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4 min

- di Marco Bellinazzo

Considerazioni sparse post Medvedev-Djokovic (6-4, 6-4, 6-4)


All'appuntamento con la leggenda Novak Djokovic sorprende tutti e, con un colpo di teatro, rivela al mondo di essere umano.


- Ad un solo passo dal riscrivere la storia di questo sport (e dello sport in generale) Novak Djokovic, l'entità metafisica che ha guardato con divina superiorità il resto del mondo del tennis per tutto l'ultimo anno, si fa uomo come noi e trema al cospetto dell'immensità, facendo fuoriuscire tutte quelle debolezze che le sue robotiche sembianze avevano nascosto così perfettamente da arrivare al punto di far credere a tutti quanti che non ne avesse affatto. Con il mondo intero a sostenerlo nel tentativo di incidere in modo indelebile il suo nome nell'Olimpo dello sport, il serbo sveste i panni dell'inattaccabile superuomo, senza macchia e senza paura, che ti scherza e ti sconfigge, che ti risucchia l'anima e ti annienta mentalmente ed arriva a mostrare in un colpo solo tutta la sua umanità, fino a commettere un numero inusuale di errori, sfasciare una racchetta e addirittura piangere in campo. E' nella fragilità della sconfitta che il campione torna a sembrare un po' più vicino a tutti noi. E dire che, per una volta, non aveva nemmeno bisogno di sforzarsi per questo;

- Ma quanto è forte Daniil Medvedev? Sì, perché se tutti i riflettori erano puntati sull'appuntamento di Djokovic con il mito, qualcuno a Flushing Meadows la storia la scrive comunque. Ed è prima di tutto la sua storia, che per vincere il primo Slam sceglie un contesto non esattamente banale senza nemmeno batter ciglio, e poi è la storia di uno sport che sembra aver appena visto un iconico passaggio di consegne, una staffetta di numeri uno suggellata da un abbraccio vero, fraterno, quasi paterno. Umano, per l'appunto. Daniil Medvedev sa qual è il suo ruolo e veste senza indugi i panni del cattivo, sfidando un pubblico che non lo ama e che in modo del tutto inappropriato non fa nulla per nasconderlo e, con mano sicura, giustizia l'eroe della serata, caricandosi sulle spalle fino in fondo l'ingrato compito di fare il guastafeste. E' la serata migliore per raccogliere il testimone del migliore, è il primo Slam di una carriera che ora può finalmente decollare. Davanti al mondo, Daniil è diventato grande;

- Il match parte a ritmi altissimi e Medvedev sembra quasi essere in ritardo per un appuntamento da quanto va forte: il russo serve divinamente sin dai primissimi game e accorcia gli scambi al massimo, togliendo il fiato ad un Djokovic apparso sin da subito un po' in affanno. Tolto il set gentilmente regalato al qualificato Van de Zandschlup, il russo arriva in finale con un percorso netto, cosa che, aggiunta alla più giovane età, lo mette in condizione di maggiore freschezza rispetto al serbo, che porta ancora i segni delle ruvide battaglie combattute soprattutto nell'ultima settimana. I ruoli sembrano invertirsi e Daniil non concede diritto di replica al numero uno al mondo, mettendo in chiaro le cose sin dal primo set che vince prima ancora che chiunque possa rendersi conto che sull'Arthur Ashe Novak Djokovic ha anche un avversario. Uno vero;

- Se in questa edizione degli US Open Djokovic un set lo ha concesso un po' a tutti (pagando il conto in finale), dal secondo tutti si aspettano che si rispetti pedestremente il copione di ciascuna delle sue partite precedenti, con un accenno di fatica superato con disinvoltura in un massacro mentale, guidato fino alla fine a velocità di crociera e risolto in uno stillicidio in cui poi, avvicinandosi alle battute conclusive, nessuno può aver più nessun dubbio su chi sarà il vincitore. Basta fare il primo break per girare la partita ma, questa volta, quel momento per Djokovic non arriva mai. Dopo aver conquistato il primo vantaggio, Medvedev non arretra di un centimetro, continuando a servire come una macchina, e a scoprire le sempre più evidenti crepe mostrate dal campione serbo. Spietato, il numero due del tabellone sembra impossibile da breakkare, non teme il braccio di ferro nemmeno negli scambi lunghi ed è in controllo dell'avversario anche mentalmente. Il punteggio è netto e forse, addirittura, non lo è abbastanza;

- Il Grande Slam è davvero un miraggio? Mentre Rod Laver sorride serafico in tribuna, la domanda che sorge spontanea è se qualcuno sia davvero in grado di eguagliare la sua impresa, risalente ormai all'anno 1969. Abbiamo ancora negli occhi le lacrime di Serena Williams, sconfitta sullo stesso campo dall'eroica Roberta Vinci, ultima a veder sfumare il sogno per un soffio (nel femminile il record è di Steffi Graf, 1988). Ma se quella era stata una sorpresa, quello di stasera è, se possibile, uno shock ancora maggiore. Se nemmeno Novak Djokovic, l'inaffondabile e inavvicinabile, che in questo 2021 sembrava camminare un metro sopra tutti gli altri, è riuscito a completare l'impresa, forse siamo proprio destinati a continuare a vederla come un asintoto orizzontale, a cui ti avvicini andando verso l'infinito senza mai poterlo toccare. Intanto, mentre il terzetto più forte di tutti i tempi resta a quota 20, la Next Gen batte finalmente un colpo, cambiando ancora gli scenari di questo incredibile sport.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nato a Biella il 30/07/93, laureato in Matematica per motivi che non riesco a ricordare. Juventino di nascita, vivo malissimo anche guardando le partite dell’Arsenal, di Roger Federer e di qualunque squadra io scelga a Football Manager (unico sport che ho realmente praticato). Fanciullescamente infatuato di Thierry Henry, sedotto in età consapevole da Massimiliano Allegri, sempiternamente devoto a Noel Gallagher.

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