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5 min

- di Nicola Balossi

Considerazioni sparse pre Us Open maschili


New York, tra gloria e crepuscolo comincia una nuova edizione degli Us Open; il conflitto tra il lungo tramonto della vecchia guardia e il nuovo che avanza - a passo di lumaca - assume connotati più radicali che mai: sarà destituzione o Grande Slam?


- Nole contro Nole. Ultimamente era solo contro tutti e la cosa non gli dispiaceva affatto: in una sorta di ricircolo perpetuo dell’energia negativa, il campionissimo serbo in perenne caccia dell’amore che il pubblico non ne vuole sapere di tributargli, aveva ormai sviluppato una capacità paranormale di tramutare ogni circostanza avversa in una motivazione aggiuntiva. Poco importa che la nube giungesse dagli spalti, dal campo o da qualche scricchiolio fisico: la sua sete di vittoria travolgeva tutto e tutti come un blob assassino, castigando amaramente chi aveva l’ardire di metterlo in difficoltà. Non si contano le rimonte di quest’anno, bastino quelle parigine da due set a zero con Musetti e poi con Tsitsipas. Inutile perciò soffermarsi su chi possa metterlo in difficoltà: la difficoltà è il suo pane, il suo credo, la sua religione. L’unico vero avversario è l’omonimo che lo guarda ogni mattina dall’altro lato dello specchio con aria sorniona e strafottente. Non può essere altrimenti, quando si cerca di riscrivere la storia del tennis e di porre il proprio nome accanto a quello di Rod Laver, lasciandosi dietro non solo i due scomodi compagni di viaggio, ma anche i totem del passato, le icone di stile rimpiante e adorate come Borg, Connors, McEnroe e giù fino a Lendl, Edberg, Agassi, Sampras e chi più ne ha più ne metta. Le Olimpiadi hanno mostrato crepe inaspettate, quasi completamente interiori - con rispetto verso i due carnefici Zverev e Carreno Busta - come se fosse finita la benzina, come se la fiducia incrollabile avesse infine trovato il suo limite. Bene, adesso Nole sarà pronto e tirato a lucido, ma dovrà evitare che quel granello di sabbia olimpica faccia saltare il suo ingranaggio. Questo sport è misterioso e spietato, e proprio quando non ci sono più avversari resta in campo il vero ostacolo da superare: portare se stessi di nuovo a un livello stratosferico, logorante e dispendioso;

- Gli sfidanti? Tutti gli indizi portano a Sasha Zverev: il biondo cavaliere teutonico si presenta a difendere la finale dello scorso anno con l’oro olimpico al collo, lo scalpo di Nole alla cintola e il trofeo di Cincinnati nel bagagliaio; sarà anche un tipo di facile malinconia e insidiato da vicende extracampistiche, ma possiede le credenziali giuste. Solo qualche centimetro indietro troviamo Medvedev: testa di serie numero due, bifinalista Slam, fresco campione a Toronto, è uno di quelli che da tempo sta pensando che sia ora di prendersi un trofeo pesante; la tavola è apparecchiata. Tsitsipas non si è ancora ripreso dal trauma parigino: erba amara, idem le Olimpiadi… l’impressione è che abbia bisogno di fiducia per rifarsi, intanto gli tocca Sir Andy all’esordio; Rublev è autore di un’ottima stagione in cui manca l’acuto: condivide con gli ultimi due la fortuna di trovarsi nella parte bassa del tabellone. Piccola menzione per Ruud: il cemento non è la morte sua, ma il tabellone gli autorizza qualche velleità;

- Ci sono giocatori il cui destino è segnato per diversi motivi, ma ameremmo vederli solcare un’improbabile onda giusta newyorkese verso l’exploit che vale una vita. Sono quelli che spesso oscurano il proprio avversario perché nel bene o nel male fanno il proprio gioco senza troppi compromessi. E alla fine ti ricordi che hai visto Kyrgios, ma fatichi a rammentare il dirimpettaio, ridotto a uno sparring partner - magari anche vincente. Il buon Nick difficilmente dura più di qualche partita, non si allena abbastanza e non psicotiene ma in un mondo ideale vorremmo vederlo giocarsi uno Slam. Per la categoria fuori testa abbiamo Benoit Paire che dopo mezza stagione da pensionato di lusso ha ritrovato un certo feeling con il tennis: sa essere delizioso per poi cedere all'istinto di buttarsi via con tre doppi falli di fila o cose del genere. Non può mancare al gruppo dei cavalli pazzi il sublime Alexander Bublik un altro che meriterebbe un universo parallelo in cui il genio non debba per forza piegarsi alla regola. Per dare un po’ di credibilità a quest’ultima considerazione aggiungiamo due che coniugano più di altri il bel gioco con la possibilità di combinare qualcosa. Il primo candidato è Shapovalov; c’è chi lo chiama soprammobile facendo riferimento all’insostenibile rapporto utilità/estetica del suo gioco, e verrebbe da dargli ragione vedendo le occasioni gettate alle ortiche contro Nole a Wimbledon e con Nadal a Roma; arriva da quattro sconfitte e le aspettative sono basse ma se dovesse sopravvivere ai primi turni potrebbe diventare temibile. Poi c’è Hurkacz, collocabile fra i giocatori da amare come animali in estinzione quantomeno per la sua attitudine al gioco di rete ma non certo fra i pazzi: campione 1000 e semifinalista a Londra, perenne sottovalutato, può stupire di nuovo, perché no?;

- La banda degli italiani parte zitta zitta, a fari spenti. D’altro abbiamo visto i guantoni di Donnarumma afferrare gli europei, abbiamo visto la freccia nostrana Jacobs spaccare il vento di Tokio nei cento metri, abbiamo visto la staffetta che ancora ci scende qualche lacrima, il gesso di Tamberi, la gioia di Bebe Vio e si potrebbe continuare a lungo… cosa vogliamo di più? Non lo so, anche i nostri ragazzi del tennis hanno fatto grandi cose quest’anno, soprattutto imprese sfiorate in contesti che un tempo ci erano proibiti, i master 1000 e il tempio di Wimbledon. Adesso però i nostri cavalli appaiono stanchi e silenziosi. Musetti in crisi mistica dopo una lunga serie di sconfitte (sei di fila: l’ultima davvero deprimente anche solo da vedere, contro un Coria affetto da crampi e problemi di ogni genere). L’eroico Berretto ha pagato gli sforzi londinesi, costretto a saltare le Olimpiadi è ora in condizioni fisiche più ignote che precarie: due anni fa ha raggiunto la semifinale, adesso parte giustamente in sordina. Non ci aspettiamo troppo da Fognini, nonostante il solito talento e la redenzione arcobaleno, il suo stato di forma non desta eccessive speranze. Sonego non attraversa un periodo brillante ma ci proverà come di consueto. Poi c’è Sinner: con la vittoria di Washington è uscito dalla selva oscura, prima di subire un paio di sconfitte precoci che gli hanno forse permesso di tirare il fiato; ora che ha vent’anni è lecito aspettarselo in seconda settimana Slam anche fuori dalla terra. Insomma, italiani più underdog che favoriti, ma va bene così: le sorprese migliori sono quelle inattese;

- Infine mancheranno loro due, inutile girarci intorno. Rafa e Roger non saranno ai nastri di partenza. Non recitiamo il de profundis - esercizio inutile che tutti fanno da circa un decennio - anzi ci auguriamo con il cuore di rivederli a lottare per alti traguardi. Ma per entrambi è già finita una stagione che lascia ombre lunghissime sul futuro. Non c’erano nemmeno l’anno scorso, ma adesso l’assenza è più concreta che mai. Aggiungiamo un pensiero per Mimmo Dominator Thiem, anche lui si box fino all’Australia, detentore di uno Slam inseguito tanto a lungo da autodistruggersi nel momento stesso in cui l’ha raggiunto. Vuoto e logoro, ha vissuto una stagione orribile, a ulteriore dimostrazione dell’unicità inarrivabile della carriera di quei tre, sopravvissuti a tante vittorie con la stessa voglia di rilanciare.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.

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