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3 min

- di Antony Mandaglio

Considerazioni sparse su Mondocane, primo lungometraggio di Alessandro Celli


“Nella favela nata all’ombra dell’acciaieria, i figli dell’abbandono sopravvivono senza legge. Dimenticati nella città simbolo di un paese segnato dal degrado ambientale“. Mondocane è una pellicola che ha molto da raccontare e tanto da parafrasare.


- In un futuro non precisato si fa spazio l’opera prima (su grande schermo) di Alessandro Celli; una Taranto distopica e letteralmente spaccata a metà fa da sfondo a una storia di formazione che, come da tradizione neorealista, ha come fulcro la crescita di due ragazzini: Pietro e Christian (Dennis Protopapa e Giuliano Soprano), amici da sempre, orfani e cresciuti ai Tamburi. Il loro desiderio è quello di entrare a far parte della gang delle Formiche, un esercito di ragazzini orfani, tirati su e capitanati da Testacalda (Alessandro Borghi), villain della vicenda. I due ragazzini, rispettivamente “Mondocane” e “Pisciasotto” vivono su un peschereccio e sognano un giorno di poter partire e lasciarsi alle spalle le macerie di una Taranto Vecchia. Una grande opportunità viene data a Mondocane e da lì una serie di eventi che incrineranno non poco l’amicizia dei due; merito indubbiamente dell’entrata in scena di Ludovica Nasti, una ragazzina misteriosa;

- Mondocane è una pellicola che ha molto da raccontare e tanto da parafrasare. Il degrado ambientale presente nei 110 minuti della pellicola altro non è che una denuncia contro la società e contro i “poteri forti”, dove per la maggiore sembra se ne infischino dei problemi ambientali presenti sul nostro territorio; motivo per cui, in questo futuro prossimo le acciaierie hanno vinto. Hanno cacciato la popolazione da quella fetta di Taranto, facendo migrare i benestanti in una Taranto nuova e ovattata, lasciando poveri, reietti e delinquenti alla deriva nella Taranto vecchia: un palese richiamo a quelli che furono gli anni d’oro del Neorealismo italiano, quasi a richiamare la storia di Pasquale e Giuseppe, i due protagonisti (reietti e abbandonati al loro destino) di Sciuscià, pellicola di Vittorio de Sica, opera prima ad aggiudicarsi un Oscar come miglior film straniero;

- Alessandro Celli, dopo aver lavorato in televisione per serie tv come “Braccialetti rossi” e, nel 2019, aver diretto la docu-fiction “Giorgio Ambrosoli – Il prezzo del coraggio”, con Mondocane firma la sua prima pellicola per il grande schermo. il film è prodotto Minerva Pictures e da Matteo Rovere per Groenlandia e quest’ultimo è uno dei nomi che più di tutti ultimamente sta cercando di donare al cinema italiano una nuova ventata di cinema di genere. Basti pensare ai suoi precedenti lavori, alla cinepresa con “Il primo re”, film che narra la nascita con una rivisitazione del mito di Romolo e Remo o, ancora come produttore, alla trilogia di Sidney Sibilia, “Smetto quando voglio”. Celli comunque ha il merito di mettere in scena una storia abbastanza solida, con una sceneggiatura che non presenta grandi imperfezioni e una narrazione con una forte identità, dalle sottotrame ideologiche e politiche non indifferenti;

- Merito della buona riuscita di Mondocane indubbiamente va al villain del film, Alessandro Borghi, ormai diventato un attore di punta del panorama cinematografico italiano, Borghi in questo film sembra viaggi sulla stessa lunghezza d’onda degli ultimi villain hollywoodiani; una sorta di antieroe, un uomo dai mille eccessi e difficilmente inquadrabile. La sua interpretazione è ottima, così come le interpretazioni dei giovani ragazzi presenti nel cast: al primo lungometraggio i due protagonisti, Dennis Protopapa e Giuliano Soprano si comportano egregiamente. Discorso diverso invece per la piccola Ludovica Nasti, non più debuttante dopo aver vestito i panni di Lila ne “L’amica geniale”; altri attori presenti nel cast: Barbara Ronchi e Josafat Vagni;

- Tra gli aspetti tecnici, una cosa che risalta subito all’occhio è la fotografia patinata tendente al giallo, per enfatizzare ulteriormente la desertificazione presente tra le strade tarantine: un esperimento questo (del giallo portato all’estremo) già visto da Sidney Sibilia nella sua trilogia comica “Smetto quando voglio”; non a caso, la fotografia è curata da Giuseppe Maio, direttore della fotografia già al fianco di Matteo Rovere ne “Il primo re” (film vincitore del premio “miglior fotografia” ai David di Donatello nel 2019). Anche le musiche sono curate particolarmente bene, accostandosi coerentemente al viaggio dei due eroi, con delle sonorità elettroniche e volutamente disordinate, interamente curate da Federico Bisozzi e Davide Tomat. Vede la partecipazione ad alcune tracce anche Margherita Vicario. In sostanza Mondocane è un film che funziona e che adempie perfettamente al suo dovere, ovvero riportare sprazzi di genere in un cinema prettamente autoriale. Stilisticamente rende, la scenografia è ben studiata così come le musiche e la fotografia (anche se dopo un po’, forse, risulta troppo patinata). La narrazione, che riporta in auge tante storie del cinema post secondo dopoguerra, scorre bene senza mai annoiare. Insomma, questa nuova ondata di cinema di genere in Italia sembra stia andando verso la giusta direzione e mai ci saremmo potuti dichiarare più contenti di così.

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