
Il Tennis è morto, viva il Tennis
Il tennis contemporaneo è decisamente diverso rispetto a quello di qualche decennio fa. Gran parte di tale cambiamento è dovuto ad un processo di omologazione delle superfici. Ripercorriamo i momenti salienti che hanno portato alla situazione attuale, cercando di coglierne le idee e le politiche che ne sono all'origine, analizzandone pro e contro ed effetti sull'intero movimento.
L'armonia dell'erba, la compostezza del cemento, la tempra del rosso; superfici diverse con caratteristiche e prerogative diverse costringono gli appassionati a considerare il tennis come uno e trino. Gli atleti che solcano i campi devono adattarsi ai capricci di ciascuna di esse, modificando opportunamente il loro gioco. Nessun altro sport può vantare il privilegio di esibire una così ampia gamma di soluzioni, stili e schemi di gioco, più o meno efficaci a seconda del terreno che si calpesta.
Fatta questa premessa, proviamo a chiarire quali siano le peculiarità delle varie superfici, la loro origine e il loro destino.
Terra, Erba, Cemento: resistenza, estro, regolarità
Anzitutto occorre individuare quali sono i parametri che permettono di classificare le varie superfici: rapidità ed altezza del rimbalzo, durezza del suolo, uniformità del manto sono tra i principali poiché sono quelli che maggiormente influenzano il gioco.
- Campo in erba: il manto erboso genera un rimbalzo basso e piuttosto veloce (il taglio e i materiali utilizzati per realizzare lo strato sottostante possono comunque modificarne gli effetti). Per questo motivo viene preferito uno stile di gioco offensivo e propositivo, caratterizzato da scambi brevi, spesso conclusi con colpi vincenti o a rete. Il prato è sì morbido, risultando poco gravoso per le articolazioni e favorendo giocate spettacolari come volée in tuffo, ma anche scivoloso e disomogeneo, causando non poche insidie ai giocatori. Colpi piatti o in slice sono da preferire a discapito del top-spin, dal momento che difficilmente si riesce ad ottenere un rimbalzo così alto da infastidire l'avversario. A ciò si aggiunge l'inevitabile deterioramento a cui l'erba è soggetta: negli atti conclusivi dei tornei la "terba" contribuisce ulteriormente a rallentare gli scambi e produrre rimbalzi irregolari. Tale degrado è anche responsabile della poca diffusione dei campi in erba, i quali richiedono una costante e dispendiosa manutenzione.
- Campo in cemento: la superficie lisca e uniforme genera un rimbalzo regolare. Generalmente si tratta di campi rapidi, sebbene la velocità e l'altezza del rimbalzo varino a seconda della mescola. La superficie dura interessa fortemente le articolazioni e può essere responsabile a lungo termine di problemi alla schiena e agli arti inferiori. Il cemento è inoltre largamente diffuso, in virtù dei costi relativamente bassi e della poca manutenzione di cui necessita.
- Campo in terra battuta: fatta eccezione per alcuni tipi di terra poco comuni (blu, verde, grigia...) il rosso è senza dubbio la superficie più lenta che esalta i fondocampisti. Gli scambi sono spesso lunghi ed estenuanti, il top-spin è il colpo più efficace poiché esaspera il rimbalzo della pallina. Come per l'erba, le irregolarità della superficie, causate da accumuli o buche di terra, possono produrre rimbalzi inaspettati, mentre la morbidezza del terreno non è logorante e favorisce scivolate e recuperi in allungo.

Come si nota nel grafico non esiste una rigida gerarchia poiché molti altri sono i fattori che possono alterare le caratteristiche di un campo da tennis: materiali utilizzati, umidità, temperatura, orario del giorno, altitudine, copertura del campo (si stima che i campi indoor siano di circa il 20% più veloci rispetto a quelli outdoor in virtù di una minore resistenza dell'aria).
La Genesi: l'erba & il lawn-tennis
È sufficiente un rapido sguardo al calendario della stagione tennistica per notare una (quasi) totale assenza di tornei sull'erba. L'unico ad essere sopravvissuto è ovviamente Wimbledon, preceduto soltanto da un paio di tornei 500 (Halle e il Queen's) e una manciata di 250. Eppure non è sempre stato così: agli albori del tennis la situazione era praticamente rovesciata...
Il gioco del tennis nasce nel 1874 da un'invenzione di Walter Clopton Wingfield. Ispiratosi al Real Tennis di stampo francese, tradizionalmente praticato al chiuso, il maggiore convinse i suoi ospiti a trasferire il gioco sui vasti prati della sua tenuta gallese a Nantclwyd Hall, brevettando il lawn-tennis (dall'inglese lawn, "prato"). Tennis ed erba sono dal principio legati in maniera indissolubile.
La diffusione del nuovo sport è tanto vasta quanto rapida. In pochi anni il tennis raggiunge ogni angolo del Regno Unito e viene disciplinato secondo regole ben precise, molte delle quali sono rimaste tutt'oggi immutate. È il 1877 quando i membri del neonato "All England Lawn Tennis Croquet Club" (si noti che il termine Croquet è un chiaro rimando all'allora più celebre cricket, sui cui campi si disputarono le prime partite di tennis della storia) organizzano il primo torneo: l'edizione inaugurale dei Lawn Tennis Championships ("campionati di tennis su erba", più comunemente noti come Wimbledon) ebbe grande successo e venne vinta da Spencer Gore, uno dei padri del gioco di volo.
La nascita dei 4 Slam
Dopo Wimbledon i campi da tennis, rigorosamente in erba, si moltiplicano su vasta scala, approdando oltreoceano. La risposta americana ai tornei anglosassoni sono gli US National Championships, antenati degli US Open, introdotti nel 1881; per quella australiana si deve attendere fino al 1905, data di istituzione degli Australasian Open.
Contemporaneamente il tennis giunge anche in Europa continentale. Tradizione vuole che i fratelli Renshaw, futuri pluricampioni a Wimbledon, decidono di far realizzare alcuni campi nei dintorni della propria residenza estiva presso Cannes. Ben presto, tuttavia, la fresca erba deve arrendersi al caldo torrido dell'estate francese, costringendo i fratelli ad ingegnarsi per preservare il prato. In effetti William e Ernest Renshaw hanno la brillante intuizione di cospargere il campo di una polvere ricavata dalla frantumazione dei vasi di terracotta che ben si presta alla salvaguardia del manto erboso. Partendo da quest'idea sono realizzati nuovi tipi di campi in terra battuta e nel 1891 nascono i Championnats de France, trasferiti definitivamente a Parigi nel 1928.
Nei primi decenni del Novecento la sola terra francese costituisce una valida alternativa all'originaria erba inglese.
L'Era Open e il cemento
Tale situazione rimane sostanzialmente invariata fino all'avvento dell'Era Open del 1968 (con la quale si elimina la distinzione tra circoli amatoriali e professionistici): 3 dei 4 Major si giocano su erba, quello francese su terra. In questi anni si distingue il tennis australiano serve & volley, in particolare nelle figure di Ken Rosewall e Rod Laver, quest'ultimo capace di completare il Grande Slam prima da dilettante nel 1962 e poi ripetendo l'impresa nel 1969, questa volta potendo finalmente competere con tutti i migliori tennisti dell'epoca.
I primi stravolgimenti nel circuito avvengono a metà degli anni '70 quando in America gli organizzatori degli US Open (il nome venne modificato per sottolinearne l’apertura ai professionisti) decidono di abbandonare l’erba per adottare la terra verde, nota come Har-Tru, dal nome del suo inventore Henry Alexander Robinson unito all'inglese "true", poiché il colore verde della mescola ricorda quello naturale dell'erba.
Tale terra si differenzia da quella europea non solo per il colore ma anche per una maggiore velocità. Le conseguenze sono da subito evidenti: Jimmy Connors, numero 1 al mondo e vincitore dell'ultima edizione erbivora dello slam americano nel 1974, perde la prima finale su terra verde contro lo spagnolo Manuel Orantes. Due anni dopo è un altro maestro della terra a trionfare: Guillermo Vilas. L'esperimento americano ha però vita breve e già nel 1978, con il definitivo trasferimento del torneo a Flushing Meadows a New York, la superficie cambia nuovamente e i campi sono realizzati in cemento.
Sull'onda dell'esempio americano, nel 1988 tocca agli Australian Open migrare a Melbourne e adottare una mescola sintetica. È il passaggio all’era moderna: soltanto Wimbledon e Roland Garros rimangono fedeli alle superfici originali, in America ed Australia si gioca sul duro.
Analisi del gioco e suoi cambiamenti
8 Luglio 1990, Finale di Wimbledon: Stefan Edberg batte in 5 set Boris Becker aggiudicandosi il suo secondo ed ultimo titolo ai Championships. I due rivali si affrontano a viso aperto proponendo un gioco offensivo votato alla discesa a rete; il gioco è speculare ed esclusivamente basato sul serve & volley e la partita si decide tra colpi al volo e passanti.
3 Luglio 2011, Finale di Wimbledon: Novak Djokovic conquista il suo primo successo londinese battendo il detentore del titolo Rafael Nadal in 4 set. Nei pressi della rete l'erba è immacolata e le volée sono rarissime; al contrario il braccio di ferro da fondo campo è estenuante.
Sono trascorsi appena 21 anni, eppure, nonostante le condizioni appaiono praticamente identiche, sembra di assistere a due sport completamente differenti. Ma allora perché il tennis si è evoluto così tanto e così rapidamente? Quali sono i fattori che hanno portato a tale drastico cambiamento?
Premessa: il tennis in sé non cambia; esistono svariati modi di giocare a tennis, tutti ugualmente validi. Non ha senso affermare che il bel tennis è quello che si gioca a rete, così come non ha senso dire, come oggi spesso si sente, che il calcio deve essere fatto di possesso palla e non di catenaccio. Non c'è maggiore tecnica nell'eseguire una demi-volée smorzata piuttosto che tirare un passante vincente mentre si è in braccio al giudice di linea. Quello che cambia, invece, è tutto il contorno: le regole, i materiali, la preparazione psicofisica degli atleti, le palline, le superfici. Sono questi i fattori che determinano perché in una data epoca storica la maggior parte dei tennisti, con le doverose e necessarie eccezioni, tendano verso un certo stile di gioco.
Tra l'altro non di rado un atleta, magari particolarmente longevo, è costretto a modificare la propria idea di gioco in corso d'opera: nell'estate del 2013 Roger Federer, con alle spalle 17 titoli slam e un interminabile elenco di record, opta per un cambio di racchetta, passando da 90 a 98 pollici quadrati di dimensione del piatto corde. E questo passaggio segna inevitabilmente il gioco degli ultimi anni della sua carriera: una racchetta con un piatto più piccolo è più difficile da controllare ma contemporaneamente garantisce maggiore precisione (chiaramente ad impatto corretto) ed è in grado di trasferire più energia dal braccio alla palla. Conseguentemente le stecche, soprattutto col rovescio, diminuiscono e i colpi si fanno più arrotati ma meno pesanti. La scelta di Federer (che in un'intervista rilasciata nel 2020 chiarisce in prima persona i motivi del cambio di racchetta - https://www.tennisworlditalia.com/tennis/news/Roger_Federer/71744/federer-spiega-i-cambiamenti-delle-racchette-e-del-tennis-nel-corso-degli-anni/) appare da subito coerente con la tendenza del tennis contemporaneo di rallentare le superfici: in tali condizioni il numero di vincenti cala drasticamente, gli scambi si allungano e in generale il mantra è sbagliare il meno possibile. Ha dunque perfettamente senso evitare colpi piatti, più penetranti ma rischiosi, preferendo quelli carichi di effetto, con un margine di errore nettamente superiore.
Il serve & volley e il mito di Borg
Facendo un passo indietro, si può dire che dalla sua nascita fino all'Era Open il tennis sembrava tollerare un unico schema: il serve & volley. Due sono le motivazioni principali alla base di questa scelta pressoché esclusiva: l'utilizzo di racchette in legno, piuttosto pesanti e con un piatto decisamente piccolo; la preparazione atletica distante anni-luce da quella attuale che incoraggiava scambi brevi e ritmi blandi.
La prima grande rivoluzione nel tennis fu portata da Björn Borg, che introdusse nel mondo del tennis canoni tattici e fisici fino ad allora sconosciuti. In un’epoca in cui il tennista era visto come una rock-star, lo svedese fu praticamente il primo a seguire una preparazione rigida che gli permise di dominare gli avversari anzitutto sul piano della resistenza. Non solo, ma Borg seppe sfruttare il campo da tennis nella sua interezza, dalla linea di fondo fino alla rete, sdoganò l'uso del top-spin col dritto, cardine del tennis moderno, si affidò al rovescio bimane. I vantaggi di questi colpi saranno poi palesi qualche anno dopo con l'introduzione dei telai in metallo e grafite e con l'ingrandimento del piatto corde.
Ora, senza nulla togliere al genio di Borg, è però chiaro che la sua rivoluzione rappresentò in qualche modo il culmine di un graduale processo di ammodernamento del tennis. In effetti i sintomi di un radicale mutamento furono addirittura antecedenti l'Era Open. Nel 1965 René Lacoste, ex campione degli anni '20 con ben 7 slam in bacheca, lanciò sul mercato la prima racchetta in grafite. Si trattava ovviamente di un primo prototipo, con diversi difetti e ben lontano dagli attrezzi moderni, ma il suo minor peso e le sue dimensioni maggiori sembravano già in grado di poter garantire maggior potenza e precisione. I segnali erano dunque evidenti, nonostante bisognerà attendere la fine degli anni '80 affinché il passaggio dal legno alla grafite (e più avanti a fibre sintetiche organiche anche più performanti come kevlar e twaron) si concretizzi definitivamente.
L'era post-Borg (ritiratosi a soli 26 anni nel 1983) fu dunque segnata sia dal progressivo sviluppo dei nuovi materiali sia dall'approccio moderno al tennis dello svedese. Furono questi i fattori che determinarono la nascita della prima grande schiera di contrattaccanti. Si trattava di giocatori, per lo più di scuola europea, che si affidavano alla tenuta fisica e alla costanza del palleggio, con un tennis regolare che si distingueva per le grandi rotazioni finalizzate ad indurre l'avversario in errore. Questo stile trovò la sua massima esaltazione sulla terra rossa, che diventò terreno di caccia dei migliori incontristi degli anni '80: non a caso due dei più illustri interpreti del gioco da fondo di quegli anni, il cecoslovacco Ivan Lendl e lo svedese Mats Wilander, monopolizzarono il Roland Garros, senza però riuscire a trionfare a Wimbledon. Accadde il contrario per i maestri del gioco di rete: i sopracitati Edberg e Becker vinsero più volte Wimbledon e gli slam sul duro, mancando tuttavia la Coppa dei Moschettieri.
L'epoca moderna: l'era degli specialisti e l'omologazione delle superfici
Per una quindicina d'anni si assistette così al prevalere degli specialisti: l'erba è un flipper, la terra un pantano, il cemento il giusto compromesso. In tal senso il Career Grand Slam di Agassi è probabilmente quello che ha il peso specifico maggiore della storia. Il suo tennis è stato il più versatile che si sia mai visto e gli permise di trionfare in condizioni completamente differenti, giocando tutto d'anticipo a Londra e da fuori dal campo a Parigi.
Negli anni '90 Wimbledon fu di proprietà quasi esclusiva di Pete Sampras, il Roland Garros fu dominato dalla scuola spagnola prima (2 volte Bruguera e 1 Moya) e da Guga Kuerten poi, lo US Open dagli americani. L'evento che provocò una crepa nel sistema vigente si verificò nel 2001 quando la wild card Goran Ivanišević (già finalista in 3 edizioni, ma scivolato addirittura al 125° posto della classifica ATP) trionfò ai Championships. Fu un successo inaspettato per gli organizzatori, che in un’epoca che iniziava ad essere dominata dalla televisione e dagli sponsor videro il proprio prodotto “svalutato” dalla vittoria di un tennis monocorde, basato quasi esclusivamente sulla potenza del servizio. Da qui la decisione di modificare la composizione dell'erba che subì un primo notevole rallentamento. Non a caso l'anno seguente raggiunsero la finale Lleyton Hewitt e David Nalbandian, tennisti affezionati al gioco da fondo.
Grazie alla contemporanea ascesa di Federer e Nadal (e in seguito anche Djokovic) questo trend si consolida per tutto il decennio. I successi dei nuovi dominatori del tennis hanno risonanza mondiale e devono in qualche modo essere incentivati per garantire spettacolo nelle fasi finali dei tornei così da massimizzare gli introiti. Per il eludere il rischio di premature uscite dei migliori, le teste di serie degli slam passano da 16 a 32. Contestualmente al rallentamento dell'erba, la terra viene leggermente accelerata così da essere più simile al cemento. Le differenze di velocità, rimbalzo e aderenza al suolo si assottigliano fin quasi a scomparire. Complice anche una cura ormai maniacale del fisico, all'era degli specialisti subentra quella dei ribattitori che, avvalendosi di superfici simili e generalmente lente, sfoggiano un tennis solido e concreto.

Quali e quanti successi avrebbero raccolto i fab 3 nell'era precedente nessuno può saperlo. Appare però abbastanza evidente che l'omologazione delle superfici non solo abbia pompato numeri e record, ma abbia anche impedito di vedere se ed in che modo Federer, Nadal e Djokovic sarebbero stati in grado di adattarsi alle superfici stile anni '90.
In tal senso il loro prossimo ritiro potrebbe non essere così catastrofico per il tennis, che, abbandonata la necessità di assecondare i loro trionfi, si vedrebbe spalancata la possibilità di tornare, almeno in parte, ad una maggiore differenziazione.
Ciò che occorre fare è individuare il giusto compromesso tra la grande varietà di soluzioni che il tennis offre e le ovvie esigenze commerciali. Non resta che sperare che le decisioni degli organi competenti si orientino in tale direzione e non finiscano per rendere monotono uno sport che è in grado di soddisfare il palato di ogni appassionato.
Ti potrebbe interessare
Dallo stesso autore
Newsletter
Iscriviti e la riceverai ogni sabato mattina direttamente alla tua email.













