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, 17 Ottobre 2021

I tre fattori che hanno rivoluzionato il Napoli


Il Napoli ha iniziato questo campionato meglio di quanto anche i più ottimisti fra i tifosi azzurri avrebbero sperato: proviamo a capire cosa c'è dietro questo grande avvio degli azzurri.


Il 22 agosto 2021 ciò che sta andando in scena sul campo del Diego Armando Maradona di Napoli è tutto tranne che banale: 19 anni dopo (e no, non è il post scriptum di Harry Potter e i Doni della Morte) l'ultima volta il Venezia torna a giocare in Serie A. Ci torna a giocare soprattutto il Napoli, e non è una novità, dopo che un'altra squadra veneta, non più di tre mesi prima, aveva generato lo psicodramma nella città partenopea.

Dov'eravamo rimasti dunque? Napoli-Verona, beffa finale di un'annata sventurata conclusasi con il quinto posto in graduatoria, fuori dalla Champions per il secondo anno consecutivo. Da Torino, la Juventus sentitamente ringrazia.

La madre di tutte le disfatte in terra partenopea: a Rrahmani risponde Faraoni, 1-1 e addio Champions con esonero via Twitter di Gattuso.

L'eco della disfatta di maggio è giunta quasi intatta anche ad agosto: secondo anno senza introiti Champions vuol dire un mercato di austerity assoluta che, per una squadra dal recente passato ai vertici, vuol dire allontanarsi in maniera quasi irrecuperabile dagli stessi, specialmente se la Milano calcistica è finalmente tornata ai suoi livelli e la Juventus, dopo due tentativi di rinfrescati rigettati in malo modo, è gattopardescamente tornata sé stessa richiamando in panchina Massimiliano Allegri.

Insomma, non ci si aspetta nulla di diverso da quanto non si sia già visto a maggio: d'altronde, come fare altrimenti, se in campo non c'è nessun volto nuovo che nulla abbia a che fare con quella maledetta gara?

Un mese dopo quel Napoli-Venezia, nulla potrebbe essere più diverso: i punti in classifica sono 21, come nessun altro ha saputo fare, frutto di un percorso netto di 7 vittorie su 7, secondo miglior attacco del torneo con 18 gol fatti e miglior difesa con sole 3 reti incassate. Ma soprattutto un primo posto in solitaria che mancava dal 2018, quando i 91 punti conquistati dagli azzurri di Sarri non bastarono per riportare lo scudetto alle pendici del Vesuvio (l’articolo è stato scritto e consegnato prima della vittoria del Milan sul Verona ndr)

Qualcosa, anche se non sembrava, nei tre mesi precedenti era cambiato: ovviamente è cambiata la guida tecnica, con Luciano Spalletti chiamato a raccogliere il testimone lasciato da Gennaro Gattuso.

L'ambiente lasciato dal tecnico calabrese era una polveriera, ma anche sotto il punto di vista tecnico-tattico le crepe non erano poche: quella ereditata dal tecnico di Certaldo è una squadra dall'enorme potenziale, specialmente offensivo, non del tutto espresso; ma terribilmente fragile mentalmente innanzitutto, spesso impaurita e svagata in mezzo al campo, autrice di errori da matita blu che una squadra di tale calibro non dovrebbe mai permettersi. Spalletti ha saputo mettere le mani in un argilla di qualità, ma dispersa e disordinata, e ha saputo mettere ogni cosa a suo posto, candidandosi insieme alla sua squadra a un campionato da protagonisti per i primi quattro posti almeno.

Per farlo in maniera così efficiente e in così poco tempo, Spalletti ha potuto contare su tre fattori fondamentali: proviamo a vedere quali, facendoci guidare proprio dalle parole di Spalletti.

1) "Uomini forti, destini forti"

Che Osimhen fosse destinato a grandi cose, nonostante un percorso non sempre lineare e tutt'altro che semplice (a guardare anche il punto di partenza), lo avevamo per certi versi intuito già lo scorso anno, quando nel finale di stagione si era messo tutti i problemi fisici (grave infortunio alla spalla prima, poi l'infezione da Covid-19) ed era riuscito comunque ad accumulare 10 gol in 24 partite in Serie A.

Che Fabian Ruiz avesse le stimmate per essere uno dei migliori centrocampisti del campionato poi, ci è stato chiaro sin dal suo primo anno alle pendici del Vesuvio.

Insigne e Koulibaly poi, colonne portanti di questo Napoli fin dai tempi di Sarri se non prima, non hanno certo bisogno di presentazioni.

Se così stanno le cose è legittimo chiedersi - come fecero vent'anni fa Aldo, Giovanni e Giacomo dopo la partita contro i marocchini sulla spiaggia - come abbiano fatto a non qualificarsi in Champions per due anni consecutivi. Le risposte sono molteplici, complesse, incomplete e fuori dalla portata di questo pezzo e soprattutto del suo autore: tuttavia Spalletti ha saputo ripartire proprio da questi uomini, materiale di prim'ordine per il suo modo di giocare, e ne ha ribadito la centralità all'interno del suo sistema tattico, cucendo come un sapiente sarto un abito perfetto per le loro caratteristiche e responsabilizzandoli ulteriormente nei loro compiti.

La trasformazione del Napoli passa dall'esaltazione dei suoi uomini migliori, costantemente messi nelle condizioni di saper fare ciò che sanno fare meglio: Spalletti ha dato carta bianca a Insigne e Fabian di creare corridoi letali fra le maglie più nascoste delle difese avversarie e a Osimhen la licenza di diventare un destriero imbizzarrito impossibile da rincorrere.

Fabian a lanciare nelle linee cieche della difesa, Osimhen a gettarsi a capofitto alla rincorsa della palla, aumentando sempre più i giri del motore. Nulla di particolarmente inedito per Spalletti: quante volte abbiamovisto una scena simile anni fa, solo che con Totti e Perrotta/Nainggolan?

Con Osimhen il Napoli è costantemente minaccioso, al punto da influenzare il modo di giocare degli avversari: le difese infatti accorciano molto poco verso il centrocampo, terrorizzate dall'idea che il proiettile nigeriano possa partire alle loro spalle senza possibilità alcuna di recupero.

Allungare così il campo esalta non solo la velocità del nigeriano, che nel mese di Settembre ha segnato tantissimo (solo Karim Benzema ha saputo pareggiare i numeri del 9 azzurro), o la visione di gioco di Fabian e di Insigne, ma anche Zielinski ha lo spazio per immettersi fra le linee e offrire un'ulteriore opzione. Un'opzione non di poco conto, se consideriamo quanto il polacco sappia essere letale se ha campo da attaccare in conduzione...

2)"E il tacco... la punta... il numero... gli equilibri"

Come da mantra spallettiano, l'ingrediente chiave per portare a casa il risultato è l'equilibrio, che permette di essere efficaci in fase offensiva quanto in quella difensiva. I numeri, sotto questo aspetto, sono eloquenti: non solo il dato, semplicistico ma inattaccabile, dei 3 gol subiti in 7 partite che fanno del Napoli la squadra meno battuta del torneo, ma anche le statistiche avanzate evidenziano quanto il lavoro in fase difensiva degli azzurri sia semplicemente egregio: 0,55 xG p90; 0,084 xG per ogni tiro concesso, con un tasso di conversione in rete per ogni tiro subito del 4,3%.

Numeri che sottolineano quanto sia difficile per gli avversari creare dei pericoli dalle parti di Ospina.

Se poi, quando riesci a trovare un tiro pericoloso, il portiere risponde così allora sei decisamente in una botte di ferro.

Il Napoli è riuscito a diventare così difficile da attaccare attraverso un possesso palla costante e ragionato, declinato spesso e volentieri proprio in chiave difensiva: non solo strumento per muovere gli avversari e trovare spazi da attaccare, quanto mezzo per alzare e abbassare i ritmi, gestendo la partita.

Al Napoli, in sostanza, è difficile fare gol perché è difficile togliere palla. Proprio per questo motivo probabilmente Spalletti, a prescindere dagli infortuni fisici e tecnici occorsi rispettivamente a Meret e Manolas, che hanno solo accelerato una transizione già nella testa del tecnico di Certaldo, ha scelto di inserire fra i titolari Ospina, un portiere affidabile sia fra i pali che nel gioco con i piedi, e Rrahmani, difensore kosovaro rivelatosi, dopo l'ostracismo subito da Gattuso per più di metà stagione l'anno scorso, un elemento decisamente più complementare a Koulibaly rispetto al greco ex Roma, mai particolarmente sicuro in fase di uscita del pallone.

Portiere e centrali difensivi, insieme a un Fabian sempre più a suo agio nel ruolo di vertice basso di centrocampo, garantiscono un primo possesso pulito e senza sbavature, in grado di superare agilmente la prima linea di pressione avversaria.

Certo, il Napoli è stato anche avvantaggiato dall'aver incontrato squadre che difendono molto basse e che non fanno del pressing la loro principale arma per recuperare il pallone, e quando si è trattato di difendere senza pallone gli azzurri si sono rivelati più passivi del previsto: un banco di prova interessante sarà proprio la prossima partita contro il Torino di Juric, una squadra che al contrario pressa ad altissima intensità e fa dell'aggressività il suo marchio di fabbrica. Vedremo come, in queste due settimane, Spalletti ha lavorato sulle cosiddette palle di nessuno...

3) André Frank Zambo Anguissa versione Mr. Wolf

So già cosa state pensando: "Un uomo solo non può cambiare in maniera radicale il destino di un gruppo". Vi rispondo ponendovi una domanda: sapete qual è la differenza fra i New Order, un gruppo sì ballabile ma niente più, e i Joy Division, band fra le più influenti della storia del rock (in particolare della darkwave) nonostante i soli tre anni di attività e un unico album di studio? Ve la dico io: Ian Curtis.

https://youtu.be/7PtvIr2oiaE
Se preferite, potete metterci anche Atmosphere o la più pop Love will tear us apart, il discorso non cambia

André Frank Zambo Anguissa, arrivato in prestito con diritto di riscatto dal Fulham nell'ultimo giorno di mercato non senza qualche punta nemmeno troppo velata di scetticismo, con la nomea del nuovo Bakayoko, si è rivelato il tassello mancante che serviva al centrocampo del Napoli per diventare un reparto capace di gestire tranquillamente il pallone, senza perderlo neppure sotto pressione.

Una situazione al quanto buffa, se pensiamo a un calciatore ignoto non solo ai più fra gli spettatori, ma persino allo stesso Spalletti. Il quale però, una volta avuto a disposizione a Castelvolturno, ne ha individuato immediatamente le qualità, di fatto non rinunciando mai a lui a partire dalla terza giornata di campionato, quando lo schiera titolare contro la Juventus alla prima occasione utile.

https://streamable.com/ubuq24
Una giocata decisamente non alla portata di un Bakayoko 2.0, ma di un giocatore capace di far fare il salto di qualità ai partenopei.

Zambo Anguissa ci ha messo davvero molto poco a diventare cruciale nella mediana azzurra, nonostante le sue qualità non siano chiarissime, né da vero regista né propriamente da mezzala. Un incrocio perfetto per Spalletti, che infatti gli ha concesso parecchia libertà di azione: il camerunense infatti è un calciatore che si muove moltissimo in campo, adeguandosi alla zolla occupata dai compagni di reparto Zielinski e soprattutto Fabian Ruiz, che proprio grazie alle spalle coperte dall'ex Fulham può dedicarsi anima e corpo alla componente più creativa e cerebrale del suo gioco.

Una protezione data non solo dai suoi polmoni e dalla sua abilità in fondamenti prettamente difensivi, ma soprattutto grazie alle sue qualità tecniche, non di quelle con cui si riempiono gli highlights delle partite ma assolutamente innegabili: Anguissa infatti è un maestro del dribbling difensivo, fondamentale col quale resiste alla pressione abbindolando gli avversari come un incantatore di serpenti, mantenendo il possesso del pallone anche nelle situazioni più complicate.

La tranquillità con la quale, al suo esordio assoluto in azzurro, finta un'accelerazione per poi girarsi e appoggiare ad Elmas, liberandosi così della pressione di Locatelli e Rabiot che abboccano come ipnotizzati dalle movenze del camerunense, è a dir poco sorprendente.

Questo però, leggendo i numeri degli scorsi anni, non dovrebbe sorprenderci: due anni fa, con la maglia del Villarreal, è stato il sesto giocatore del campionato per dribbling riusciti, l'anno scorso in Premier è stato addirittura il terzo, superato solo da due funamboli che a volte scadono nel freak come Saint-Maximin e Adama Traoré.

Dribbling che spesso non balzano all'occhio proprio perché fatti troppo lontano dalle zone calde, quelle in cui si concretizzano gol e assist, ma fondamentali per gestire il pallone sotto pressione: una qualità che, in un calcio sempre più orientato verso il pressing asfissiante, può risultare decisiva proprio per neutralizzare uno dei principali trigger delle ripartenze. E che fanno di Zambo Anguissa un elemento imprescindibile per il Napoli, proprio come lo sono Koulibaly e Osimhen. I tre che, in comune, hanno una nazionalità africana, che li costringerà a lasciare il Napoli per un mese intero nel cuore della stagione: che sia proprio la massima coppa del continente nero il principale antagonista di questo Napoli?

  • Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie.
    Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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