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4 min

- di Giacomo Zamagni

Le posizioni degli atleti no-vax dimostrano che la mala informazione travalica i confini del privilegio


A partire dalle recenti dichiarazioni di Tsitsipas, Jonathan Liew, sul The Guardian, analizza le posizioni degli atleti contrari alla vaccinazione e identifica alcuni problemi specifici del mondo dello sport a questo riguardo.


Qualche anno fa, mi trovavo in India per seguire la nazionale inglese di cricket in tournée proprio lì. Il clima era torrido allo stadio Feroz Shan Kolta di Delhi e per i giornalisti l’unico spazio ombreggiato disponibile era una piccola veranda – più che altro una tenda idolatrata – montata lì per permettere ai battitori di indossare le protezioni e ai lanciatori di prendere fiato. Proprio mentre mi riparavo dal sole stretto sotto quella tenda, ho iniziato a sentire la surreale conversazione che si stava svolgendo al di là del telone.

“Avete sentito di Julian Assange?” chiese ai suoi compagni un giocatore dell’Inghilterra. “È incredibile. Sono stato sveglio fino alle quattro del mattino a leggere. È l’hacker di Wikileaks che ha pubblicato tutti i segreti del governo statunitense riguardo le loro guerre e cose così. E cos’hanno fatto loro? Praticamente l’hanno incastrato per stupro e lo vogliono estradare in Svezia. Assurdo.”

Certo, c’erano elementi significativi nel suo racconto che provenivano dalle verità alternative di Arret anzi che dai rapporti ufficiali, ma più di ogni altra cosa, in quel momento ho capito quanto gli atleti siano suscettibili a queste specie di wormhole: notti intere passate in stanze di hotel estranee con nient’altro se non uno smartphone, una connessione wifi e un’instancabile e scatenata curiosità.

Ovviamente, se si trattasse di un sinistro cospirazionista in cerca della sua prossima evidenza, potrebbe fare assai peggio di un atleta professionista: persona giovane e facilmente impressionabile, assetata di conoscenza e auto-edificazione, con un sacco di tempo libero e relativamente pochi contatti con la società mainstream. Si tratta di un ragionamento da tenere a mente quando cerchiamo di capire una tendenza recente nel mondo dello sport: la silenziosa ascesa dei no-vax.

La scorsa settimana durante i Western & Southern Open, al numero 3 al mondo del ranking ATP, Stefanos Tsitsipas, è stato chiesto cosa pensasse del vaccino. “Penso che non siano stati fatti abbastanza test, è un vaccino nuovo e ha diversi effetti collaterali,” ha risposto. “Non vedo perché qualcuno del mio gruppo demografico debba vaccinarsi. Penso che l’idea fosse quella di somministrarlo agli anziani. Per noi giovani, credo sia meglio prendere e poi sconfiggere il virus, in modo da raggiungere l’immunità.”

Le opinioni di Tsitsipas sono state duramente screditate dal governo greco, tuttavia, il tennista non è il solo a pensarla così. Novak Djokovic, suo collega e numero 1 al mondo, ha articolato in numerose occasioni la sua contrarietà al vaccino, nonostante abbia dovuto affrontare il covid-19 in prima persona. Sempre nel circuito del tennis, anche le top-10 Elina Svitolina e Aryna Sabalenka hanno manifestato un certo scetticismo a riguardo: la prima contagiata dalla miscredenza dei suoi amici, la seconda perché “ci hanno messo troppo poco per farne uno buono”. Recentemente, un allenatore ha dichiarato a Sport Illustrated che, secondo lui, solo il 30% dei giocatori si sono vaccinati.

Svitolina impegnata nel fondamentale del servizio.

Anche in Inghilterra, paese in cui la campagna vaccinale è stata un grande successo, le posizioni no-vax sono più rare ma comunque presenti. In maggio, Henry Slade, tre quarti centro degli Exeter Chiefs, ha dichiarato di non volersi vaccinare poiché non pensa “che ci si possa fidare”. Il mese scorso, Fabian Delph in forza all’Everton ha condiviso su Instagram un post contro il vaccino. Ciò detto, dovremmo tutti essere realistici: data la sensibilità del pubblico su questo tema, è quasi certo che queste voci rappresentino solo la punta dell’iceberg.

Nonostante i focolai a intermittenza, la copertura vaccinale nel calcio inglese rimane lacunosa. L’allenatore del Newcastle, Steve Bruce, ha confessato che molti dei suoi giocatori hanno rifiutato il vaccino, citando alcune “teorie del complotto”. Ole Gunnar Solskjaer ha rivelato che gran parte della rosa del Manchester United non ha ancora ricevuto la prima dose. Le evidenze empiriche dimostrano che l’accettazione del vaccino resta un problema grave per molte squadre di club.

Gran parte della ricerca sul movimento antivaccinista si è concentrata sul disimpegno politico, sui rapporti sempre più tesi fra molti governi e i loro cittadini. Nell’immaginario popolare, il prototipo del no-vax è una sorta di folle, uno scemo del villaggio, a volte persino un estremista politico. Tuttavia, la diffidenza riservata al vaccino nello sport professionistico ci dimostra che la radicalizzazione e la mala informazione travalica i confini del privilegio e della ricchezza.

In parte, si percepisce che il divario è generazionale: in molti paesi, sono i giovani ad esitare di più nel farsi vaccinare. Ma ci sono problemi specifici dell’ambito sportivo. Essere un atleta professionista spesso porta ad instaurare una relazione stranamente intensa e devota con il proprio corpo. Di frequente, richiede un’irrazionale, quasi sovraumana, fede nella propria resilienza fisica. Dunque, molti sportivi sono sia ossessionati da cosa si mettono in corpo, sia avidi nel loro obiettivo di volersi migliorare e mantenere il più a lungo possibile; un cocktail che fa entrare molti nella spirale della medicina alternativa e della disinformazione. “Credo che bisogna essere il capo del proprio corpo e ho sentito che ci si può infettare con uno dei vaccini,” ha dichiarato Matthijs de Ligt, difensore centrale di Juventus e Paesi Bassi, all’inizio di quest’anno prima di ritrattare.

De Ligt mentre strappa il pallone a Christoph Baumgartner.

Come le autorità trattino con i no-vax, ovviamente, è tutto un altro paio di maniche. Per ora, pochissimi enti sportivi hanno scelto di imporre la vaccinazione, preferendo invece una combinazione di incentivi, spiegazioni e gentili incoraggiamenti. Senza dubbio, la prospettiva di un’esclusione dalle competizioni o dai viaggi internazionali sprona molti atleti a vaccinarsi per proseguire con la propria carriera se non altro. Tuttavia, se lo scetticismo vaccinale persiste, il mondo dello sport dovrà attivarsi per proporre il proprio messaggio anti-no-vax. D’altronde, l’unica cura per una menzogna è la verità.


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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