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5 min

- di Lorenzo Tognacci

Considerazioni sparse post Bond 25 (No Time To Die)


“Il lusso è una questione di soldi. L’eleganza è una questione di educazione”. Fukunaga è un regista incredibilmente ricco ma profondamente maleducato.


- Bond 25 è un film che nell’universo dell’appassionato ha una rilevanza incredibile: è l’ultimo smoking di Daniel Craig, è passato per una produzione travagliata che ne ha allungato i tempi di uscita (a cui poi si è aggiunta una pandemia, oltretutto), e soprattutto è un Bond che ha il preciso scopo di uccidere Bond. In tutti i suoi sensi. Per questo motivo si sganciano i big money, si tirano fuori le big guns e si mette in piedi un discreto casino che non ha né capo né coda, dopo aver chiamato un regista che a una raffinatezza incredibile associa una confusione mentale senza precedenti. È così che in sala si respira terrore, si diffonde il panico generale, si sentono le lacrime dei Bondisti scorrere impotenti lungo le guance dei più giovani che contrastano le russate dei più grandi.
Bond 25, fa, cagare. E non esiste obiezione che tenga;

- Per esemplificare visivamente il tipo di processo che mostra No Time To Die proviamo a immaginare una prova ostica come la Parigi-Dakar. La gara è complessa e ricca di insidie, è una prova snervante, ma niente che un po’ di esperienza mista all’elettricità dell’incoscienza non riesca a superare. Diciamo che un regista/partecipante qualunque sarebbe partito dal punto A e avrebbe cercato di raggiungere il punto B con ingegno, spronato dal proprio orgoglio di portare a termine un test del genere, sia nel bene che nel male. Non è la scelta di Fukunaga, che allo start decide di voltarsi, sedersi al bar per un caffè, poi prendere un volo per un viaggio rigenerante in Giamaica, qualche giornata di sole e relax, qualche bicchiere di troppo, una toccata e fuga a Cuba, poi un rapido passaggio nella sua Londra per anticipare un bel viaggio detox nel profondo Nord tra rally e shooting range, prima di concludere il proprio percorso in un’isola contesa tra Russia e Giappone, fino a che i giudici della gara che tecnicamente stava disputando decidono bene di chiamarlo al telefono e “ma dove cazzo sei finito?”. Al ché decide di prendere un aereo, farsi lasciare da qualche parte in Nord Africa e poi farsi sganciare dritto sul traguardo da un elicottero. Sono stato noioso? Bene, sono comunque stato meno noioso di No Time to Die. Che è un film noioso, è un film snervante, è un film dove un po’ troppo spesso ti dici “ma sono venuto a vedere La Casa di Carta?”;

- Torniamo seri e cerchiamo di farlo senza spoiler. Per rendere queste considerazioni accessibili a tutti dovrei parlare per ore di tutto il background che ormai 60 anni di Bond si porta alle spalle ma purtroppo non è questo lo spazio adatto, per cui taglierò un po’ di tappe. Bond è vecchio, nel senso che è vecchio l’attore ed è vecchia l’immagine di Bond. È maschilista, un maschilista elegante sì ma comunque uno che tratta le donne come soprammobili e riserva pallottole solo per altri uomini. Questo film era nato con l’obiettivo di disintegrare questo specifico immaginario, ma forse molti si sono dimenticati come Craig stia dal 2006 scardinando, uno stunt alla volta, l’immagine storica di Bond. È da 15 anni che il nostro Danielino si fa male (molto male), piange (come un bambino pure), ci rimane sotto per l’ex che l’ha tradito e viene maltrattato un po’ da tutti. Chiagne pure quando je more M che è un po’ quella figura materna che il coriaceo doppio 0 rimpiange. L’impressione è che a Fukunaga sia mai fregato niente di Bond e abbia guardato in fretta e furia tutti i film della saga e studiato accademicamente il personaggio per girare questa pellicola, senza abbracciarne emotivamente la narrazione. Una mancanza che si sente anche in sceneggiatura, dove troviamo 2 sceneggiatori più navigati assieme allo stesso Cary Joji e Phoebe Waller-Bridge, con anche quest’ultima che non sembra proprio inquadrata in Bond. Tutto questo per rendere 007 più umano, più rispettoso e al passo coi tempi. Purtroppo, l’unico risultato che ottengono sono dialoghi secolari (certe volte sembra di guardare un anime), personaggi con un’emotività disturbata al limite del bipolarismo, e soprattutto la più grande pecca di tutte: un villain che sembra uscito da un pacco di patatine;

- Waltz prima, Rami Malek poi abbiamo 2 attori di caratura, uno dei due ha già dato il proprio contributo come mastro villano dell’intera Spectre, adesso conosciamo il suo successore, un certo Safin qualcosa, interpretato da un Rami con la faccia deturpata, che indossa una maschera inquietante, che in tutti i trailer ha fatto massima mostra del suo sguardo da psicopatico pronto a distruggere il mondo intero spinto dal male che ci fa pensare subito “che figata chissà cosa è disposto a fare Bond questa volta”: scusate ma cos’è sta roba? Un tizio che vediamo sì e no per un quarto di film, la cui ormai famosissima maschera si vede per 30 secondi scarsi, e che boh vuole PRENDERE CONTROLLO DEL MONDO INTERO E GOVERNARE E… e fare cosa? Chi è questo? Cosa fa? Qual è la sua storia? Da dove viene? Come fa a essere così importante? Sappiamo che la sua famiglia è stata sterminata e lui è l’unico sopravvissuto (...sì, che fantasia) e che vuole ammazzare tutti e ok. Poi? Alla fine scopriamo che questo è il padrone del mondo e nessuno ha mai saputo niente di lui. Fine. È complicato evitare gli spoiler ma posso essere nervoso per aver assistito a quello che probabilmente è il peggior Bond-villain degli ultimi, boh, 30 anni? E Rami Malek era pure perfetto per fare un cattivo di questo tipo, peccato sia stato tutto inutile;

- No Time to Die è un film esteticamente raffinato (Cary ha un buon occhio dopotutto), ma è veramente un casino senza precedenti. “Sono Bond, James Bond”, 4 parole che dicono tutto, mentre in questo film i concetti che si possono esprimere con 4 parole vengono esposti con 30 minuti di girato. Personaggi vuoti e una sceneggiatura altamente confusionaria. Un Bond che non sa se essere un sottone, o essere la lastra di titanio classica o interpretare un boomer arrogante che “io sono incredibile” (ma incredibile cosa). E altri personaggi che ogni tanto capiscono elaboratissimi plot senza alcun tipo di indizio perché, sì, perché così. Dove Bond, invece che diventare una persona emotiva (che, ho piacere di ribadire, era già sulla buona strada), diventa uno schizofrenico senza limiti. “Il lusso è una questione di soldi, l’eleganza è una questione di educazione”. Fukunaga è ricco, ma non è educato, non conosce Bond, non è un Bondista e non fa proprie le trame narrative ed evolutive di James Bond. Capito no? No Time to Die è un gran casino, come queste considerazioni.

P.s. con lievissimo spoiler: che mossa incosciente inserire un bambino come mina vagante.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Rimini, 23/09/1994. Laureato in Comunicazione Pubblicitaria allo IED di Milano, freelance e multiforme. All’anagrafe porta il nome di Ayrton e la Formula 1 è appuntamento immancabile del weekend, a cui associa un passato da tennista sgangherato e anni di stadio a Cesena. Incallito e vorticoso consumatore di vinili e di cinema.

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