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4 min

- di Lorenzo Tognacci

Considerazioni sparse su "Dune", il nuovo film di Denis Villeneuve


L’iniziazione di Villeneuve è completa: l’alchimista canadese raggiunge il potere di trasformare le parole in immagini e getta le basi per la saga del decennio.


- Viviamo nella società dell’immagine e creare, concretamente, immagini, è la cosa più facile che si possa immaginare. Basta accendere il proprio telefono, un dispositivo che ha chiunque, per creare un’immagine o creare un contenuto che utilizza l’immagine come mezzo espressivo. L’incredibile accessibilità del mezzo ne amplia in modo sconfinato gli orizzonti immaginifici. Denis Villeneuve, il regista canadese un po’ riservato (non è una personalità da media alla Tarantino, per dirne uno), lo sa bene e negli anni studia la materia, le sue trasformazioni, i suoi linguaggi. Il risultato? Dune, parte uno;

- Dune è un’opera, perché il termine corretto con cui definirlo è “opera”, magistrale. Ha un background letterario solido - grazie ai romanzi di Herbert e al lavoro dei fan - e ha pure un precedente storico che ne aumenta l’aura di mistero, con il Dune di Lynch in quanto opera semi compiuta di uno dei più grandi di tutti i tempi a fare da monito ai futuri avventori. Villeneuve ha il coraggio di andare all in con determinazione e plasma quest’opera solida ma incredibilmente delicata, attentamente scandita quanto brusca, tanto struggente quanto alleviante. Un viaggio incredibile, con il primo punto di non ritorno dato dalla capacità di sconnetterti violentemente dalla realtà in pochi secondi appena entrato in sala, per poi metterti davanti la luce che lentamente ti porterà nel mezzo dello sconfinato deserto di Dune e infine convincerti a non volerne uscire. Il ritmo della narrazione è disegnato con la cura che Michelangelo mise nel David e ti porta alla fine delle 2 ore e mezza a essere fisicamente provato dal viaggio;

- Villeneuve ha studiato Lynch e ha studiato i suoi predecessori, ha fatto propri gli studi e li ha rielaborati secondo la sua cifra. Il regista canadese aveva già espresso una predilezione verso la manipolazione del silenzio, seguendo gli studi dell’onirico di Missoula, e in Dune ne mostra i roboanti sviluppi raggiunti. Il silenzio, i momenti di arresto, quelli in cui ricalibri le informazioni assorbite e ti assesti tra un avvenimento e l’altro lavorano a servizio della narrazione ed è tutto sublime. Non serve nemmeno leggere tra le voci del cast per capire che dietro c’è un altro alchimista come Hans Zimmer, capace di maneggiare il silenzio, che mantiene sempre alto il livello realizzando una dimensione sonora totale che non vuole essere semplice accompagnamento passeggero, ma sedimentarsi nell’immaginario e connotare con forza quello che gli occhi ricevono. Un’opera multisensoriale in cui vista e sonoro lavorano con una sincronia tale da portarti, alla fine delle 2 ore e mezza, mentalmente provato dal viaggio;

- E Villeneuve è anche consapevole di quanto la società dell’immagine ci abbia portato a sviluppare stomaci forti e pretenziosi. E l’immagine, schietta, è ovviamente la chiave di volta che il regista ha identificato in un titanico equilibrio tra semiotica e fotografia. Dal punto di vista della simbologia si raggiunge una crasi tra la cifra di Lynch e quella che Herbert ha messo nei suoi romanzi, dal punto di vista visivo invece il canadese libera cromìe e colori che danno impatto e contrasto alla visione. Tutto ammaestrato da una fotografia calcolata al singolo nit, il paesaggio che Dune dipinge è curato ed è una realtà in cui possiamo identificarci, immergerci completamente. Ma come detto prima, la vera chiave di volta è nell’equilibrio tra semiotica e fotografia, che si esprime al massimo nel cast e nelle interazioni dei singoli personaggi. Ogni personaggio ha un significante visivo e narrativo proprio, incredibilmente definito, che ci viene trasmesso da simbologie ferree e colori vivaci. L’avvicendamento tra le immagini, l’impatto visivo che ci restituiscono, sorretto dalla narrativa e dal sonoro, chiude un’opera che ci porta, alla fine delle 2 ore e mezza di visione, a essere psicologicamente ed emotivamente provati dal viaggio;

- E a portare in superficie questo quantitativo indescrivibile di lavoro c’è, appunto, un cast coi controcoglioni. Stellan Skarsgård è alla soglia del preoccupante vista l’immersione che ha messo nel suo personaggio, Javier Bardem è intoccabile, e Oscar Isaac, Momoa, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Bautista… E Timothée Chalamet. E Zendaya. Questi ultimi due sono attori a cui riconosciamo incredibili capacità professionali, entrambi hanno fatto lavori egregi e hanno una presenza scenica importante. È ormai chiaro però come entrambi soffrano in modo cronico e irreversibile della sindrome degli occhi atrofici. Senza scendere nei particolari, Chalamet ha costantemente quello sguardo da cane bastonato che non cambia, non si esprime, sembra recitare con tutto tranne che con gli occhi e visto quanto spessore c’è attorno forse un attore con maggior carisma sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Ma forse, ci troviamo davanti alla saga cinematografica del decennio (e oltre). E forse, un’altra saga ci insegna che un protagonista un po’ sottotono, che non porti via la scena all’opera circostante, è quello che serve per realizzare colossi di questo tipo. Vero Frodo?

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Rimini, 23/09/1994. Laureato in Comunicazione Pubblicitaria allo IED di Milano, freelance e multiforme. All’anagrafe porta il nome di Ayrton e la Formula 1 è appuntamento immancabile del weekend, a cui associa un passato da tennista sgangherato e anni di stadio a Cesena. Incallito e vorticoso consumatore di vinili e di cinema.

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