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4 min

- di Giuseppe Menzo

Mardy Fish e il tabù della malattia mentale


Forse Woody Allen l'ha fatta troppo semplice con il suo Match Point e la sua spiegazione della vita. Perché a volta non è solo questione di fortuna, ma anche di buoni medici e giusti farmaci. E tanto impegno.


“Io avrò sempre a che fare con i problemi di salute mentale. Dicevo ai dottori che non vedevo l’ora di lasciarmi tutto alle spalle e loro invece mi rispondevano che purtroppo avrebbero fatto parte della mia vita per sempre. E ancora oggi, dopo sei, sette, otto anni, continua ad essere una battaglia quotidiana. Ma, Io, la vinco ogni giorno”.

Mardy Fish è stato un tennista straordinario.

Inizialmente oscurato dalla stella di Andy Roddick, che era stato eletto coram populo come il nuovo Messia del Tennis americano, il bel ragazzone biondo di Edina, Minnesota, negli anni è riuscito a ritagliarsi uno spazio importante nei cuori degli appassionati e degli addetti ai lavori dello sport dai guanti bianchi.

Protagonista del documentario “Breaking point”, diretto dai fratelli Chapman e Maclain Way per la serie “Untold”, creata dagli stessi Way e distribuita da Netflix, l’attuale capitano della squadra di Coppa Davis degli U.S.A ci racconta il suo passato da giocatore professionista e il suo presente da uomo "in comando" alle prese con dei dèmoni che non crederemmo mai possano interessare dei ragazzi giovani, ricchi e in salute che per guadagnarsi da vivere praticano sport.

Eppure è così e Mardy, tra i primi coraggiosi esponenti a squarciare il velo del pudore e dell’omertà sul tema della mental health, ce ne dà un’ampia e coraggiosa dimostrazione.

La partita

Ottavi di finale dell’edizione 2012 degli U.s. Open: il rumoroso, poco educato e colorato pubblico dell’ultimo Slam di stagione è in attesa di un match che per l’asfittico movimento tennistico a stelle e strisce è praticamente una possibilità di redenzione.

Andy Roddick non è diventato il nuovo Sampras o il nuovo Agassi come molti si attendevano o speravano e dopo quello del torneo di casa nel 2003 non ha più messo le mani su uno dei trofei che arraffano i vincitori dei Major. E all’orizzonte, dal Maine alla Florida, non si intravede nessun Crack.

Le speranze degli orfani di McEnroe e Jimbo Connors sono tutte riposte nei colpi e nell’ascesa tardiva ma inesorabile di quel ragazzo che l’anno prima, stupendo tutti ma non sé stesso, ha raggiunto, dopo un’escalation ai limiti dell’incredibile e al prezzo di sacrifici inenarrabili, le Atp Word Tour Finals di Londra, riservate ai migliori 8 tennisti della stagione.

L’anno in corsa è caratterizzato da qualche crepa e sconfitta di troppo nel gioco di Fish, ma a Flushing Meadows, durante l’appuntamento degli appuntamenti per i patriottici discendenti di Abramo Lincoln e Thomas Jefferson, la folla è tutta per lui, per il rovescio bimane più in forma di tutti.

L’Artur Ashe ribolle come e più del solito, sapendo che tra poco il beniamino di casa sfiderà, non solo il miglior tennista degli ultimi 10 anni (Novak Djokovic è solo agli inizi della sua decade di dominio), ma uno degli atleti più amati del mondo: lo svizzero Roger Federer.

L’eroe coraggioso e sfavorito, il villain carismatico e dato in vantaggio dai bookmaker e uno sport elegante e spietato allo stesso tempo: gli ingredienti del blockbuster di successo ci sono tutti e tutti smaniano dal desiderio di assistervi. Ma il proiezionista non inserirà mai la pellicola nel proiettore e il film non vedrà la luce. Mardy Fish dà forfait. La sua mente, il suo cuore e il suo corpo non possono più affrontare lo stress che ormai da un po' di tempo, lo attanagliano in una morsa man mano sempre più stretta e che, nei mesi precedenti, lo hanno addirittura condotto a subire un intervento di ablazione cardiaca come conseguenza dei suoi sempre più frequenti, terrificanti attacchi d’ansia.

Il gioco si interrompe, la luce dei riflettori si spegne, il numero uno d’America è costretto alla resa.

Lo stadio Arthur Ashe

Inside the Fish

“Breaking point” ci porta dentro le fragilità esistenziali di un campione che con un colpo di reni degno del miglior centometrista, prima che la sua carriera si avviasse verso un anonimo finale, aveva deciso di darci dentro a tutta e ci mostra la maturazione di un uomo che, educato a ricacciare sin dai primi anni del suo apprendistato professionale le debolezze più profonde, arriva sul punto di soccombere perché nessuno gli ha mai insegnato a mostrarsi per quel che si è e a chiedere aiuto.

Il documentario, da uno dei primi allenatori del ex numero 7 al mondo, ai suoi amorevoli genitori, passando per la moglie che mostra una sensibilità fuori dal comune nel comprendere e aiutare il marito ferito, non dimenticando né il trainer grazie al quale il nostro ha costruito il fisico che gli ha consentito di ottenere i risultati migliori né l’amico/fratello /rivale di sempre-  il già citato Bum Bum Andy , pone l’attenzione, e la cosa non è assolutamente trascurabile, anche sull’ambiente che circonda l’uomo sotto i riflettori.

Insomma gli affetti, la formazione, i successi e le sconfitte. I sogni e gli incubi. Le coppe sollevate sopra la testa e la depressione. La confessione pubblica -una delle prime se non la prima- di una problematica sulla quale grava ancora oggi l’onta della vergogna e l’amore come necessaria pratica quotidiana di benessere personale.

Abbiamo a che fare con un prodotto che ci dispensa, offrendoci un’àncora di salvezza, dall’aura di perfezione che permea la società della comunicazione digitale e photoshoppata. Esistono i dubbi, le paure e le insicurezze che ci minano all’interno fino a farci crollare. E non è utile ignorarle o spazzarle negli angoli più remoti dell’anima. Anzi.

Perché, ad esempio, Mardy non potrà mai dirsi al riparo dai suoi compagni di viaggio bizzosi ma ci insegna che tutti i giorni si possono alzare le braccia al cielo in segno di vittoria.

Mardy ed Andy. Più fratelli che compagni e rivali
Mardy e la sua gioia per una vittoria
Da Capitano di Coppa Davis del Team U.S.A

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottima tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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