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, 31 Agosto 2021

Cristiano Ronaldo e la Juve non si sono mai amati


Una riflessione sull’esperienza di Ronaldo a Torino, pubblicata sabato su Catenaccio, la nostra newsletter settimanale.

Qual è il bilancio di Ronaldo alla Juve?
Domanda di Fabrizio Paroli

Caro Fabrizio,
te lo dico subito senza girarci troppo intorno, per dare immediatamente un senso di profonda parzialità alle righe amare che seguono. Io non ho mai sopportato Cristiano Ronaldo. Non ho mai sopporto i suoi capelli cotonati, il suo egocentrismo, la sua superficialità. Non sopporto la sua dedizione assoluta allo sport, la sua assenza di imperfezioni, la sua capacità di annullare l'io in nome della sua professione. Non c'è niente in Ronaldo che mi abbia mai suscitato una qualche forma di simpatia, di empatia. Niente. Detto questo, ci sono le calcolatrici per fare i bilanci, quindi usiamole.

101 gol in 134 presenze complessive, 2 Campionati, 1 Coppa Italia, 2 Supercoppe Italiane, calciatore a segno per più partite consecutive nella storia del calcio italiano, un titolo di capocannoniere. Per un trentaseienne al debutto in un nuovo campionato, numeri fuori dalla grazia di Dio. Ronaldo è passato come un uragano sulla Serie A, dominando spesso le partite con la sola forza del pensiero e dando il più delle volte anche l'impressione di impegnarsi ben poco. Ricordate quando qualcuno quattro estati fa sosteneva che un giocatore come Ronaldo in un calcio maggiormente tattico e chiuso come quelle italiano avrebbe faticato? Non è andata così. Il peggior Ronaldo di sempre (lo dicono i numeri paralleli in Europa, ben al di sotto delle sue vecchie medie) ha letteralmente scherzato il nostro campionato.

I punti di vista sulle relazioni umane però sono molteplici e non in tutte le circostanze è sufficiente utilizzare una calcolatrice per venirne a capo. Il punto di vista sul bilancio del portoghese in terra sabauda, al netto di una serie di statistiche che gli sorridono evidentemente, non può che essere definito con una parola. Disastro. Entrambe le parti in causa escono fortemente ridimensionate, peggio di ogni possibile previsione ed entrambe portano sulle spalle le loro responsabilità. Ronaldo ha trascorso delle settimane ridicole per uno sportivo della sua caratura; in giro per l'Europa, con il cappello in mano ad elemosinare un contratto, una squadra competitiva per mettere di nuovo alla prova il suo talento e il suo ego. Una figura non all'altezza della sua leggenda, volendo anche tralasciare gli aspetti più etici della questione; perfino in un mondo popolato da squali, il comportamento della coppia Ronaldo-Mendes non può non definirsi sgradevole. La Juventus ha organizzato con fatica l'ennesimo mercato estivo fortemente condizionato dallo stipendio mostruoso del portoghese, passando settimane interminabili di trattative con il Sassuolo per l'acquisto di Locatelli, ventilando anche l'idea di sacrificare McKennie per tenere i conti in equilibrio. La volontà di forzare a tutti i costi la cessione solo a poche ore dalla chiusura del mercato è una scorrettezza terribile che è costata ai bianconeri, come minimo, l'ingaggio di Gigio Donnarumma, oltre che ovviamente la necessità di ricercare un sostituto in tempi brevi. Sostenere che dovesse essere la Juve a chiedere informazioni anticipate sulla volontà di permanere in bianconero di Ronaldo, sembra una tesi un po’ lunare.

Se però per uno sportivo che va verso i trentasette anni il ridimensionamento è un qualcosa che fa parte della natura umana, il ridimensionamento della Juve fa male ed era a conti fatti, evitabilissimo. La Juventus ha costruito il progetto Ronaldo, annientando tutto il resto. Una cattedrale nel deserto, un casinò pieno di luci abbaglianti nel mezzo di un quartiere residenziale per famiglie. Ha puntato tutte le fiches sul cavallo sbagliato, pagandolo ben oltre le reali possibilità e trovandosi quattro anni dopo, non solo molto più debole nel contesto europeo (devo ricordarti contro chi è uscita la Juve nelle tre Champions di Ronaldo?), ma anche ridimensionata a livello nazionale e politico. L'intera gestione fallimentare del progetto SuperLega promossa con forza (a tratti anche con disperazione) da Agnelli in persona essere facilmente ricondotta anche al peso economico dell'ingaggio di Ronaldo, che unito agli effetti della pandemia hanno rivelato come insostenibile la situazione economica della Juve, che ricordiamolo, senza l'aumento di capitale prossimo promosso dal gruppo Exor di circa 400 milioni, si troverebbe quasi senza via di uscita e avrebbe dovuto rinunciare in estate ad almeno due top player, come è successo all'Inter. 

Ma al netto di valutazioni economiche o di campo, l'esperienza Ronaldo-Juventus si è rivelata un abbaglio concettuale e programmatico che ha fatto malissimo ai bianconeri.Provando a ribaltare la propria dimensione storica e genetica, la Juventus ha commesso un gravissimo errore; ha creduto di poter concedere volontariamente ad un uomo, ad un mortale, il timone della propria storia secolare. Ha creduto che il calcio sia una semplice questione di calcolatrici e addizioni, che la presenza del più forte sarebbe stata sufficiente a compensare una distanza che stava invece per essere lentamente colmata da anni di oculata programmazione e di straordinarie intuizioni di mercato. Un errore gravissimo, di proporzioni incommensurabili, che sarebbe a mio giudizio sufficiente per la rimozione dal proprio posto di Andrea Agnelli, un decisionista (cit. Allegri) che però negli ultimi anni, di fronte a due strade da prendere, ha troppo spesso intrapreso quella sbagliata, dilapidando un tesoretto e un vantaggio che sembrava incolmabile per decenni, tanto era profondo.

Ronaldo lascia la Juve a fine mercato, dopo mesi di ridicoli dico e non dico che hanno esposto la dirigenza bianconera a figure dilettantistiche e dopo un gol in fuorigioco annullato per una spalla, paradigma finale di una storia d’amore imperfetta, mai sbocciata davvero, sempre piena di dubbi e timori, con uno squilibrio affettivo tra le parti quasi drammatico. Ronaldo ne va lasciando un senso di caos alle spalle quasi wagneriano, sommerso dall'odio di una tifoseria che era riuscita ad applaudirlo perfino quando, vestendo una maglia diversa, aveva segnato in quello stadio in rovesciata e che adesso quasi festeggia esausta, come quando se ne va di casa un coinquilino troppo invadente, troppo molesto, troppo diverso da te.

E adesso sui titoli di coda, senza ancora lo sguardo della storia, cosa rimane di Ronaldo ad un tifoso juventino? Rimane la consapevolezza di aver visto il più forte da vicino, un privilegio concesso a ben pochi tifosi. Rimane la frenesia dei giorni della trattativa, il momento dell'annuncio, l'euforia assoluta. Rimane quel Juventus-Atletico Madrid, quel sussulto di potenza pura, quella dimostrazione di supremazia indimenticabile, come un’eruzione, come una cometa.

Ma sopra ogni cosa, rimane quella sensazione di inadeguatezza perenne che ci accompagna sempre quando frequentiamo una persona che riteniamo migliore di noi, più bella, più brillante, più intelligente. Rimane Ronaldo che uscendo dal campo dopo la disfatta contro l'Ajax, nella serata più dolorosa della sua esperienza bianconera, fa il segno della paura con le mani, come un comandante che prende in giro il suo esercito fanfarone e fifone. Rimane Ronaldo che mentre perde in casa dell'Atletico Madrid fa il segno del 5 con la mano, ad indicare le sue Champions, tre in più di tutte quelle vinte dalla Juventus nella sua storia, in un cortocircuito calcistico che è finito per diventare insostenibile con il passare del tempo. Rimane il suo grottesco "GRAZZIE" su Instagram per salutare la piazza, una storpiatura grammaticale esemplificativa dell'impegno profuso in questi anni per imparare la lingua, lui che doveva rappresentare l’uomo immagine della nuova Juve e che cementifica il fallimento anche mediatico dell’operazione. Rimane infine quella necessità perversa di osservare con attenzione ogni piccolo gesto, ogni piccola smorfia sul viso: di osservare se corre a rincorrere l'avversario, se scherza o meno con i compagni, se si impegna o meno, con la paura costante di essere piantati da un momento all'altro, senza troppe spiegazioni.

Quell'apprensione di dover mostrarsi continuamente all'altezza, di improfumarsi sempre, di uscire sempre con un pacchetto di gomme da masticare in tasca. La Juve non è stata all’altezza e in fondo non poteva esserlo. Due pianeti troppo diversi per potersi davvero amare. Non so se sei juventino, Fabrizio. Io si e ti dico la verità. Non mi mancheranno certe sensazioni. Si riparte da zero.

  • È nato pochi giorni dopo l’ultima Champions League vinta dalla Juventus. Ama gli sportivi fragili, gli 1-0 e i trequartisti con i calzettini abbassati. Sembra sia laureato in Giurisprudenza.

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