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- di Gabriele Moretti

La straordinaria storia di Ludwig Guttmann, ovvero come un profugo ebreo creò i Giochi Paralimpici


I Giochi Paralimpici di Tokyo 2020 si sono aperti martedì scorso. Oggi vogliamo raccontarvi la straordinaria vicenda di un medico ebreo tedesco capace prima di sfidare la repressione del Reich, poi di rivoluzionare l’approccio clinico alla paraplegia e di migliorare le condizioni di vita a milioni di persone e, ultimo ma non meno importante, di sfidare i pregiudizi elevando ragazzi invalidi spesso emarginati al rango di campioni olimpici conosciuti e amati dal pubblico di tutto il mondo.


Ludwig Guttmann nacque il 3 luglio 1899 a Tost, in Germania (ora Toszek, Polonia), da una famiglia di ebrei ortodossi tedeschi. Nel 1917, mentre lavorava come volontario in un ospedale per minatori di carbone, incontrò un paziente affetto da una lesione spinale che lo aveva costretto alla paraplegia. A quel tempo, la paraplegia era considerata sostanzialmente una condanna a morte e, sebbene purtroppo questo si rivelò vero nel caso del giovane minatore, il suo caso rimase impresso nella mente di Guttmann e ebbe un ruolo decisivo per la sua formazione e per il futuro di milioni di altri paraplegici. Infatti, soltanto un anno dopo il giovane si iscrisse a medicina. Trasferitosi per studio a Friburgo, egli diventò membro di una confraternita ebraica che promuoveva l'attività fisica e lo sport come strumenti di lotta contro la diffusione dell'antisemitismo nell’università e, dopo essersi laureato, si specializzò in neurochirurgia e iniziò a praticare all’ospedale universitario di Breslavia, l’attuale Wroklaw, oltre a tenere lezioni agli studenti dei primi anni. Allievo brillante, professore emergente e chirurgo capace, Guttmann stava intraprendendo la strada per diventare un medico conosciuto e stimato in tutto il paese, senonché un enorme e apparentemente insormontabile ostacolo ne bloccò il cammino: nel 1933 Hitler salì al potere e due anni dopo la Germania approvò le famigerate leggi di Norimberga, che tra le altre disposizioni antisemite proibivano agli ebrei di praticare la medicina. Guttmann fu espulso dal suo incarico universitario, licenziato dal suo lavoro ospedaliero e privato del suo titolo di dottore. Fu assegnato a lavorare nell'ospedale ebraico della città.

Tre anni dopo, arrivò il momento più tragico: la Notte dei Cristalli: «Il 9 novembre ho preso la mia macchina e sono andato alla sinagoga», ricordò in seguito. «Tutto era circondato da centinaia di persone, la struttura era in fiamme, le SS che giocavano a calcio con i nostri libri di preghiere. Rimasi lì e mi resi conto che le mie lacrime stavano scorrendo copiose. Ma questo mi rese determinato ad aiutare le persone perseguitate». Quella sera, 64 persone arrivarono all'ospedale dove lavorava in cerca di rifugio dal pogrom e dalla Gestapo. Guttmann li ammise tutti. La mattina dopo fu chiamato in ospedale dalle SS: «Sono andato all'ospedale e c'erano tre ufficiali delle seduti lì. ‘Ieri avete internato sessantaquattro persone. Come può spiegarmelo?' Discussi di ogni caso e, inventandomi ogni diagnosi, delle 64 persone ne ho salvate 60».

Nonostante il suo coraggio, ben presto si rese conto che lui e la sua famiglia non erano al sicuro in Germania. Nel 1939, le vie di fuga si stavano rapidamente chiudendo, ma egli, in quanto medico specializzato, ricevette un’opportunità e seppe coglierla al volo: i nazisti gli restituirono il passaporto ordinandogli di recarsi in Portogallo per curare un amico di Salazar. Così, si recò in nave accompagnato dalla famiglia, visitò l’amico del dittatore e, sulla via del ritorno, riuscì a fermarsi in Inghilterra dove il Council for Assisting Refugee Academics trovò loro una sistemazione. Il 14 marzo 1939, la famiglia si sistemò a Oxford e sei anni più tardi, nel 1945, Guttmann divenne ufficialmente cittadino britannico.

In Inghilterra riuscì finalmente a continuare la sua ricerca sulle lesioni spinali e soprattutto di istituire e dirigere il Centro per le lesioni spinali presso l'ospedale di Stoke Mandeville.
 Non solo il suo centro è stato rivoluzionario come prima unità specialistica nel Regno Unito per le lesioni spinali, ma è anche il luogo in cui Guttmann cominciò il primo percorso di trattamento e riabilitazione per i pazienti tetraplegici e paraplegici. A quel tempo, il tasso di mortalità dei pazienti paralizzati era ancora incredibilmente alto, non tanto per le paralisi, ma a causa delle infezioni causate dalle piaghe da decubito. La risposta di Guttmann a questo problema fu tanto semplice quanto efficace: ogni due ore i pazienti dovevano esseree girati su un fianco per prevenire le piaghe. Per quanto possa sembrare stupida, quest’accortezza ha immediatamente salvato migliaia di vite. Il passo successivo fu la creazione di programmi di riabilitazione volti a ricostruire l’autostima dei pazienti paraplegici: «Mi venne in mente che sarebbe stata una grave omissione non includere lo sport nella riabilitazione dei disabili» raccontò. «Questo probabilmente è stato una delle migliori idee che abbia mai avuto».

Il 29 luglio 1948, i primi Giochi di Stoke Mandeville ebbero inizio in contemporanea con le Olimpiadi estive di Londra. La prima edizione consisteva gare di tiro con l’arco tra veterani in sedia a rotelle. L'evento si tenne ogni estate e lentamente cominciò a diffondersi la notizia, tanto che nel 1952 una squadra di militari olandesi paraplegici si recò in Inghilterra per sfidare gli arcieri britannici, creando così i primi Giochi internazionali di Stoke Mandeville. Nel 1960, per la prima volta, i Giochi Internazionali di Stoke Mandeville vennero accolti da una sede olimpica, Roma, e quest’edizione oggi viene riconosciuta come l’inaugurazione vera e propria dei Giochi Paralimpici. L'evento di Roma vide la partecipazione di 400 atleti, in rappresentanza di 23 paesi, con una serie di disabilità molto diverse ed ebbe un grande successo. Così dal 1960 in poi, i Giochi di Stoke Mendeville divennero le Paralimpiadi e, proprio come le Olimpiadi, presero cadenza quadriennale. I primi Giochi invernali furono introdotti nel 1976. La rapidissima crescita comunque presentò numerosi problemi.

Nel 1968, la città che ospitava i Giochi Olimpici, Città del Messico, rifiutò di ospitare i Giochi Paralimpici che, grazie ad un accordo tra Guttmann e il governo israeliano, si tennero a Ramat Gan, vicino a Tel Aviv. Il 4 novembre di quell'anno, una folla di quasi 10.000 persone assistette alle cerimonie di apertura allo stadio dell'Università Ebraica di Gerusalemme. Di nuovo, le Paralimpiadi si trovarono costrette a cambiare sede nel 1980 quando l'Unione Sovietica ritirò la propria ospitalità dichiarando che non esistevano disabili in tutta l'Unione Sovietica.

Oltre al suo lavoro a Stoke Mandeville e con i Giochi Paralimpici, Guttmann fondò l'International Medical Society of Paraplegia (ora International Spinal Cord Society), di cui fu presidente fino al 1970, e la British Sports Association for the Disabled (ora La Federazione inglese dello sport per disabili). È stato anche un membro di lunga data dell'Associazione per i rifugiati ebrei. Per tutto ciò che ha realizzato nel campo della neurologia e per la comunità dei disabili, Guttmann è stato nominato Comandante dell'Ordine dell'Impero Britannico e cavaliere dalla regina Elisabetta II nel 1966. Ludwig Guttmann è morto il 18 marzo 1980, ma la sua eredità continua a vivere nell’ospedale da lui fondato, nella battaglia contro l’antisemitismo e, soprattutto, nei Giochi Paralimpici.


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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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