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- di Luca Corbelli

Perché l'omosessualità nel calcio è (da sempre) un problema


Lo stereotipo dell'atleta, la sanguinosa scelta tra la carriera e il coming out, le differenze di approccio alla questione tra uomini e donne. Come affronta il tema dell'omosessualità il mondo del calcio?


In un periodo storico in cui si discute su episodi di razzismo negli stadi, sulla possibilità o meno di inginocchiarsi prima delle partite, su quali provvedimenti si dovrebbero adottare nei confronti dei responsabili - è pacifico che la filosofia repressiva da sola non funzioni, basti guardare a Paesi più virtuosi del nostro dove i colpevoli sono espulsi a vita dagli impianti e multati dall'autorità giudiziaria - il tema dell'omosessualità nel calcio si propone come una sfumatura di grigio all'interno di un arcobaleno. C'è ma non si vede. O meglio, c'è ma non rileva.

Il problema è che, in realtà, questa sfumatura di colore esiste e cerca - solitamente invano - di farsi largo tra i colori più vivaci e maggiormente accattivanti per l'osservatore. Le uniche volte in cui è dato accorgersi di questo grigio è quando un esponente del mondo del calcio - ovviamente molto conosciuto e per questo oggetto di attenzioni - tuona con una frase più o meno ridicola aprendo una specie di dibattito sul tema che, asciugato dall'ignoranza e dai luoghi comuni, solitamente si riduce a questa domanda: vale o meno la pena per un calciatore omosessuale dichiarare il proprio orientamento durante il corso della carriera? Ed eccolo l'osservatore medio, una volta letta la domanda, pronto ad abbandonare il vestito dell'antirazzista e a cercare nell'armadio quello del gay-friendly o, come si dice, sostenitore della comunità LGBT (che, poi, ricorda la sigla solo perché la associa a quella di un videogioco).

Casualmente, però, non riesce a trovare il vestito nell'armadio e, in preda al panico, inizia a cercare qualcosa che lo faccia somigliare a chi desiderava apparire. Si racconta qualche stronzata, si ricorda quanto sia importante tutelare le minoranze, e dopo pochi istanti si torna a parlare di argomenti più interessanti; si finisce così per mettere via la maschera e si ritorna in abiti comodi. Ci sarà tempo per cercare il vestito adatto, ammesso che ci sia.

omosessualità

Uscendo di metafora, e premesso che non esistono battaglie di importanza tra soggetti discriminati, l'omosessualità nel mondo del calcio è un tema che non interessa. Le conquiste compiute dall'intera comunità LGBT evaporano non appena si sente rotolare un pallone, e si nascondono non appena si varca la soglia di uno spogliatoio.

In base a una delle ultime e più autorevoli ricerche svolte sull'argomento, commissionata dall'Unione Europea nell'ambito del programma Erasmus+ del 2020 (consultabile al seguente link: https://www.out-sport.eu/wp-content/uploads/2019/11/OUTSPORT-RESEARCH-Report-EU-Relevance-of-SOGI-in-Sport-in-Europe.pdf), emerge quanto segue: il 90% delle persone LGBT intervistate ha dichiarato di percepire l’omofobia e la transfobia nello sport come un problema attuale; l’82% ha avuto esperienze di linguaggio omo/transfobico durante la pratica sportiva nei 12 mesi antecedenti all’intervista; il 33% non parla della propria sessualità in ambito sportivo; il 20% ha rinunciato all’idea di praticare una disciplina sportiva a causa delle preoccupazioni inerenti al proprio orientamento/identità di genere; infine, il 16% ha descritto almeno un’esperienza spiacevole legata allo sport (insulti verbali, emarginazione, provocazioni, violenza fisica), in un caso su due realizzata da un/a compagno/a di squadra.

Questi dati, custodi di un fardello tanto invisibile quanto pesante da sostenere, si riferiscono a persone dichiaratamente omosessuali e/o appartenenti alla comunità LGBT: dunque, si provi a immaginare l'enorme porzione di ragazzi, ragazze, uomini e donne che invece non riesce a manifestare il proprio orientamento sessuale mentre pratica sport. Non è un caso che, rimanendo nel calcio, i pochi professionisti che hanno deciso di aprirsi pubblicamente lo hanno fatto solo al termine (o quasi) della propria carriera (su tutti si ricordi il compianto Justin Fashanu).

Per comprendere le difficoltà connesse a questo tipo di dichiarazione è sufficiente pensare agli ostacoli quotidiani che abitano i luoghi di lavoro, le nostre famiglie o i gruppi di amici. Uno sguardo, una battuta, un insulto, una qualunque forma di emarginazione: qualsiasi cosa che ti faccia sentire sbagliato o non accettato. Sentirsi costantemente a disagio con sé stessi e con gli altri così da non poter estrinsecare la propria personalità è il peccato più grande che una società possa commettere: accade nella vita di tutti i giorni, accade anche nello sport.

omosessualità
Justin Fashanu

Inoltre, all'interno del pianeta calcio troviamo altre questioni che alimentano l'irrequietudine degli atleti e che contribuiscono a calcificare il silenzio sul tema trattato. La domanda riportata all'inizio- "vale o meno la pena per un calciatore omosessuale dichiarare il proprio orientamento durante il corso della carriera?"- non deve essere il punto di partenza per una corretta e compiuta analisi del fenomeno, ma costituisce certamente un passaggio nevralgico, il nervo scoperto più appariscente. Il timore di perdere i benefici legati al proprio status di sportivo è una delle ragioni del mancato coming out da parte dei professionisti.

Non si fa riferimento ai soli emolumenti percepiti dagli sponsor o alle possibilità di carriera, ma anche all'immagine che inevitabilmente verrebbe associata al calciatore di riferimento. Se i risvolti economici della questione sono di immediata percezione, più complicato, ma non impossibile, è provare a immedesimarsi in un atleta gay che decida consapevolmente di manifestare la propria natura. Nel migliore dei casi egli diventerebbe il simbolo di una comunità e anche un riferimento per migliaia di persone, aspetti questi certamente positivi, ma non necessariamente ricercati o desiderati. Egli finirebbe per essere strumentalizzato in bonam partem da quella porzione di società che rivendica animatamente e giustamente la fine di soprusi e di mancati riconoscimenti. Diverrebbe lo stendardo dei più deboli, lo scudo e la spada con cui affrontare l'impari lotta contro i pregiudizi della società civile. E nonostante l'ineluttabile ausilio che porterebbe alla causa, non è corretto far pesare sulle spalle di un'unica persona secoli irrisolti di inciviltà e omofobia. Considerando invece la peggiore delle ipotesi, gli insulti con cui verrebbe costantemente etichettato da avversari e tifosi cesserebbero di fare notizia dopo qualche giornata di campionato. Inoltre, episodi discriminatori potrebbero verificarsi anche a opera dei propri compagni.

Lo spogliatoio, tempio sacro e inviolabile, custode delle tradizioni e dell'anima della squadra, può trasformarsi nell'altare del sacrificio, il palcoscenico dove schernire più o meno volontariamente il malcapitato di turno. Per non parlare delle mancate prese di posizione e di sostegno del club di appartenenza, troppo spesso reo di creare quel condotto - tanto temuto quanto disprezzato dall'atleta - verso la solitudine.

Eppure, nonostante lo scenario descritto, c'è una parte di questo mondo in cui dichiararsi gay appare più semplice: il calcio femminile. Premesso e precisato che gli uomini e le donne sono nettamente diversi nell'approccio tecnico ed emotivo allo sport (per approfondimenti chiedere al maestro Julio Velasco), la storia del movimento calcistico femminile dimostra gli enormi sacrifici compiuti dalle giocatrici per acquisire ciò che è stato riconosciuto di diritto ai colleghi maschi (peraltro, raggiungeranno solo dalla prossima stagione o lo status di professionista). Invero, mentre verso questi ultimi si rivolgono maggiori disponibilità economiche, strutture e opportunità, le ragazze sono obbligate a farsi spazio con i gomiti per rivendicare, da un lato, le prerogative minime, e per combattere, dall'altro, i malcostumi e le violenze che abitano frequentemente gli stadi.

Un Velasco d'annata, sulle differenze d'approccio allo sport agonistico tra uomini e donne.

Non si tratta di ridurre la questione a una mera contrapposizione tra uomini e donne, ma è un chiaro dato di fatto che in un mondo (tra gli altri) sessista, maschilista e misogino come il nostro, tratti questi che acquisiscono una connotazione ancora più marcata nell'ambito del fùtbol, ogni conquista compiuta dal movimento femminile ha il sapore di una rivendicazione sociale. Solo per chiarire quanto esposto: qualche settimana fa il campionato di calcio femminile statunitense - uno di quelli più all'avanguardia - ha subito un arresto in quanto le giocatrici si sono rifiutate di scendere in campo per protestare contro gli abusi sessuali e i maltrattamenti subiti e denunciati da alcune colleghe contro i loro allenatori.

A questo fatto sono seguite le dimissioni del commissioner del torneo Lisa Baird. Recentemente Mélissa Plaza, ex calciatrice francese e oggi psicologa dello sport, ha dichiarato in merito al tema degli abusi: «il nostro posto era precario, eravamo così poco considerate che eravamo pronte a tutto pur di non perderlo. Ho sentito un allenatore dire all'intervallo:"Volete fare le stronze con me, vi scoperò tutte uno per uno", indicandoci. Concluse dicendoci che se non avessimo vinto per 8-0 saremmo tornate a casa a piedi» (intervista rilasciata a Syane Dalmat per l’Équipe).

Dunque, in un mondo del lavoro fondato sulla disuguaglianza di genere, in cui troppe volte occorre guadagnarsi il rispetto con gesti plateali di denuncia, manifestare un orientamento sessuale non tradizionale è solo l'ennesima porzione di spazio vitale da dover conquistare per sentirsi realizzate in quanto donne.

Mélissa Plaza

Anche qualora non si concordasse con questa lettura, l'assunto in base a cui questo argomento sia percepito in modo differente in ambito femminile e maschile è dimostrato da episodi come il seguente: un giornalista Rai ha raccontato a una trasmissione radiofonica di essersi ritrovato nello stesso vagone del treno con le giocatrici della Roma, reduci dalla trasferta di Milano. Come se fossero in un talk- show, le ragazze discutevano sulla bontà o meno della scelta di alcune colleghe (tra cui Elena Linari, all'epoca in forza all'Atletico Madrid) di fare coming out in un momento di crescita così cruciale per l'intero movimento femminile. Nello specifico, il dissenso di alcune ragazze era giustificato dal non voler alimentare quelle rozze "fobie" dei genitori secondo cui iscrivere la propria figlia ad una scuola calcio l'avrebbe 'trasformata' automaticamente in una lesbica.

Ora, considerato che non ci è dato sapere su cosa discutono i dirigenti uomini di FIGC, Lega e club di Serie A di ritorno dalle trasferte, l'episodio descritto delinea in modo ancor più netto un ambiente - quello femminile - abitato da una maggiore sensibilità sul tema e dalla naturale predisposizione al confronto sulle questioni che concernono la piena realizzazione dell'essere umano.

Per gli uomini, invece, è il discorso opposto. Non ci sono nemmeno le condizioni per provare ad affrontare una tematica come questa: è come se ci fosse un rifiuto primordiale, un muro che non merita di essere abbattuto.

E la dimostrazione di quanto scritto proviene dalle parole degli stessi protagonisti. Philipp Lahm, stella del Bayern Monaco e della nazionale tedesca campione del mondo nel 2014, ha affermato - nella sua biografia «Das Spiel. Die Welt des Fussbals» - in merito alla possibilità di fare coming out che «se qualcuno avesse in mente di farlo e dovesse chieder(mi) consiglio, gli suggerirei di consultarsi con una persona di fiducia e fare onestamente i conti con sé stesso, su quali siano i veri motivi per questo passo, (...) ma non gli consiglierei mai di parlare di questo tema con i suoi compagni di squadra. (Egli) dovrebbe mettere in conto che in molti stadi verrebbe fatto oggetto di insulti, offese e frasi diffamatorie: chi lo sopporterebbe e quanto a lungo?». E ancora: «Mi sembra che attualmente nella Bundesliga ci siano poche chance di osare con successo un passo simile e uscirne senza danni personali».

Alla versione dell'ex capitano tedesco aderisce la maggior parte dei colleghi maschili, o almeno chi possiede una parvenza di posizione al riguardo. Senza voler essere onniscienti, è noto come il DNA del calcio- e dello sport di squadra in generale - sia composto anche da stereotipi, che contribuiscono a delineare la figura dell'atleta tipo, dotato di virilità, di potenza fisica e di coraggio. Tutti aspetti che si contrappongono - nell'immaginario collettivo - all'omosessuale, così lontano dai canoni di mascolinità indicati. La filosofia millenaria dell'atleta standard, così salda e radicata nella cultura sociale e sportiva, sovrasta ogni posizione antitetica: citando ancora la legge dello spogliatoio, ogni tipo di insicurezza o di possibile apertura verso quanto non è 'eterosessuale' o 'tracotante' verrebbe letteralmente divorata dalla mentalità straight della tribù.

«Immaginatevi i discorsi in uno spogliatoio, e certe battute sull’omosessualità. Anche questo ti impedisce di fare coming out, la paura della reazione dei tuoi compagni» (Thomas Hitzlsperger, ex calciatore gay di Lazio e Stoccarda). In altre parole, il calciatore omosessuale non è altro che un emarginato, un succube di un sistema fondato (anche) sugli stereotipi e sul machismo. In un contesto del genere, provare ad aprirsi e a parlare delle sfumature più personali e intime della propria anima è pura utopia.

E allora che fare? Non si discute sulla necessità di instaurare un progresso ideologico e una piena inclusione della comunità LGBT a partire dalla società civile, in modo che di questo cambiamento si possa giovare anche lo sport. Ciononostante, è altrettanto indispensabile una presa di coscienza sull'argomento da parte di ciascuna componente del pianeta calcio. A partire dalle istituzioni. Un organo come l'UEFA, che fa del rispetto il suo mantra sacro, non può abdicare al proprio ruolo di garante in tutte quelle occasioni in cui prendere una posizione assume le vesti di una dichiarazione politica (il riferimento è all'episodio dell'Allianz Arena di questa estate, dove durante gli europei è stato negato al sindaco di Monaco di illuminare di arcobaleno l'impianto ospitante la gara tra i tedeschi e l'Ungheria, nota alla cronaca per calpestare quotidianamente i diritti della comunità LGBT).

Se lo sport si limitasse unicamente a fare spettacolo non ci si dovrebbe indignare davanti a episodi razzisti, antisemiti o blasfemi: riconoscere una funzione educativa e sociale al calcio significa favorire l'inclusione, e quindi tutelare le minoranze anche davanti a scelte politiche insulse di alcuni Paesi. Il processo di integrazione e di sensibilizzazione al tema, in cui il confronto indossa i panni dell'attore protagonista, deve necessariamente partire dalle Federazioni nazionali e internazionali, così da creare quel terreno fertile in cui ciascuna parte- calciatori, dirigenti e tifosi- possa contribuire al cambiamento di mentalità.

La sessualità è una questione strettamente personale, un viaggio affascinante lungo cui ognuno di noi si confronta con la parte più profonda di sé stesso. Ciascun atleta dovrebbe poter scegliere se manifestare o meno il proprio orientamento prima, durante o dopo la carriera, senza che ciò implichi giudizi di merito e senza sentirsi costretto a privilegiare l'ambito professionale. L'intero movimento sportivo, dal gradino più alto a quello più basso, deve creare le condizioni per raggiungere una reale inclusione.

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Allianz Arena di Monaco

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nato a Rimini il 28/9/1995, consegue il diploma presso il Liceo Scientifico A. Serpieri (corso bilinguismo) nel 2014. Di seguito si iscrive alla facoltà di iurisprudenza di Bologna (Alma Mater), dove si laurea con Lode in data 7/11/2019 con la tesi in diritto del lavoro e in diritto penale (titolo: “Il divieto di intermediazione e di interposizione nei rapporti di lavoro e i relativi profili sanzionatori”). Al momento, dopo aver concluso un tirocinio di diciotto mesi presso il Tribunale di Milano, svolge la pratica forense in uno studio legale di Rimini. Ha svolto varie attività lavorative, anche all’estero, trascorrendo due estati (Giugno-Agosto 2013, Luglio-Settembre 2014) a Bournemouth (UK). Amante del calcio e dello sport, ha partecipato a due campionati nazionali di calcio nelle categorie Allievi e Beretti con una squadra del riminese, e al termine della sua esperienza “sul campo” ha continuato a gravitare attorno al mondo dello sport. Nel 2021 ha collaborato con altre realtà editoriali con scritti di cronaca ed altri approfondimenti.

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