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3 min

- di Danilo Budite

Considerazioni sparse su "Anelka: genio e sregolatezza"


Il biopic di Netflix “Nicolas Anelka: genio e sregolatezza” è un viaggio alla scoperta di uno dei giocatori più controversi del XXI secolo. “Un calciatore dimenticato”, come viene descritto all’inizio del documentario, e mai descrizione risulta più azzeccata.


- Già, Nicolas Anelka è un calciatore dimenticato, uscito all’improvviso dall’immaginario collettivo, subendo una Damnatio Memoriae con pochi precedenti nel mondo del calcio. In Italia abbiamo un’immagine sbiadita di lui, figlia della sua anonima esperienza alla Juventus. Ma in generale, praticamente nessuno annovera Anelka tra i campioni che hanno segnato il passaggio da fine XX secolo all’inizio del XXI, quando ce ne sarebbero ampiamente i margini. Questo perché quel giocatore favoloso ammirato all’Arsenal è stato cancellato dalle polemiche della sua avventura al Real Madrid (fruttata comunque una Champions vinta da protagonista, anche questo dimenticato), e il grande attaccante visto con la maglia del Chelsea è stato spazzato via dal caos che ha segnato la sua esperienza al Mondiale del 2010. Il pregio maggiore di questo documentario è quello di recuperare invece la grandezza di Nicolas Anelka. Di restituire dignità a un giocatore dal talento immenso, in parte sprecato, ma che comunque ha lasciato un segno tangibile nel calcio;

- La Damnatio Memoriae subita da Anelka è dovuta a quell’episodio durante il Mondiale del 2010, quando il celebre giornale francese, L’Equipe, ha pubblicato un suo presunto insulto, molto pesante, verso l’allora CT della Francia, Raymond Domenech. Ha seguito un putiferio di dimensioni epocali, con l’allontanamento di Anelka dalla squadra e l’ammutinamento dei giocatori francesi prima dell'ultima sfida decisiva del girone. Chiaramente, è sopraggiunta anche l’eliminazione dei Blues dal Mondiale. Quell’episodio, largamente smentito in seguito, è la punta del difficile rapporto di Anelka con la Nazionale. Una vicenda di tradimenti e rifiuti, con Anelka non convocato senza alcuna spiegazione nel 1998 e nemmeno considerato nel 2002. In mezzo un successo ad Euro 2000 da anonima comparsa, a cui il giocatore ha contribuito pochissimo e che egli stesso ha ammesso che cancellerebbe dal suo palmares. Una dichiarazione che dà la cifra del carattere di Anelka. All’origine di questo difficile rapporto con la Nazionale c'è anche la faida con il PSG e con la federcalcio francese a inizio carriera. Insomma, con l’avanzare del racconto, la narrazione prende sempre più la piega di uno scontro tra l’eroe Anelka e i cattivoni della Federazione francese. Finiamo inesorabilmente per empatizzare con il nostro protagonista, ma, come dice Henry in un suo contributo, “il lieto fine esiste solo ad hollywood”;

- La bellezza del documentario, la sua potenza, sta proprio nel modo in cui ci fa empatizzare con Nicolas Anelka. Nel racconto non c’è alcuna costruzione volta a innalzare il protagonista, a celebrarlo. C’è solo la cruda realtà dei fatti e Anelka trasuda verità da ogni poro della sua pelle. E giustizia. Lo spettatore viene saziato dalla sua sete di conoscenza perché riesce ad avere tra le mani un racconto esaustivo e imparziale, e si compiace nel prendere le parti del protagonista perché sente che non è spinto da alcun artificio retorico. Ad arricchire il racconto, e a dare potenza al documentario, c’è una raffica di contributi di ex compagni, parenti e giornalisti davvero di primissimo livello. Possiamo porci dei dubbi su alcuni passaggi della vita di Anelka, ma se poi determinate cose vengono confermate da Henry, Evra, Gallas, Pires e via dicendo, non possiamo non crederle reali;

- L’immagine più bella del racconto è quella di Nicolas Anelka che, rilassato e sereno, si gode la sua famiglia nella bellissima Dubai. Pesa il contraltare tra l’irrequietezza degli anni da calciatore, tra le pressioni di Madrid e le critiche in Nazionale, e la tranquillità dopo il ritiro. Si capisce davvero quanto, a dispetto dei soldi e via dicendo, fare il calciatore sia un lavoro difficile e quanto il ritiro, spesso, rappresenti davvero l’oasi felice, per potersi finalmente godere la famiglia e fare una “vita normale”. Quella che Anelka, d’altronde, ha sempre voluto;

- Il documentario però ci lascia con una domanda impellente, che ci rode da dentro e che non troverà mai risposta: come sarebbe andata la carriera di Anelka senza il passaggio al Real Madrid? Quel salto, evidentemente troppo ampio, ha frenato in maniera irrecuperabile la sua ascesa. Non avremo mai una risposta, possiamo consolarci solo pensando al fatto che probabilmente anche Arsene Wenger sia tormentato da questo quesito. 

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Romano, vivo di calcio e di citazioni pop. Musica, cinema, arte e letteratura, ancora meglio se tutto insieme. Scrivo di tutto ciò che mi circonda.

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