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, 27 Settembre 2021

Perché i miliardari americani investono sulla Serie A?


In questa stagione oltre un quarto delle squadre di Serie A hanno un proprietario nordamericano, una tendenza iniziata nel 2011 con la cessione della Roma e che ha avuto una brusca accelerazione negli ultimi anni.


Sono passati più di dieci anni da quando la cordata guidata da Thomas Di Benedetto acquisiva da Unicredit, dopo una lunga trattativa, il sessanta percento delle quote dell’A.S. Roma. All’epoca, il fatto che miliardari statunitensi avessero deciso di investire ingenti somme nel calcio italiano sembrava un fatto curioso, quasi esotico, al quale tifosi e media non seppero bene come reagire. 

Da un lato l’entusiasmo era tanto, l’immaginario dei grandi ricchi stranieri che investono nel calcio europeo era ancora quello formato sugli esempi degli Abramovich e dei famigerati sceicchi pronti a tutto pur di accaparrarsi grandi campioni e vincere titoli nel minor tempo possibile. Dall’altro, aleggiava un certo scetticismo: c’era chi faceva notare che «agli americani il calcio non è mai interessato» e che «di pallone questi non capiscono niente», sostenendo l’idea che fosse meglio avere un patron povero ma appassionato e legato all’ambiente anziché affidarsi ai dollari di persone tutto sommato disinteressate al gioco, alla tifoseria, alla città.

Qualche giorno fa, dopo dieci anni dall’ingresso dei primi investitori statunitensi in Serie A, la società più antica del calcio italiano ha percorso lo stesso cammino diventando un asset della 777 Partners – un fondo di private equity con sede a Miami – ma la notizia ha fatto molto meno rumore, anche e soprattutto perché ormai ci siamo abituati. 

Negli ultimi dieci anni, i club italiani passati in mano a proprietari provenienti da USA e Canada sono ben dieci (Roma, Bologna, Milan, Fiorentina, Parma, Spezia, Venezia, SPAL, Pisa e Genoa) a cui si aggiungono Ascoli e Campobasso, di cui fondi americani sono soci di minoranza ma con l’opzione di arrivare ad acquisire il 51% delle quote. In questo elenco, inoltre, ci sono dei casi particolari: la Roma, ad esempio, ha cambiato tre proprietari a stelle e strisce diversi (prima Di Benedetto, poi Pallotta e ora Friedkin); mentre la SPAL, al contrario, è stata comprata da Joe Tacopina, che era già stato al timone di Bologna e Venezia. 

Insomma, durante questo decennio abbiamo imparato a conoscere il modus operandi degli imprenditori d’oltreoceano. Abbiamo imparato, in qualche caso scottandoci, che non c’entrano nulla con gli oligarchi russi né con i fondi sovrani della penisola araba. Conosciamo la loro serietà, l’attenzione al marketing, alla comunicazione e alla gestione finanziaria. Sappiamo che investono più volentieri su progetti a lungo termine come la costruzione di stadi e infrastrutture e di un brand vendibile globalmente, piuttosto che su singoli nomi altisonanti in fase di calciomercato. Abbiamo visto che normalmente hanno l’intelligenza e l’umiltà di affidarsi a dirigenti italiani o comunque europei, di persone che conoscano in profondità i meccanismi del calcio nostrano e che sappiano coniugare una visione proiettata verso futuro con l’esperienza della giungla sportivo-politico-burocratica del nostro calcio.

Tuttavia resta una domanda fondamentale: perché gli americani investono in Serie A? 

Perché gli americani investono in Serie A?

La risposta più ovvia è molto semplice: perché pensano sia conveniente. Ma perché credono sia conveniente? E perché in così tanti si rivolgono alla Serie A e non a campionati di livello più o meno equivalente?

Per avere delle risposte è utile guardare al calcio inglese e in particolare alla Premier League, campionato in cui gli investimenti stranieri e in particolare statunitensi sono la norma (soltanto quattro squadre hanno proprietari britannici). L’interesse nordamericano si basa su una grande scommessa, ovvero la possibilità di risvegliare il "gigante addormentato" della Serie A, in maniera simile a come negli ultimi vent’anni il calcio inglese è stato trasformato radicalmente diventando di gran lunga il campionato più seguito al mondo. 

Secondo Patrick Massey di Portas Consulting, azienda britannica specializzata nello sport, l’appeal delle squadre italiane è dovuto innanzitutto all’immagine che il nostro movimento si è costruito tra gli anni ottanta e i primi duemila, quando i miliardi e il fascino delle società nostrane era in grado di attrarre i migliori giocatori al mondo e, di conseguenza, l’attenzione del pubblico mondiale. Sebbene sia passato molto tempo e la Serie A si sia molto impoverita tanto economicamente quanto tecnicamente, l’idea che si tratti comunque di un campionato d’élite non è mai del tutto scomparsa dall’immaginario e le dichiarazioni dei neo-proprietari confermano questa visione.

Interrogato su cosa lo avesse spinto a comprare il Parma, Kyle Krauser ha risposto che la Serie A «era il campionato numero uno al mondo e non c’è motivo per cui non possa tornare ad esserlo»; sulla stessa linea Robert Platek, neo proprietario dello Spezia, che a una simile domanda ha risposto dicendo che «la Serie A è di per sé un torneo d’élite».

La necessità di nuove infrastrutture

Un'altra importante opportunità è offerta dalla necessità di nuove infrastrutture dedicate al calcio. 

Mediamente, stadi e campi di allenamento italiani sono obsoleti, quando non addirittura fatiscenti, e i pochi club che come Juventus, Udinese, Sassuolo e Atalanta hanno investito in uno stadio di proprietà, ne hanno immediatamente beneficiato sotto numerosi punti di vista.

Il desiderio di rinnovare gli impianti sportivi o addirittura costruirne di nuovi che permettano di moltiplicare le entrate del matchday sembra essere un’idea condivisa da tutti i proprietari americani. A Milano come a Roma e a Firenze, il progetto di un nuovo stadio esiste da anni e comprende anche la costruzione di altri edifici e lo sviluppo di infrastrutture che valorizzino le aree circostanti e integrino i nuovi spazi al tessuto urbano, rendendo tali investimenti proficui tanto per i proprietari dei club quanto per i comuni e i loro abitanti.

Nonostante la retrocessione del Parma in Serie B, il nuovo presidente Krause ha confermato la sua intenzione di rinnovare il vecchio stadio Tardini. I lavori di ristrutturazione dell’Armando Picco di La Spezia sono appena stati completati, Joe Saputo ha depositato a maggio un progetto da 100M per rinnovare radicalmente il Dall’Ara, mentre Niederauer desidera «sviluppare la solida collaborazione con il sindaco Luigi Brugnaro, nell’interesse del club e della città di Venezia […] per la realizzazione del nuovo stadio e del progetto immobiliare ad esso dedicato.»

In poche parole, l’Italia è il luogo con il miglior equilibrio tra costi per l’investimento e possibilità di crescita: pur essendo un torneo apprezzato in tutto il mondo, con squadre altamente competitive a livello europeo e con la garanzia di ben sette posti nelle competizioni internazionali, molti proprietari italiani “vecchio stile” sono più che disposti a cedere le società a prezzi molto bassi che consentono di avere margini di crescita potenzialmente molto alti. 

Una valutazione che spesso può suonare strana alle orecchie dei tifosi italiani, abituati a vedere le squadre di calcio come lo sfizio sistematicamente in perdita di miliardari che si buttano nel mondo dello sport per questioni di prestigio, mero divertimento o opportunismo. Ma oltreoceano le cose funzionano diversamente, il calcio è visto come un’industria qualsiasi, e l’unico buon motivo per investire in un’impresa è volerla migliorare, far crescere e finalmente goderne i frutti o venderla ad un prezzo molto più alto di quello iniziale. Ma anche fare esperienza, “lavare i panni in Arno”, guardando al successo che sta riscuotendo il calcio negli Stati Uniti e ai mondiali del 2026 che si svolgeranno proprio tra USA, Messico e Canada. 

Quando sarà il momento di investire nel calcio americano, l’avere maturato esperienza sportiva e manageriale nell’Europa calcistica che conta, avere buoni contatti personali con altri dirigenti, agenti e calciatori, e perché no essere riusciti a creare un network tra i due lati dell’Atlantico (si vedano gli scambi di giocatori tra le due squadre di Saputo, Bologna e il CF Montreal) potrebbe essere un grande vantaggio.


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  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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