostra un pezzo del suo repertorio. Piede educatissimo, buon dinamismo e intelligenza tattica superiore: tuttavia fin dalla sua prima stagione in giallorosso emergono le prime incognite sul giocatore. Nonostante i suoi 186 cm, infatti, risulta essere quel tipo di calciatore troppo leggero per dominare la mediana e imporsi nella zona nevralgica del campo. Allo stesso tempo, nonostante le innegabili qualità, mancano i tempi di inserimento e la confidenza col gol per affermarsi come centrocampista box-to-box, ruolo in cui, in quell'anno, il compagno Radja Nainggolan è maestro assoluto. Pellegrini conclude comunque la sua annata con 37 presenze totali e 3 gol, candidandosi ad un ruolo da protagonista per la stagione successiva.

Nel 2018 l’avventura di Lorenzo Pellegrini con la maglia della Roma sembra iniziare nel migliore dei modi. Nainggolan ha abbandonato la nave, accasandosi all’Inter e Il 28 settembre 2019 Eusebio Di Francesco lo prova per la prima volta nell’inedito ruolo di trequartista. Non in una partita qualsiasi, ma nel sentitissimo derby contro la Lazio. La risposta non si fa attendere e il numero 7 giallorosso apre le marcature con uno stupendo gol di tacco che lo consegna alla storia della stracittadina romana, incidendo indelebilmente la propria firma nel cuore dei tifosi giallorossi, colpendoli nella loro più grande debolezza. Un gol così, in un derby vinto per 3-1, siglato da un ragazzo 23enne del vivaio di casa, è quanto di meglio per infiammare una piazza già rovente come quella romanista.

Qualche infortunio di troppo ne limita tuttavia il rendimento e l’esplosione, accentuandone il rendimento altalenante. Nelle 33 presenze stagionali complessivamente non riesce a fare meglio della stagione precedente. Le doti sono innegabili ma emergono solo a sprazzi, e nel complesso continua a mancare qualcosa. I troppi ghirigori al momento di effettuare la giocata decisiva gli fanno perdere di efficacia e i bonus continuano a latitare. Pellegrini è come intrappolato in un limbo in cui il giocatore è ben consapevole di avere gli occhi di tutti puntati addosso, sentendosi perciò in dovere di riuscire nel colpo ad effetto piuttosto che badare al concreto. Fatto che, ancora una volta, gli fa perdere tanti, troppi tempi di gioco e gli fa chiudere la stagione con tre reti realizzate e una manciata di assist: poco, troppo poco per un calciatore con le sue qualità.

L'arrivo di Fonseca e la centralità nel progetto

La Roma conclude l’annata 2018-2019 con un mesto sesto posto finale. Il progetto Monchi è naufragato malamente, con il dirigente iberico che abbandona la nave a stagione in corso e con un Di Francesco lasciato in balia degli eventi, delegittimato dallo spogliatoio e ormai solo l’ombra dell’allenatore che solo una stagione prima aveva portato la truppa fino ad una Semifinale di Champions League. A condurre la nave in porto ci pensa l’esperienza di Claudio Ranieri che pilota la squadra ad un tranquillo finale di stagione privo di particolari acuti. La situazione tuttavia è chiara, la Roma è vittima di un ridimensionamento non indifferente: non è più la squadra in grado di contendere uno scudetto alla Juventus, ma neanche più una squadra in grado di centrare sistematicamente un posto per la Champions League.

Nel 2019-2020 la panchina giallorossa viene affidata a Paulo Fonseca ed è qui che la carriera di Lorenzo Pellegrini prende una svolta decisiva. I veterani della squadra hanno ormai salutato quasi tutti. Lui insieme a Edin Dzeko è uno dei maggior rappresentanti della squadra, e questa cosa Pellegrini la sente, la percepisce.

Nelle passate stagioni, vuoi per l’elevata concorrenza, vuoi per l’acerbità del giocatore, il centrocampista non si era mai sentito parte centrale del progetto. Era considerato ancora un prospetto, ma non l’uomo a cui era richiesto di fare la differenza. Con Fonseca Pellegrini capisce fin da subito che la musica è cambiata, che quella può e deve essere la sua occasione e che è arrivato il momento di prendersi la scena. Il giocatore si avvia verso i 25 anni, il momento della maturità non si può più rimandare e c’è un’intera tifoseria a cui dimostrare di non essersi sbagliati. 

Il tecnico portoghese gli consegna finalmente la centralità del progetto e del gioco, lo responsabilizza, esaltandone le doti. Lo impiega alternativamente come interno di centrocampo o tra i due trequartisti dietro la punta consegnandoli di fatto le chiavi del gioco della squadra. Il 15 settembre del 2019, nella partita casalinga contro il Sassuolo, Pellegrini mostra finalmente al mondo cosa è in grado di fare e quali sono le sue qualità. Nel 4-2 finale in favore dei giallorossi il numero 7 si prende letteralmente la scena. Domina da solo i neroverdi, dispensando 3 assist di pregevole fattura per i compagni: il primo da calcio piazzato, il secondo con un bel ricamo da trequartista puro al ridosso del limite dell’area e il terzo con un lancio di 30 metri di tottiana memoria.

Le difficoltà della squadra tuttavia finiscono per coinvolgere anche lui e nonostante l'evidente miglioramento, a livelli di efficacia, delle sue giocate, non riesce a risollevare le sorti dell'anonima stagione romanista. A fine stagione la Roma arriverà quinta, proprio dietro agli odiati cugini laziali e Pellegrini chiuderà la stagione col solito scarso feeling col gol. I 9 assist in campionato, però, lo mettono tra i tre migliori assistman del torneo e sono un dato importante, che non fa altro che evidenziarne la crescita, preludio per quello che sarà la stagione successiva.

La fascia da capitano e l'improvvisa esplosione

Nell stagione 2020/2021 Pellegrini sa di avere le responsabilità della squadra su se stesso. Non è più uno dei calciatori più giovani della rosa e di certo è uno dei più longevi in maglia giallorossa. Molti dei suoi compagni che un tempo gli contendevano il posto sono migrati verso lidi migliori ed è ben conscio che il salto di qualità non può più attendere in una piazza così esigente come quella romana.

Il campionato della squadra inizia bene, nelle prime 12 partite la Roma perde solo due volte e si tiene saldamente nelle posizioni di vertice. Pellegrini è uno degli artefici maggiori di questo inizio sprint dei giallorossi, col giocatore bravo a destreggiarsi tra la mediana e la trequarti con grande disinvoltura ed efficacia, coadiuvato dal gran lavoro di Veretout al suo fianco.

A dicembre tuttavia qualcosa nel rapporto tra Dzeko e Fonseca si rompe. Edin è sempre più lontano con la testa e il cuore dal club giallorosso e il suo rendimento ne risente. A ridosso della pausa natalizia gli screzi tra il gigante bosniaco e il tecnico portoghese sono ai massimi storici, e il capitano finisce per un breve periodo ai margini della squadra. Ed è li che tutto avviene in maniera quasi naturale, spontanea: la fascia scivola dal braccio del numero 9 a quella del numero 7, in un passaggio di consegne che segna un punto di non ritorno della carriera di Pellegrini.

Da quel momento è lui il capitano della Roma. Da quel momento è lui il giocatore più rappresentativo del club, quello chiamato a caricarsi la squadra sulle spalle. É il 23 gennaio e Lorenzo gioca la sua prima partita da capitano effettivo della squadra. Nella pirotecnica partita vinta dalla Roma sullo Spezia per 4-3 Pellegrini si erge a salvatore della patria, e con un assist e un gol nei minuti finali regala la rimonta e i tre punti alla squadra, mandando in estasi il tifo giallorosso.

La stagione prosegue tra tante vicissitudini e la squadra di Fonseca perde progressivamente terreno in campionato, complici le enormi difficoltà nei big match. In queste difficoltà è proprio Pellegrini il faro della Roma, l'uomo a cui la squadra si aggrappa nei momenti di maggiore difficoltà, ma anche quello che ci mette la faccia quando ci sono da affrontare le dure contestazioni della tifoseria. La crescita e la completa maturità del giocatore è ormai evidente. Pellegrini al suo primo anno da capitano giallorosso porta la fascia con una disinvoltura mai appartenuta, ad esempio, al suo predecessore Florenzi, rivelando come questi sia il prescelto, l'erede designato, ad accogliere la pesante eredità lasciata da Totti e da De Rossi nel cuore dei tifosi.

Il numero 7 conclude la sua stagione limando quelle che fino ad allora erano state le sue pecche, partendo innanzitutto dai numeri: i gol totali sono 12, gli assist 10. Pellegrini va in doppia doppia, ed in un colpo solo quadruplica il bottino di gol stagionali, che fino ad allora, nel passato ,si erano sempre fermati a tre. Finalmente si assesta sugli score dei migliori centrocampisti della Serie A. Anzi, per la prima volta fa meglio dei vari Luis Alberto, Milinkovic Savic, Barella, Calhanoglu. Proprio coloro coi quali, nelle passate stagioni, i numeri a confronto erano stati fortemente impari.

L'annata termina con la cavalcata della Roma fino alla semifinale di Europa League e un brutto settimo posto in campionato. Tuttavia nella gestione Fonseca, Pellegrini ha ormai alzato l'asticella, arrivando a un punto di non ritorno: serve ora la conferma di quanto fatto vedere in stagione per dimostrare di essere un grande giocatore.

Mourinho e la definitiva consacrazione

L'arrivo di Mourinho in panchina è ciò che serve a Pellegrini per lo step successivo della sua carriera. Con Fonseca il giocatore ha trovato terreno fertile per la sua crescita tecnica, diventando il fulcro della squadra. Ha limato gli spigoli più evidenti del suo gioco, dando priorità all'efficacia, senza tuttavia mai tralasciare l'estetica, timbro inconfondibile del suo modo di giocare.

Con l'arrivo dello Special One il numero sette ha la possibilità, finalmente, di fare lo step dal punto di vista mentale, quello che con Fonseca ancora non era riuscito a vedersi del tutto, specie quando la posta in palio della partita cresceva. Lo stesso Mourinho ci mette poco a capire il potenziale del giocatore e che da lui dovrà partire per costruire la sua Roma. La frase del tecnico portoghese che afferma che "Se avessi tre Pellegrini giocherebbero tutti e tre" può sembrare la solita frase ad effetto del Mago di Setubal, ma nasconde in realtà una sacrosanta verità.

L'inizio di stagione di Pellegrini è un misto di onnipotenza calcistica e cattiveria agonistica in piena regola. Il centrocampista, nelle prime nove partite della gestione Mourinho, mette a segno sette gol e due assist, praticamente una contribuzione ogni 90 minuti: numeri da capogiro che trascinano la piazza e la squadra, ormai totalmente dipendente dalla presenza del capitano in campo. Ne rende piena testimonianza il Derby perso malamente dai giallorossi, in cui Pellegrini è assente per squalifica e in cui è ancora più evidente lo spaesamento della squadra una volta arrivata sulla trequarti.

La trasformazione di Pellegrini in leader totale della squadra è completa, il famoso step mentale inizia a vedersi e basta dare un fugace sguardo per notare come siano cambiati il linguaggio del corpo e la mimica facciale stessa del giocatore. Pellegrini non è più il ragazzino che fino a sole due stagioni prima sgomitava per ritagliarsi spazio, il suo sguardo non tradisce più nessuna emozione, se non quella di fare più male possibile all'avversario. C'è la piena consapevolezza in lui di essere finalmente un giocatore in grado di fare la differenza, ne è consapevole lui, lo sono i compagni e anche i tifosi, che alle sue giocate iniziano ad aggrapparsi sempre più frequentemente.

Le prodezze contro Salernitana e Verona testimoniano poi il ritrovato feeling con la porta, che Pellegrini vede ormai in tutti i modi. Dalla distanza, di tacco, di inserimento, a giro, poco cambia per il numero 7. Il suo più grande limite è diventato la sua più grande forza, col calciatore ormai divenuto un habitué del gol, capace di trovarlo in ogni modo, come il più completo dei centrocampisti.

La stagione è ancora lunga e la Roma, Mourinho e Pellegrini dovranno dimostrare di avere le spalle abbastanza larghe da non soccombere agli umori di una piazza difficile come quella capitolina. Quel che è certo è che il tecnico portoghese è pronto a fare scintille per portare un trofeo a Trigoria dopo 13 anni, cosi come è sicuro che la Roma e i suoi tifosi abbiano trovato in Lorenzo Pellegrini il capitano che tanto cercavano, un altro figlio della città eterna, l'ennesimo, a cui affidare tutte le speranze dei loro vecchi cuori giallorossi.

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Nato sotto il sole della Sardegna nell'ormai lontano 1993, dopo un' infanzia all'insegna del basket, abbandona la palla a spicchi per dedicarsi anima e corpo a quella da calcio. Un amore tuttavia mal corrisposto. Tifoso romanista da sempre e in quanto tale incline alla sofferenza e all' auto-sabotaggio. Amante dello sport in tutte le sue forme, ma ancor più di tutte le storie, piccole e grandi, di cui esso si nutre.

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