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3 min

- di Antonio Mazzolli

Considerazioni sparse su “Il migliore. Marco Pantani”


C'è un Marco Pantani pubblico, quello delle imprese eroiche e delle cadute. Poi c'è un Marco Pantani intimo, che non conoscevamo e che meritava un riconoscimento simile. Per questo, chi lo amava e ha coltivato negli anni il suo mito, non può perdersi questo spaccato emotivo e personale del campione romagnolo.


- Partiamo innanzitutto col dire che questa è una ricostruzione diversa da tutto l’inventario a disposizione sul Pirata. E’ un film che parla di Marco, non di Pantani. Della vita, non della morte. Non ha la pretesa di seguire un filo cronologico, ma mette i fatti di Madonna di Campiglio (con tutte le sue contraddizioni) al centro: inizio di tutti i mali e fine di ogni ambizione. Da quel momento lì, lo sappiamo, Marco Pantani non è più stato quello che era prima;

- Il ritratto è quanto più intimo possibile: vengono aperte le porte di casa sua, per la prima volta. Dall’appartamento in cui viveva, alla piadineria della famiglia, ai bar e le spiagge che frequentava. Vengono interpellati gli amici più cari (che finora erano stati ai margini del racconto di Pantani), così come i genitori e la sorella. Gli aneddoti sono tanti, così come le immagini inedite, tutte in salsa romagnola: i giri in moto, i karaoke, la pittura. Momenti semplici e goliardici di un uomo che potrebbe essere ancora tra di noi se solo fosse stato libero di vivere la sua vita (e se avesse ricevuto le scuse da parte di qualcuno);

- Per spiegare chi fosse Marco Pantani c’è bisogno di riportare due flash diversi del film. Il suo essere maniacale, ma non solo nella messa a punto della bicicletta. Era sensoriale tanto da accorgersi dell’inclinazione sbagliata di un grado del sellino, non adatta a lui, quanto nella preparazione degli strumenti per la caccia con gli amici. E poi l'epicità che ci ha lasciato: Marco Pantani era quel tipo di atleta per cui avresti messo le transenne a Campiglio per bloccare il Giro d’Italia (come racconta uno dei suoi tifosi più rappresentativi, un uomo enorme dalla vigorosa tempra romagnola), ma allo stesso tempo ti fa piangere mentre ricordi i momenti che ti ha lasciato. Emozionalmente il più grande atleta italiano di tutti i tempi;

- Il film non vuole cercare insistentemente la verità sulla morte di Marco Pantani: su quello si è abbondantemente letto, scritto e visto. E forse non si arriverà mai a una verità oggettiva. Ma c’era bisogno di capire il vissuto di un uomo tanto forte quanto fragile, al di fuori dalla folla e dal chiacchiericcio dei media (e di un accanimento giudiziario) che non lo ha lasciato respirare e poi lo ha pianto quando non c’era più nulla da fare. In questo senso non sono velati neanche gli attacchi a Candido Cannavò, il vero voltagabbana della vicenda prima e dopo Madonna di Campiglio. Ma la ricostruzione non ha il fine di un’esaltazione eroica del Pirata: solo spiegare chi fosse tramite i racconti genuini della gente di Cesenatico, che meglio di altri ha vissuto l’apice e i momenti bui. Nessun giornalista potrà mai raccontare determinate fotografie della memoria in modo così spontaneo e rispettoso. Ci sono momenti che solo chi li ha vissuti insieme a Marco può custodire;

- L’utilizzo degli archivi e la lentezza dei primi piani su Pantani sono sapienti per la storia che si voleva raccontare, e fanno capire i tormenti di un uomo ormai avvilito nei suoi ultimi anni, lontano dall’atleta che era più forte e tenace degli altri “non per chimica, ma per talento”. Paolo Santolini, il regista del film, in questo senso restituisce un immagine senza urla, senza grida, senza clamore. Quasi sussurrando con tenerezza. Non a caso è considerato dalla madre il primo vero film su suo figlio. E nella sua personale e vera commemorazione ci lascia con una frase che speriamo possa essere una promessa un giorno mantenuta: “La verità su Marco Pantani deve ancora essere scritta”. E noi ce lo auguriamo con tutto il cuore.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nato nel 1997 nella provincia toscana e laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Innamorato del calcio grazie alla partita del Torneo di Viareggio che si giocava una volta all'anno nel mio paese e alle VHS con le sfide della Juventus per intero. Tifoso dei bianconeri, dell'Hockey Follonica (squadra della mia città) e della vecchia Montepaschi Siena. Mi emoziona qualsiasi tipo di impresa sportiva e cerco di scoprire prima il lato umano e poi agonistico dei protagonisti nel mondo dello sport. In attesa di ricominciare a studiare, osservo, memorizzo e prendo appunti.

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