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5 min

- di Gabriele Moretti

Talebani e sport: una relazione complicata


Il ritorno al potere dei Talebani è una grave minaccia per la sopravvivenza di un movimento sportivo organizzato in Afghanistan, nonché una gravissima minaccia all'incolumità fisica delle donne che hanno praticato sport pubblicamente negli scorsi vent'anni.


Il Grande Gioco tra potenze che da più di un secolo dilania l'Afghanistan prosegue imperterrito e ritorna sotto i riflettori dell’opinione pubblica occidentale in seguito all’ennesimo rovesciamento di potere che ha riportato Kabul sotto il controllo dei Talebani. Il gioco con la G minuscola, non quello geopolitico ma quello ricreativo e sportivo, potrebbe essere una delle prime vittime della rigidissima interpretazione della Shariʿah che verrà imposta dal rinato Emirato Islamico, come era accaduto tra 1996 e 2001, quando uno dei primi simboli del regime fu la trasformazione Ghazi Stadium di Kabul in uno spazio per esecuzioni pubbliche.

La prima questione riguarda la nazionale afghana di cricket, una delle squadre più in crescita degli ultimi anni, che nel mese di settembre dovrebbe viaggiare in Sri Lanka per un prestigioso tour di tre partite valevoli per la qualificazione ai mondiali del 2023. Tuttavia, la federazione non sembra troppo preoccupata dalla situazione: «I talebani amano il cricket. Ci hanno sostenuto fin dall’inizio. Non hanno mai interferito nelle nostre attività e non mi aspetto che lo facciano» ha dichiarato Hamid Shinwari, amministratore delegato dell’Afghanistan Cricket Board. Shinwari ha aggiunto che i membri della nazionale e le loro famiglie sono al sicuro e che le stelle locali impegnate in tornei esteri – Rashid KhanMohammad Nabi, che hanno espresso la loro preoccupazione attraverso un appello per la pace rivolto ai “Leader mondiali” su Twitter – potranno tornare a Kabul senza ripercussioni.

L’ascesa del cricket tra gli afghani ha coinciso con il dominio dei talebani tra il 1996 e il 2001, quando milioni di persone si rifugiarono nei campi profughi pakistani. Moltissimi tra i giocatori attuali, infatti, hanno imparato a giocare da bambini sui campi terrosi di Peshawar e, una volta tornati alle proprie case, hanno trasformato il cricket nello sport mainstream dell’Afghanistan contemporaneo. La nazionale fu fondata proprio nel 2001, già dal 2009 ha ottenuto il via libera per i match ODI (One Day International), nel 2013 è entrata come membro associato nell’International Cricket Council e dal 2018 è stata ammessa al Test cricket, la formula più tradizionale e prestigiosa, alla quale prendono parte soltanto le migliori 12 nazionali al mondo. Oltre a questi riconoscimenti, l’Afghanistan ha centrato anche molti risultati importanti in competizioni internazionali: quattro vittorie nell’ACC T20 Cup, due finali ai Giochi Asiatici e la vittoria nel torneo di qualificazione per i mondiali del 2018.

Purtroppo però non tutti possono essere ottimisti come i giocatori di cricket di sesso maschile. Khalida Popal, ex calciatrice della prima squadra afghana di calcio femminile della storia, da giorni scambia freneticamente telefonate e messaggi con la sua famiglia e le sue amiche rimaste nel paese. «Si nascondono, hanno paura. La maggior parte di loro ha lasciato le proprie case in città per nascondersi dai parenti, perché i loro vicini di casa sanno che sono delle calciatrici e temono di essere denunciate» ha raccontato ad Associated Press. La disperazione e la mancanza di speranza delle donne afghane è perfettamente condensata nelle sue parole: «Le ho incoraggiate [le sue colleghe] a cancellare i profili social, cancellare o distruggere tutte le fotografie che le ritraggono in abiti sportivi, bruciare le divise della propria squadra e fuggire in un luogo più o meno sicuro. Tutto ciò mi spezza il cuore, abbiamo lavorato anni e anni per aumentare la libertà e la visibilità delle donne e ora mi trovo a consigliare loro di stare zitte e scomparire. Ma le loro vite sono in pericolo. La mia generazione aveva speranza di ricostruire il paese, di farlo crescere per le prossime generazioni. Così ho iniziato a collaborare con altre giovani donne che vedevano il calcio come strumento di empowerment femminile».

Nel 2007 Popal è riuscita fondare la nazionale femminile e ben presto, dopo essere stata citata sulla TV nazionale, ha cominciato a ricevere minacce di morte da parte dei Talebani. Ciononostante nel 2011 ha lasciato il calcio giocato per concentrarsi a tempo pieno allo sviluppo della Afghanistan Football Association ma, nel 2016, quando ha percepito che la sua vita era concretamente in pericolo, si è trovata costretta a fuggire chiedere asilo in Danimarca. Dal nord Europa non ha comunque mai abbandonato le proprie connazionali, contribuendo a denunciare pubblicamente abusi fisici e sessuali, minacce di morte e stupri che hanno coinvolto la leadership della federazione afghana. Purtroppo, secondo Popal, è impossibile anche solo immaginare che le donne potranno continuare a praticare qualche forma di sport sotto il regime talebano.

Anche Zakia Khudadadi, 23 anni, atleta di taekwondo, era destinata ad essere la prima donna a rappresentare l’Afghanistan ai Giochi Paralimpici grazie a una wild-card, ma ha visto il proprio sogno andare in frantumi a seguito della cancellazione di tutti i voli commerciali. «Sfortunatamente, a causa dell’attuale sconvolgimento in corso, la squadra non ha potuto lasciare Kabul in tempo” ha detto a Reuters Arian Sadiqi, chef de mission del Comitato paralimpico afghano con sede a Londra. L’Afghanistan ha partecipato per la prima volta ai Giochi paralimpici nel 1996 ma non ha mai vinto una medaglia. Rohullah Nikpai è diventato il primo medagliato olimpico del paese, vincendo la medaglia di bronzo nel taekwondo a Pechino 2008 e ripetendo l’impresa a Londra 2012. «Ci sono stati molti progressi, sia nelle Olimpiadi che nelle Paralimpiadi negli ultimi decenni. A livello nazionale c'erano molti partecipanti, ma per il futuro possiamo soltanto prevedere osservando quello che è successo in passato: durante l'era talebana le persone non potevano allenarsi, non potevano competere tra di loro e di conseguenza partecipare a tornei, specialmente le atlete» spiega Sadiqi. «Questa situazione è straziante. Khundadadi sarebbe stata la prima atleta afghana a partecipare, questa era la storia della sua realizzazione e di quella di un paese intero. Zakia sarebbe stato un grande modello per il resto delle donne afghane».

A pochi giorni dal cambio di regime e in seguito alle sorprendenti e relativamente moderate dichiarazioni rilasciate dai Talebani negli ultimi giorni, sembra quindi che il pericolo più grave incomba sullo sport femminile, non soltanto sul piano organizzativo ma soprattutto su quello della sicurezza personale di atlete ed ex atlete. Tuttavia, lasciando per un momento da parte l’immane tragedia umana e umanitaria di tale persecuzione, la discriminazione avrebbe conseguenze nefaste anche per gli uomini: l’esclusione delle donne, infatti, causerebbe l’immediata espulsione dell’Afghanistan da tutte le organizzazioni internazionali, CIO in primis, ponendo un ostacolo insormontabile allo sviluppo economico e sociale dello sport afghano avvenuto negli ultimi quindici anni. 

L’unica speranza è che il presunto (e poco credibile) cambio di strategia dei Talebani mostrato nelle dichiarazioni degli ultimi giorni, una sorta di relativa moderazione finalizzata al riconoscimento internazionale dell’Emirato Islamico, passi anche attraverso il soft power garantito dalla partecipazione alle competizioni sportive internazionali e che quindi le necessità della realpolitik facciano in modo che il Ghazi Stadium resti uno stadio e non si trasformi mai più in un luogo di morte.


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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