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6 min

- di Simone Renza

E' un calcio sostenibile?


La frequenza di impegni e partite che vengono disputate sta divenendo un fattore di larga preoccupazione tra i professionisti. Proviamo a ragionare sulle conseguenze: è veramente un calcio sostenibile?


"Il calcio è tutto uno schifo. Dirigenti, certi giocatori, giornalisti, tutti sono ficcati dentro l'affare senza che si preoccupino neanche un po' della dignità dell'uomo.”
Osvaldo Soriano

Il momento pandemico ha di certo fatto emergere con ancora più forza l'assoluta centralità del pubblico per il Gioco. Il pubblico è la ragion d'essere del Fùtbol. E' l'elemento chiave.

La sua voce ha aiutato a evitare progetti elitari di superleghe, per il momento. E la sua casa naturale è lo stadio.
Questi sono il teatro dei sogni dei bambini. Luoghi mitici in cui siamo cresciuti, immaginandoli affollati, con erba scintillante e urla assordanti. Ciascuno ricorda religiosamente la sua prima volta. La salita delle scale, l'odore del prato, l'assordante rumore dei canti e l'apparizione dei giocatori.

In essi si tramandano leggende e riti familiari. E ciò continua nonostante il capitale abbia deciso che occorreva costruire stadi enormi, con tanti biglietti da vendere. L'"homo aficionadus" vede il suo tempio pagano riempirsi di ristoranti, biglietti vip di più classi e, allo stesso tempo, nota come diviene sempre più emarginato perché al fan interessa il gioco e non il contorno commerciale. Ciò lo rende inviso alle proprietà e dalle massime autorità calcistiche mondiali. Non puoi spendere? Vedrai la partita in tv, se te lo puoi permettere, ovviamente.

UEFA e FIFA hanno innescato un meccanismo perverso che vuole rendere e vendere, apparentemente, lo stadio luogo per famiglie ma che, nella sostanza, rischia di allontanarlo.

Questo è, però, solo un lato della medaglia visto che questa politica economica comporta anche una moltiplicazione delle repliche dello spettacolo. Lasciare l'appassionato privo del suo show non è più contemplato. E, dunque, assistiamo ad ogni genere e tipo di torneo. Si vuole addirittura fa giocare il campionato mondiale di calcio ogni due anni. Ma ciò sta divenendo non più sostenibile specie dal lato attivo del Gioco: i calciatori.

 “Dovremo chiedere alla FIFA o alla UEFA di estendere l’anno a 400 giorni invece di 365 per giocare più partite. Non sono un esperto in Champions League, chiedo solo di ridurre il calendario e avere più tempo tra le partite. Quelli che decidono sono altri, dico la mia opinione. Se decidono che dobbiamo giocare altre 10 partite, allora si va avanti”.

Pep GiuardiolA

La frequenza di impegni e partite che vengono disputate sta divenendo un fattore di larga preoccupazione tra i professionisti. Sin dall'anno scorso, dopo la ripresa dei campionati e delle competizioni internazionali abbiamo assistito ad un infittirsi dei calendari. Per potare a termine campionati e coppe si è visto giocare con temperature di 35 gradi e tassi di umidità degni delle sponde del Mekong o di Manaus.

Conseguenza di ciò è che il riposo concesso sia diminuito. Una delle ultime analisi del CIES ha calcolato le presenze dei giocatori convocati agli Europei dal 16 maggio 2020 alla vigilia del torneo, fra club e nazionali.

Sul tema le voci dei protagonisti si stanno facendo sentire sempre più.

Robert Lewandowski in un’intervista al Times afferma che negli ultimi anni il calendario è stato troppo fitto e impegnativo. Ha proseguito dicendo che insistere su questa strada potrebbe causare dei problemi non solo ai giocatori, ma anche al movimento stesso. «Tante persone dimenticano che siamo uomini e non macchine. Non possiamo giocare sempre al massimo delle prestazioni. In vista del futuro sarà un problema, perché un atleta non può stare al top per molti anni con questi ritmi. E se finora io e altri miei colleghi ci siamo riusciti, il calendario dei prossimi anni potrebbe rendere tutto ancora più complicato».

«Io cerco di passare ogni minuto del mio tempo libero con la famiglia. Solo che giochiamo ogni tre giorni, e viaggiamo tantissimo. Capisco che al termine della mia carriera avrò più tempo, lo accetto. Ma in questa stagione abbiamo avuto solo due settimane di pausa in estate, poi siamo tornati a prepararci per un nuovo campionato, per una nuova Champions League».

ROBERT LEWandowski

FIFPro, il sindacato mondiale dei calciatori, raccomanda un numero massimo di 60 partite a stagione (di fatto all’anno), 14 giorni di riposo in inverno, dai 28 ai 42 giorni di riposo in estate, un numero limitato di trasferte lunghe e almeno cinque giorni tra un impegno e l’altro. Ma questa raccomandazione poco interessa visto che obiettivo è rimpinzare lo spettatore, poco importa se gli attori siano stanchi o provati. Lo spettacolo deve andare avanti.

La crisi cardiaca di Eriksen, durante Danimarca-Finlandia (calciatore ventinovenne nel pieno della carriera) non ha ancora una causa medica precisa ma il sindacato FIFPro ci ha tenuto nel far notare che quella era la 66ma partita giocata da Eriksen in un anno. Conteggio confermato dal CIES. Se non gli fosse accaduto ciò, l’anno solare per il danese sarebbe iniziato dopo una pausa di appena qualche giorno, tra una partita della Danimarca l’otto settembre e l’inizio della Serie A il 26 dello stesso mese.

Queste le conseguenze più impattanti e drammatiche. Ma si pensi solo alla mole di infortuni muscolari a cui assistiamo ogni giornata di campionato in ogni paese. Il fisico non può reggere questo stress a lungo, come diceva Lewandowski.

«Non è solo un nostro problema ma di tutte le squadre che giocano tante partite. Ho visto tanti infortuni adesso nelle partite della Nazionale, c’è un calendario molto congestionato, con tante partite, in questo momento si vede di più. E’ un problema che dobbiamo parlarne. Guardiola ne parla tanto, i giocatori non sono macchine, a giocare tante partite è normale che succeda».

Paulo fonseca

Giusto qualche giorno fa la questione è stata portata alla ribalta, a ragione, dal portiere madridista e belga Thibaut Courtois che, al termine di una inutile finale per il terzo e quarto posto di Nations League tra i suoi Diavoli Rossi e gli azzurri di Mancini, ha chiaramente detto: Dobbiamo essere onesti, questa finale per il terzo e quarto posto ha solo un senso economico. L'abbiamo giocata perché per la UEFA arrivano dei soldi extra. Basta guardare come sono cambiate le formazioni di entrambe le squadre: se fossero state in finale, avrebbero giocato altri calciatori. Questo dimostra che le partite stagionali sono troppe". Ed ha proseguito: "Loro (la UEFA, ndr) hanno creato un trofeo aggiuntivo: è sempre il solito discorso. Magari può dare fastidio la creazione della Superlega, ma a loro i giocatori non interessano: ciò che più conta sono i soldi, le loro tasche".

Il dibattito, dunque, è stato riaperto. Ma, ahimè, occorre segnalare come la stampa italiana (la Gazzetta dello Sport, NdR) ha subito spostato l'asse della discussione sulla banalità, la superficialità e la venialità affermando che sì, il portiere ha ragione ma "dove vengono presi i soldi che lo pagano?". Inutile dire che una tale obiezione non trova nessuna correlazione né dal punto di vista finanziario né, tantomeno, dal punto di vista della salute dei calciatori. Ma nessuna sorpresa.

Se l'UEFA tace, sempre più intenta a gestire questue nel mondo pur di aumentare gli introiti, senza una riduzione delle spese ed un'ecologia dei costi ovviamente, lato FIFA qualcosa, seppur in forma assolutamente embrionale, si muove.

Per bocca del suo presidente, Giovanni Infantino, intervistato da Sky Sports Uk, viene detto che "la situazione del calendario delle partite internazionali ci mostra che abbiamo raggiunto dei limiti: normalmente i giocatori cominciano la stagione europea, poi la interrompono per raggiungere le nazionali, tornano per giocare qualche partita e ripartono per andare in un altro continente con un altro fuso orario, tutto questo non fa bene alla salute dei calciatori e alle competizioni. Ci sono troppe partite senza senso, dobbiamo valutare cosa si puo’ fare per avere un sistema semplice e chiaro, comprensibile a tutti".

Il problema è evidente. Sotto gli occhi di tutti. Così come le cause. Quindi, che fare? Beh questa domanda ossessiona molte persone sin dal 1902 ma sempre senza una vera risposta. Il Fùtbol è ormai solo un prodotto di marketing, avvinghiato e stritolato in questo abbraccio letale con la finanza?

E' necessario un nuovo modello di sviluppo sostenibile che renda il Calcio nuovamente uno sport. Ciò lo si deve ai tifosi, ai calciatori ed anche come forma di profondo rispetto verso i nostri sogni e le nostre liturgie sacre ormai divenute solo merce di scambio per palazzinari e banche. E' un Fùtbol sostenibile?

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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