
La narrazione del calcio
Esiste davvero ancora uno spazio di narrazione e di approfondimento per uno spettacolo come il calcio? L'assenza contenutistica di quotidiani nazionali e talk show fino a che punto si spingerà? Che via d'uscita ci resta?
"Stampando una notizia in grandi lettere, la gente pensa che sia indiscutibilmente vera.”
(Jorge Luis Borges)
Non far cadere nell'oblio ciò che i piedi raccontano, muti, in quei novanta minuti. Essere ponte narrativo delle storie che dietro il Gioco si celano. Uno scopo nobile che col passare del tempo, il giornalismo sportivo, causa la costante crisi dell'intero comparto dovuto sia all'acquisizione dei maggiori quotidiani sportivi da parte di editori più dediti alla cronaca rosa e scandalistica che all'approfondimento unitamente all'avvento dei c.d. new media (la cui immediatezza ha reso obsoleta una certa narrazione ex post), ha smarrito facendo sì che il lettore sia divenuto pigro, saturo e satollo nell'occhio.
Una costruzione narrativa che spazzi via quell'oblio necessita di penne in grado di sostenerne il peso e, dando un'occhiata a quanto si legge in giro viene da dire che i tempi dei Galeano, dei Gianni Brera e dei Gianni Mura, dei Sandro Ciotti, dei Rino Tommasi sono ampiamente trascorsi e non c'è traccia nel mainstream di capacità di produrre meta-storie.
Il verbo stampato, la radio, permettevano allo spettatore di tornare più e più volte in campo, sia per ricordare il gol che ha suggellato la vittoria, sia, magari, per una discutibile decisione di un arbitro. Gli atleti divenivano idoli perché resi parte di una storia. Senza questa narrazione che li proteggeva e li sosteneva nel tempo, qualsiasi passaggio, dribbling o tiro è destinato a svanire il secondo dopo che si è verificato. Martín Caparrós, giornalista e scrittore argentino, sintetizza così: “ciò che il calcio costruisce è un fatto narrativo in sé. Adesso si vede il calcio, quindi è molto difficile fare una meta-storia, perché è una storia in sé”.
Serve una diversa prospettiva? Forse quella di far innamorare il lettore di quella pagina stampata dandogli un'alternativa all'urlo del talk show televisivi o alle chiacchiere da social. Eppure quelli vanno per la maggiore, lo share è altissimo, attraggono inserzionisti etc. La televisione, specie quella commerciale, è divenuto il vero riferimento del giornalismo cartaceo sportivo. Il padre di questo arretramento culturale è il berlusconismo (sia ben chiaro: senza che ciò comporti un'inutile sguardo romantico sui "good old times") portato avanti dal figlio prediletto Urbano Cairo: appiattimento del contenuto a favore dell'esaltazione dell'immagine.

L'essere divenuti tabloid
Il calcio, sostanzialmente, è materia da uomini. Sbattere in faccia al lettore due tette ben tornite fa vendere e/o cliccare, narrare il calcio femminile no (salvo non avvenga qualche "sexy incidente" in campo). Il rischio della meta-storia è far annoiare il lettore che è stato educato alla ricerca del contenuto immediato e visivo. Vi sia concesso, al limite, i voti della giornata appena trascorsa o il "je accuse" sulla conduzione arbitrale, ma nulla più. Ridondante ogni narrativa o approfondimento. Non si chiederebbe l'edulcorazione di storie senza contenuto o il voler rendere romantico ciò che spesso non lo è, ma rovesciare un fenomeno culturale, sociale e politico come il Fùtbol, e lo sport più in generale, appare decisamente eccessivo.
Il paradigma è stato definitivamente rovesciato: gli atleti non fanno una storia ma è il contorno voyeristico e mondano che li circonda a fare gola.
Il quotidiano sportivo, per smarcarsi, dovrebbe proporre una nuova impostazione nella comunicazione cercando novità nel linguaggio e nel contenuto, provando ad educare il lettore, cercando di fargli capire che l'apparenza a cui è sottoposto malcela episodi e gesta meritevoli di divenire storia. Ma ciò non collima con il dato finanziario, all'apparenza. La miopia capitalistica dei grandi editori presenti sulla scena nostrana ha interrotto brutalmente questa trasformazione piegandola all'unica logica della vendita a tutti i costi. Importi poco la veridicità della notizia, il suo approfondimento, la correttezza della fonte. Vendere per salvarsi e non cambiare per salvarsi.
L'effetto è palese: l'essere divenuti tabloid pronti ai caratteri cubitali in prima pagina per rimpinzare sino all'esplosione l'occhio già gonfio dell'avventore.
"Irrimediabile imbranato, vergogna dei campi non ho avuto altra scelta che chiedere parole per ciò che il pallone, tanto desiderato, mi aveva negato"
El fútbol a sol y sombra, Eduardo Galeano
Eppure questa pandemia virale che ha visto prima campionati fermarsi e stadi vuotarsi avrebbe potuto accendere una scintilla perchè il solo contenuto visivo era divenuto noioso. Il pathos poteva essere riacceso con tutte quelle storie che il Gioco nasconde non solo negli archivi nascosti e polverosi. Mantenere viva la fiamma del sentimento popolare. Ma l'immobilismo ha ormai ingessato il pensiero e la penna, o meglio la tastiera.
“El fútbol se detiene y sobrevive en la palabra. Sin el relato de los hechos, un partido está condenado a esfumarse en el olvido”.
García Cames
Qualche esempio concreto
Il primo tra tutti riguarda il prossimo torneo calcistico mondiale. Sappiamo che The Guardian (non un quotidiano sportivo tour court, va detto) ha, qualche mese fa, pubblicato l'inchiesta ormai nota sulle condizioni lavorative di chi sta erigendo gli stadi per il mondiale in Qatar. Notizia, questa, che comporterebbe una amplissima riflessione ed un approfondimento da chi di Fùtbol ne tratta quotidianamente. Ma, salvo qualche articolo buttato lì, nulla. I due maggiori quotidiani sportivi italiani si vedono più intenti a pubblicare foto della c.d. wags di turno, valevole quale approfondimento sulla partita di cartello della giornata di Serie A, fare "scoop" su vicende private e delicate (vedasi la malattia di Mihajlovic sbattuta in prima pagina da Zazzaroni) o a indossare sciarpe della propria squadra del cuore demonizzando l'avversario di turno.
Ma si vogliano prendere alcuni elementi extra calcistici (bistrattati per antonomasia).
Si è appena disputata una delle corse ciclistiche più belle del mondo, la Parigi - Roubaix. Aprendo il sito dell'Equipe, il più noto quotidiano sportivo francese, dopo una rapida carrellata su quanto accaduto sui prati verdi transalpini, viene dato ampio spazio all'avvenimento. Se, di contro, si apre quella della Gazzetta, dopo aver letto un amplissimo approfondimento sui 40 anni di Ibrahimovic, con successiva inchiesta sulle feste più glamour e sfarzose dei calciatori, dopo pubblicità sulle nuove macchine in circolazione, dopo che NON si è titolato sulla ormai consueta nota razzista (questa volta verso Koulibaly a Firenze), la corsa è relegata dopo la metà del sito.
(Un)Fun Fact: il Giro d'Italia, o corsa rosa, venne istituito da tre giornalisti proprio della rosea, ovvero la Gazzetta. Ci sarebbe quantomeno un dovere morale di darne ampio risalto. Ma, infondo, il ciclismo a chi importa? Così come il Volley. L'Italia ha vinto l'Europeo ed il Corriere dello Sport, mettendolo in un trafiletto in alto a destra della propria prima pagina, inseriva una foto di un atleta serbo. Vi è di più. Se si ha la malaugurata sorte di non tifare una squadra con un seguito di tifosi numericamente pesante, una qualunque notizia che si avrebbe piacere di leggere la si può comodamente dimenticare. Piuttosto si può leggere (o meglio si leggeva) uno stucchevole diario di bordo giornaliero sulla vita di Cristiano Ronaldo.

"Mi erano più simpatici quando, in A almeno, guadagnavano meno di un cardiochirurgo, ma mi sforzo di pensare a quelli delle serie inferiori, molto più a rischio, anche fisicamente, e molto meno ricompensati. Se non ho voglia di sforzarmi, penso che in Italia giornalisti e arbitri sono gemellati dalle certezze del tifo: servi e corrotti, giacchette nere (ora variopinte) e pennivendoli, infami"
GIANNI MURA
La constatazione di assenza contenutistica attraverso esempi pratici e quotidiani potrebbe occupare sin troppo spazio in questa dissertazione e, francamente, diverrebbe stucchevole. Ci si domanda: che via d'uscita ci resta? Lo stadio e la pagina stampata si presentano come due ambientazioni ormai troppo simili, davanti alle quali è difficile trovare modi originali per intrecciarle. Si è ormai reso tutto identico e piatto. Il giornalista scrive come il tifoso medio parla.
Di fronte a questo panorama è difficile individuare un angolo, un taglio, un buco attraverso il quale sfondare e far emergere un testo diverso da ciò che si vede sul campo. Bisogna andare oltre. Considerare il calcio come una porta di accesso a quei personaggi che vi recitano, un universo simbolico dove catturare esperienze a loro volta simboliche del essere umano.
Pensare che gli atleti tutti che vediamo in campo hanno una vita sconosciuta alla maggior parte del pubblico. È proprio in quella storia che il giornalismo sportivo può e deve trovare una sua nuova strada. E poi approfondendo, approfondendo ed approfondendo ancora.
La crepa è sotto gli occhi di tutti. Si chiede solo di avere il coraggio di entrarci.
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