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- di Matteo Tencaioli

Donnarumma e i fischi di San Siro: la nazionale è veramente di tutti?


Qualche breve riflessione sui fischi subiti da Gianluigi Donnarumma ieri sera a San Siro contro la Spagna. Ma la maglia della nazionale non dovrebbe unirci tutti?


Non è facile mettere sulla carta le sensazioni che ho provato quando, ieri sera, ho visto il comportamento riservato da parte della tifoseria presente a San Siro nei confronti di Donnarumma, un portiere che in quel momento indossava la maglia della nazionale italiana: la squadra di tutti, che solo tre mesi fa aveva permesso a tutto il paese di riversarsi nelle strade a festeggiare, dimenticando per una sera i problemi di due anni difficilissimi.

Sono milanista e mi sento nella posizione di poter comprendere perfettamente le sensazioni di chi ha fischiato una persona, prima ancora che un calciatore, che dopo essere stato cresciuto e portato alla ribalta da quella che lui stesso definisce la sua “squadra del cuore”, ha deciso di tradirla per un pugno di petrodollari. Una scelta da professionista, certamente, ma che avrebbe potuto essere portata avanti in modo completamente diverso e indubbiamente più rispettoso verso i propri tifosi: gli spettatori senza i quali non esisterebbe proprio il calcio professionistico, quello che a 22 anni lo ha già ricoperto d’oro.

Lo scrivo perché sarebbe facile giudicare da “esterno”. Invece so perfettamente come sono andate le cose e conosco le promesse che erano state fatte da lui a compagni di squadra, dirigenza e persino collaboratori. Oltre che alla parte della tifoseria più vicina al gruppo. Promesse vane, vacue, rimangiate in un giorno e senza nemmeno avere il coraggio di guardare negli occhi Paolo Maldini per dirgli le cose come stavano, nascondendosi dietro ad una comodissima fiducia totale nel procuratore.

Nei giorni scorsi aveva dichiarato che non si sarebbe aspettato dei fischi, di sentire ancora San Siro come la sua casa. Dichiarazioni quantomeno da ingenuo o da persona che finge di esserlo e di non sapere come va il mondo. Quando te ne vai di casa sbattendo la porta, non puoi pensare di tornarci come il figliol prodigo, facendo finta di niente. In Italia, poi, figuriamoci.

Tutto questo per dire che i fischi sono stati giusti? No, esattamente il contrario. I fischi sono stati senza dubbio meritati, ma questo non li ha resti né giusti, né giustificabili. Il solo pensiero che una persona possa pagare un biglietto per andare a fischiare un giocatore della propria nazionale è, per quanto mi riguarda, irriguardoso e sportivamente insensato. Oltre che egoistico nei confronti di chi, magari, sarebbe andato allo stadio e quel biglietto non è riuscito a garantirselo.

Non posso sapere quanto la scelta dei tifosi abbia inciso sulla prestazione di ieri, sia di Donnnarumma, che dell’intero gruppo, ma probabilmente non è nemmeno questo il punto. Il punto è che la nazionale è di tutti e non esiste che i tifosi di una singola squadra la utilizzino per sfogare la propria frustrazione e il proprio risentimento verso un calciatore che ne ha fatto parte.

Ci sarebbero state (e sono sicuro che ci saranno) moltissime altre occasioni per tributare al portiere tutti i fischi che si merita per il suo comportamento. In qualche partita di club per esempio, senza bisogno di andare a destabilizzare la nazionale italiana, impegnata oltretutto in un match importante, contro una rivale storica e in una competizione ufficiale, seguita dalle televisioni di tutto il mondo.

Il tutto per ottenere cosa? Probabilmente niente. Dopo una ventina di minuti di ovvio smarrimento, quello che una volta era per tutti semplicemente “Gigio” ha ricominciato a giocare sui livelli che conosciamo e sono certo che non ci metterà molto anche a riprendere il sonno e la sua vita normale.

Qualcuno pensa di avergli insegnato qualcosa? Che lui abbia capito di avere sbagliato o che il calcio in qualche modo cambierà, dopo questa manifestazione di disappunto, fatta nel luogo e nel momento sbagliato? Io penso proprio di no. Se vogliamo che il calcio cambi sul serio, disertiamo gli stadi nelle partite di club. Cancelliamo i nostri abbonamenti alla pay-tv e smettiamo di dare l’importanza che diamo ogni giorno a questo sport. Un’utopia, perché ci sarà sempre una grande maggioranza di persone che continuerà a seguirlo, ma in fin dei conti nessuno è obbligato a seguire qualcosa che non gli piace più.

In conclusione, prima di comportarsi in un determinato modo, bisognerebbe avere anche la consapevolezza di quale risultato si possa ottenere (in questo caso: niente) e soprattutto dell’impatto che hanno sulle altre persone. Siamo tutti bravi a dare degli egoisti agli altri, come per esempio stiamo facendo con Donnarumma, ma poi non ci rendiamo conto che ogni nostro gesto ha un impatto che trascende il nostro piccolo mondo e coinvolge quello delle persone che ci circondano.

Proprio per questo, ritengo che i fischi di ieri sera siano stato un gesto tanto inutile, quanto egoistico, che ha portato divisione in una delle poche cose che ancora dovrebbe essere in grado di unirci: la maglia della nazionale, che sia quella di calcio, degli atleti che abbiamo tifato alle olimpiadi o qualunque altro sport.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Matteo Tencaioli. Classe 1980, da sempre diviso tra la professione di programmatore e l'amore per il giornalismo. Ama parlare di sport, in particolare di calcio e tennis. Conteso tra lavoro e famiglia, suo più grande amore, fa a sportellate tutti i giorni con il sonno per trovare il tempo di coltivare anche le proprie passioni.

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