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30 Settembre 2021

E ora parliamo del Qatar


Su Players' Tribune, Tim Sparv, capitano della Finlandia, racconta di come ha iniziato a interessarsi alle infami questioni del mondiale qatariota, quello del 2022. Uno sguardo intenso, seppur leggermente naive, che si intreccia con la sincera speranza di voler cambiare le cose.


A tutti i giocatori, allenatori e federazioni calcistiche.

A tutti i tifosi e i giornalisti che seguono questo sport.

Anzi, a chiunque stiano a cuore i diritti umani.

Per favore, continuate a parlare dei Mondiali in Qatar.

Mantenete acceso il dibattito. Si levino le vostre voci a sostegno dei lavoratori. Scrivetene su blog e Twitter. Uscite con comunicati. Fatevi sentire! Mettete pressione sul Qatar e sulla FIFA.

Perché dovreste? Perché funziona e i lavoratori – fidatevi – lo apprezzano.

Negli ultimi due anni e mezzo mi sono, a titolo personale, trasferito in Qatar per comprendere meglio la situazione. Non sono un esperto, ma, da capitano della Finlandia, so che presto potrei giocare in stadi costruiti con la morte dei lavoratori. Noi giocatori saremo il volto di un torneo sul quale non abbiamo alcun controllo. Volevo saperne di più – ho persino parlato direttamente con chi è immigrato in Qatar per lavorare nella costruzione delle arene. E una cosa ve la posso dire: apprezzano e prendono forza dal fatto che qualcuno sia dalla loro parte.

So di scrivere questo articolo con netto ritardo. Ancora penso: Ah! Perché non abbiamo affrontato il problema cinque anni fa? Forse avremmo potuto cambiare delle decisioni e migliorare le condizioni per i lavoratori che iniziavano ad arrivare lì.

Forse avremmo addirittura salvato delle vite.

Tuttavia, possiamo ancora migliorare le condizioni di vita di molti. Possiamo fare in modo che le decisioni future siano migliori di quelle prese in passato. Per farlo, però, dobbiamo mantenere alta l’attenzione sul Qatar. I tifosi ne devono parlare, i giornalisti ne devono scrivere, le organizzazioni ne devono discutere. E i giocatori devono assolutamente prendere posizione. Non si tratta solo del Qatar, ma di come ci approcciamo a tutti i tornei internazionali e ai loro paesi ospitanti.

So che non è facile. Io stesso me ne sono disinteressato per anni. Ma è cambiato tutto quando con la Finlandia diamo andati in ritiro in Qatar nel 2019. Uno dei miei compagni, Riku Riski, si è rifiutato di unirsi al ritiro per motivi etici. Era la prima volta che sentivo un giocatore dire di no alla convocazione della propria nazionale per una cosa del genere. Mi stupii, ma sapevo che Riku era una brava persona – ora siamo compagni anche al HJK Helsinki. Così ho iniziato a domandarmi: Cosa mi sfugge?

Tim Sparv con la maglia della sua Finlandia

Non sapevo cosa stesse veramente succedendo in Qatar. Tendevo a pensare che le grandi federazioni come la Fifa sapessero cosa stavano facendo. Quindi quando è stato assegnato il mondiale al Qatar, ero sicuro che fossero ben informati della situazione. Certo, era strano che avessero scelto un paese desertico come ospite del più grande torneo calcistico al mondo. Ma probabilmente avevano un piano per far crescere la società di laggiù… giusto?

Poi ho iniziato a leggere delle violazioni dei diritti umani e dello sfruttamento dei lavoratori che arrivavano lì da ogni dove. Non ci potevo credere. Eppure, per diverso tempo, mi sembrava solo chiacchiericcio di sottofondo. Sapevo cosa stava succedendo, ma, per qualche ragione, non mi rendevo conto di cosa significasse.

Penso che molti si possano riconoscere in questa dinamica.

Molti, come lo ero io, sono ancora assopiti.

È facile perdersi nei dettagli della propria vita. Quando mi trovavo in Qatar, pensavo a tutt’altro. Come potevamo migliorarci? C’era un posto migliore per allenarsi in gennaio? Mi sentivo in una bolla, capite? È incredibile pensare che mentre i lavoratori lì soffrivano e morivano, io mi preoccupavo della distanza fra linee di difesa e centrocampo. Ma tutti tendiamo a mettere le nostre vite prima di quelle altrui, no? È un istinto naturale.

Per fortuna, Riku aveva la visone d’insieme. Visto che la stampa scandinava aveva già approfondito l’argomento, hanno iniziato a farci delle domande sul tema.

“Perché siete qui?”

“Perché non avete preso la stessa decisione di Riku?”

Erano domande cui non si poteva rispondere a cuor leggero. Si aspettavano, di fronte alle telecamere, delle opinioni complesse su argomenti delicati come se fossimo diplomatici o politici. C’erano giocatori alla prima convocazione, contenti come bambini solo per aver indossato la maglietta del loro paese, e improvvisamente si sono sentiti costretti ad esprimersi su un paese straniero, sul suo modo di trattare i lavoratori immigrati e sulle posizioni che teneva in fatto di diritti umani.

“Sapete quanta gente è morta in Qatar?”

Eravamo tutti a disagio e mi sono reso conto di non avere nessuna buona risposta da dare. Anzi, continuavano a spuntarmi in testa sempre più domande.

Dovremmo davvero essere qui?

Stiamo indirettamente sostenendo un regime in questo modo?

Così, noi giocatori e la federazione ci siamo guardati lungamente allo specchio e abbiamo deciso di non allenarci più in Qatar. Il disagio, però, non mi abbandonava. Evidentemente c’era qualcosa di più importante. E, in modo altrettanto evidente, non ci avevo pensato abbastanza.

Allora mi sono informato, ho contattato la FIFPRO, l’organizzazione mondiale che rappresenta oltre 65mila calciatori professionisti. Sono stati fantastici. Mi hanno dato molte informazioni sulla legislazione qatariota, sulle riforme più recenti e su come sia veramente la vita per i lavoratori lì. Mi hanno aiutato a capire cosa si nasconde dietro alle prime pagine della stampa mondiale. Gli stipendi non pagati, i contratti ingiusti e la completa inosservanza delle riforme da dei datori di lavoro.

Circa due settimane fa, Amnesty International ha dichiarato che il Qatar non è riuscito ad indagare adeguatamente le morti di migliaia di immigrati giunti sul proprio suolo nazionale per lavorare; questo pigrizia ha di fatto negato ogni tipo di compensazione economica ai familiari. A febbraio, il Guardian ha confermato che più di 6500 lavoratori sono morti in Qatar da quando gli è stata assegnata la Coppa del Mondo nel 2010. I lavoratori provenivano tutti da cinque paesi: India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. A quanto pare, molti di loro si trovavano in Qatar proprio per i Mondiali. Come potete leggere certe cose e rimanere indifferenti?

In agosto, la FIFPRO mi ha messo direttamente in contatto con alcuni dei lavoratori in Qatar. Quella video call mi ha fatto aprire gli occhi. Leggi i giornali e sei ottimista, ma durante la chiamata mi è stato subito chiaro che le leggi validate non erano state implementate. Ciò che vogliono i lavoratori è che le leggi che ci sono vengano applicate correttamente e che si continui a farlo anche dopo il 2022.

Le parole di una donna mi hanno particolarmente toccato. Voleva veramente aiutare i suoi compagni lavoratori, ma nella sua voce c’erano delusione e rabbia. Mi ha raccontato di aver lavorato 16 ore al giorno senza mai riposare. Mi ha anche detto che quando una lavoratrice espone un reclamo, la polizia locale prende sempre le parti del titolare. Sto parlando di accuse serie, tipo lo stupro. Accuse gravissime, eppure queste donne non sono state nemmeno ascoltate.

Un racconto brutale. Anche se le ultime riforme sono state positive, almeno per un minuto, smettiamo di credere che in Qatar le cose vadano bene. La strada è ancora lunghissima.

Al termine della chiamata, ero contento di essere almeno entrato in questo dibattito. Ma mi sono sentito inutile, perché volevo fare molto di più per aiutarli.

Perché io mi trovo in questa posizione privilegiata e loro no?

Credo davvero che la vita sia una lotteria. Sono stato fortunato a nascere in Finlandia. In Qatar si lavora molto di più rispetto ai paesi scandinavi, eppure per noi è molto più facile costruirsi una buona vita. Abbiamo solo pescato il biglietto vincente.

Alcuni dei lavoratori impegnati in Qatar mentre sono nei loro alloggi.

È tragico sapere che morte e sofferenza sono così strettamente collegate al calcio, questo sport che tutti amiamo e che dovrebbe renderci la vita migliore. Ho ancora molte domande sul perché la FIFA abbia assegnato il Mondiale 2022 al Qatar. Com’è possibile che un gruppo di persone così piccolo prenda decisioni che impattano così tanto sulla vita di milioni di persone.

Dove sono i fan? I giocatori? Le ONG?

Dove sono gli esperti di diritti umani?

Perché le istanze sociali vengono ignorate?

Sono contento che da allora siano cambiate delle cose nella FIFA. Molti di quelli che hanno votato per il mondiale in Qatar, quelli corrotti, sono stati cacciati. Prima dell’assegnazione del mondiale 2026, la FIFA ha dichiarato che avrebbe tenuto in considerazione i diritti umani e la sostenibilità ecologica durante il processo. Ha reso pubblici i documenti di valutazione dei paesi ospitanti. Quindi sembra che si stiano un po’ ripulendo. Spero davvero che lo facciano.

Tuttavia, potrebbero dare ai giocatori un ruolo di maggior rilievo. In fin dei conti, siamo il prodotto per cui i paesi cercano di ospitare i tornei e che la FIFA vende agli emittenti televisivi per cifre astronomiche. Eppure non abbiamo alcun potere al momento dell’assegnazione. Non ce lo dicono nemmeno. Lo scopriamo alle sul telegiornale del mattino. Oh, guarda, andiamo a giocare in Qatar.

È come se non facessimo parte di questa cosa e chiediamo a gran voce, “ Ehi! Fateci sapere cosa sta succedendo! Fateci entrare”. È molto frustrante.

Vorrei solo che i miei colleghi prendessero posizione.

Noi giocatori non dobbiamo più tacere come un tempo. Abbiamo i social media, piattaforme come The Players’ Tribune, abbiamo la FIFPRO e altri sindacati locali pronti a sostenerci. Possiamo rendere pubbliche le nostre opinioni ogni volta che ci lo vogliamo e, quando lo facciamo, i giornalisti ne scrivono. I tifosi e il pubblico le leggono. Non abbiamo mai avuto così tanta influenza: dobbiamo solo utilizzarla.

Non mi aspetto che molti giovani giocatori si espongano. È già difficilissimo per un diciassettenne appena uscito dal liceo giocare davanti a 50mila persone. Li buttiamo nella fossa dei leoni e speriamo che sopravvivano, è assurdo. La maggior parte di loro ha già abbastanza pensieri per la testa.

Rispetto anche chi fra noi preferisce non parlare di certi problemi. Alcuni giocatori vorranno sempre rimanere dalla parte del calcio.

Ci sono delle conseguenze. Tutti sanno che se un giocatore, o una giocatrice, parla delle politiche di certi paesi, potrebbe andare in contro a dei problemi. Anche se non con direttamente con la proprietà o la dirigenza, si potrebbe entrare in contrasto con uno sponsor, che magari ha degli interessi nel paese in questione. Personalmente non mi è mai successo nulla del genere, perché ho sempre giocato per club molto attenti, ma conosco calciatori che sanno a cosa andrebbero in contro se parlassero del Qatar. Hanno paura.

Ci saranno sempre delle ripercussioni negative indipendentemente da ciò che fai. Quando con la nazionale ci siamo inginocchiati, sono stato bersagliato su Twitter come non mai. Non mi ha dato fastidio però, perché sapevo che ci stavamo inginocchiando per partecipare alla campagna antirazzista ed era importante che partecipassimo. So che la gran parte dei finlandesi ci sosteneva. Se una minoranza della nostra società non era d’accordo, pazienza.

Perciò esorto gli altri calciatori a tirare fuori il coraggio. Quella del Qatar, non è una questione politica, ma è umanitaria. Se non altro, puntate il dito. Attirate l’attenzione della gente.

Dire qualcosa è molto meglio che non dire niente.

Mi sembra che in Europa siamo in ritardo sugli Stati Uniti quando si parla di attivismo degli atleti professionisti. Vorrei che anche qua qualcuno facesse come LeBron o Megan Rapinoe, soprattutto i grandi nomi. Io sono un signor nessuno che viene dalla Finlandia. Immaginate se tutti noi iniziassimo a discutere si argomenti come il Qatar.

Sappiamo quanto potere abbiamo come giocatori? Sarebbe un cambiamento epocale.

Do il mio plauso a Marcus Rashford. È giovanissimo – io ero un bambino alla sua età – ma è già riuscito a cambiare il suo paese. Prima era una superstar, ora è diventato un’icona. Spero che vedendolo gli altri giocatori si chiedano, Devo fare di più anche io?

Poi c’è anche Péter Gulácsi, il portiere dell’Ungheria, che ha preso posizione contro la legge che nel suo paese proibisce alle coppie LGBT di adottare dei bambini. Sapeva di andare incontro a critiche molto dure, ma lo ha comunque fatto. Ha mostrato personalità e coraggio.

Rashford supera Gulácsi con un tocco sotto in un match valido per la Champions League.

Durante il ritiro con la nazionale, abbiamo parlato di cosa avremmo potuto fare. Personalmente non credo che boicottare i mondiali, in questo momento, sia la soluzione. Non migliorerebbe in alcun modo la vita dei lavoratori in Qatar, anzi, sarebbe ancora peggio. C’è chi dice che non facciamo abbastanza, ed è giusto così. C’è sempre una vocina che ti dice dovresti fare di più.

Quello che possiamo fare è mantenere vivo il dibattito. A marzo, la federazione finlandese ha pubblicato una lettera aperta, firmata da altre cinque federazioni scandinave, in cui si chiedeva alla FIFA di affrontare le problematiche riguardanti il rispetto dei diritti umani in Qatar. Poco fa le stesse sei federazioni hanno chiesto alla FIFA di indagare investigare sulle migliaia di morti riportate da Amnesty. La selezione norvegese ha indossato delle magliette con slogan che richiedevano il rispetto dei diritti umani, Danimarca, Germania e Paesi Bassi hanno fatto lo stesso. Sono tutti atleti molto noti che prendono posizione di fronte alle telecamere, in diretta e in prima serata. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno.

Penso che anche altre squadre stiano pensando a cosa possono fare oltre a vincere le partite, a come aiutare chi non ha gli stessi nostri privilegi.

Non dimentichiamoci cosa succederà dopo la fine della competizione. La FIFA parla di un cambiamento tangibile, quindi il sistema della kafala verrà abolito una volta per tutte? Le riforme già approvate finora verranno finalmente applicate anche dopo il 2022? I lavoratori godranno dei loro diritti più basilari? Di solito ci si scorda del paese ospitante una volta finito il torneo. Non può succedere questa volta.

È necessario che tutti sappiano cosa sta succedendo in Qatar. Svegliamoci tutti. Sono sicuro che in Finlandia ci sono ancora molte persone che non ne sanno nulla.

Il governo qatariota sa di queste cose? Ne viene influenzato? Io penso di sì. Hanno già cambiato alcune leggi, e non sarebbe successo senza pressioni politiche. Se più nazionali si uniranno alla protesta, rafforzeremo l’impatto sociale e la storia dei mondiali in Qatar. Ne sono certo.

Quando ho parlato con alcuni dei lavoratori, loro erano molto contenti di averci coinvolto. Hanno continuato a chiederci di fare rumore, di stare dalla loro parte e di esporci per i loro diritti come lavoratori e come esseri umani.

Dunque chiedo ad ogni giocatore impegnato nelle qualificazioni almeno di pensare a al modo in cui vengono trattati gli immigrati che lavorano in Qatar e a come vivono le loro famiglie. Pensate ai privilegi che abbiamo in quanto calciatori e alla potenza delle piattaforme a nostra disposizione. Quei lavoratori non hanno gli stessi privilegi, ma noi possiamo aiutarli raccontando le loro storie e alzando le nostre voci all’unisono.

Se riuscite a prendere coraggio, informatevi, fatevi prendere dal dibattito e schieratevi. Parlate ai giornalisti, scrivete un tweet o postate qualcosa su Instagram. Contattate chi rappresenta i lavoratori, le organizzazioni che difendono i diritti umani o i vostri sindacati, e chiedete come potete fare la differenza in questa situazione.

Forse vi insulteranno per esservi fatti sentire – forse lo faranno in ogni caso. Forse dovrete rispondere a qualche e-mail o a qualche chiamata in più del solito. Ma quando la storia di questi Mondiali verrà scritta, voi sarete dalla parte giusta.


  • Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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