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, 23 Agosto 2021

Perché Jorginho dovrebbe vincere il Pallone d'oro


Quella che sembrava un'idea peregrina di qualche entusiasta sta diventando sempre più concreta: la magnifica estate di Jorginho, che lo ha visto vincere prima la Champions League col Chelsea e poi l'Europeo con la Nazionale, si è arricchita di un terzo trofeo, la Supercoppa UEFA. Ma la domanda di fondo resta: è abbastanza diventare il Pallone d'oro 2021? Noi, nonostante il parere di Cassano, crediamo di sì.


Prima di iniziare a sponsorizzare la candidatura di Jorginho, è doveroso innanzitutto porsi una domanda: cos'è il Pallone d'oro? O, meglio ancora: chi credete che sia il Pallone d'oro? Cosa rappresenta? Che requisiti deve avere?
Si inizia dal banale, me ne rendo conto, tuttavia è un punto di partenza fondamentale, sull quale poggia non solo la personale preferenza di ciascuno di noi, ma anche la decisione che i vertici di France Football prenderanno a dicembre: il Pallone d'oro è un riconoscimento a chi ha vinto più trofei col proprio club, risultando decisivo per la loro conquista? È invece una medaglia da appuntare al petto, un marchio di qualità che riconosce il miglior interprete del gioco del calcio tout-court, a prescindere dai verdetti delle competizioni? È un'operazione commerciale, che deve individuare il miglior volto possibile da associare al calcio, testimonial in grado di strizzare l'occhio a quanti più sponsor possibili?

La risposta alla domanda di prima condiziona, inevitabilmente, la candidatura che ciascuno appoggia: da un lato Messi, trascinatore di un'Argentina finalmente tornata a vincere in Copa America, ma soprattutto uno dei migliori interpreti della storia del calcio, icona globale di questo sport, riconosciuto anche nelle lande più desolate del pianeta, quelle che hanno ancora un rapporto di prima conoscenza con il gioco del calcio; dall'altro Jorginho, uno spesso sottovalutato, bistrattato, incompreso, sconosciuto ai più, che però porta in dote tutto ciò che un calciatore, in un anno solare, può vincere a livello internazionale.

I motivi principali per cui il Pallone d'oro dovrebbe andare al trentenne di Imbituba, diciamocelo chiaramente, stanno proprio in questi tre scatti: nessun altro, anzi solo Emerson Palmieri (che però ha vissuto solo dalla panchina le vittorie blues, e probabilmente avrebbe fatto altrettanto anche lo scorso luglio a Wembley senza lo sfortunato infortunio di Spinazzola), può pareggiare il numero di trofei internazionali collezionati dall'ex Napoli e Verona. Non sono però gli unici, ci sono almeno altri due aspetti fondamentali per cui la vittoria del Pallone d'oro dovrebbe andare a Jorginho:

  • Jorginho è il calcio al suo massimo livello cerebrale

Era il 1994 quando Pirelli partorì uno dei suoi spot meglio riusciti: Carl Lewis ai blocchi di partenza che veste delle scarpe rosse col tacco, e su il messaggio «la potenza è nulla senza controllo». Uno slogan che calza a pennello per il prodotto reclamizzato, ma che è perfetto anche per il calcio: le qualità tecniche da sole non bastano, come proprio Cassano, uno dei maggiori detrattori di Jorginho, dovrebbe aver imparato a sue spese; è necessario infatti saperle adeguare a ciò che la partita, di volta in volta, richiede. Occorre quindi un'enorme intelligenza: tecnica, tattica, spaziale. Qualità che permettono a un calciatore di prevedere lo sviluppo del gioco, ingannare gli avversari (magari usando il pallone come esca per poi saltarli di netto e creare spazi), indirizzare i movimenti dei compagni.
Sono davvero pochi, al mondo, ad essere alla pari di Jorginho in questi fondamentali.

Controllo anche delle emozioni, per mantenere i nervi d'acciaio in qualsiasi occasione. Specie quando hai il quinto rigore, quello decisivo, in una semifinale europea.

Non è un caso se né Sarri (che pure, quando arrivò al Napoli, portò con sé il suo pretoriano Valdifiori), né Tuchel e neppure Mancini rinunciano mai, se non per cause di forza maggiore, a Jorginho: avere a disposizione il professore, come lo chiamano i suoi compagni in Nazionale, rende più semplice occupare gli spazi e organizzare la manovra, ma permette anche di difendere il pallone in maniera sempre più efficace.

Le qualità di cui Jorginho dispone in abbondanza, intelligenza e sensibilità, ma anche calma e lucidità, sono le qualità degli invisibili, quelle che spesso sfuggono a chi il calcio lo guarda solo come intrattenimento, quelli secondo cui Jorginho "fa solo passaggini" (una marea di passaggi a voler essere precisi, indice di quanto sia coinvolto nella manovra, con una percentuale di realizzazione elevatissima) e non con lo sguardo di un tecnico, quelle che non ti fanno vendere i biglietti ma ti fanno vincere le partite (e non solo, stando a quanto ci ha detto la passata stagione). Premiare Jorginho significherebbe fare finalmente luce sulle retrovie, sull'inizio azione, sulla lucidità di pensiero: riconoscere finalmente l'importanza non solo dei gol, ma anche della fonte dei gol, là dove tutto nasce, il primo processo di trasformazione delle idee in azione. Rendere, almeno per una volta, l'essenziale visibile agli occhi.

  • La squadra è sempre più importante dell'individuo

Quando ho chiesto cosa rappresenta il Pallone d'oro, non ho dimenticato una fetta, nemmeno così piccola in verità, di persone che ritengono il premio di France Football una enorme forzatura: le loro ragioni sono meno assurde di quanto si possa pensare: come si può dare un premio individuale applicandolo a un gioco di squadra come il calcio? Come si fa a ridurre gli sforzi di undici individui contro altri undici individui, banalizzandoli in un exploit singolo, per quanto straordinario?

Il contrario di Jorginho: anche in un video che deve esaltarne le qualità individuali, non si può fare a meno di raccogliere il meglio dei suoi passaggi, il suo mettersi al servizio della squadra.

Assegnare il Pallone d'oro a Jorginho romperebbe con la tradizione: non si esalterebbe più l'individuo, quanto la squadra, o meglio il concetto di squadra. Un premio che rappresenterebbe un segno di rottura, molto più di quanto non lo sarebbe il settimo trionfo di Messi: che pure lo meriterebbe, certo. Lo meriterebbe in quanto miglior calciatore in attività, mettendo tutti d'accordo; lo meriterebbe come volto dell'Argentina che finalmente torna a vincere, eroe nell'accezione più mitica e tradizionale del termine, condottiero che guida i suoi all'impresa impossibile. Qualcosa però di già visto, exemplum di ciò che, probabilmente, non va concettualmente nel Pallone d'oro.

Veder vincere Jorginho significherebbe omaggiare innanzitutto Chelsea e Italia, le squadre delle quali Jorginho è stato mente, regia lucida, direttore d'orchestra. Due orchestre senza solisti: d'altronde, riuscireste mai a decidere, univocamente, il volto simbolo delle due squadre? Qualcuno potrebbe dire Mendy, il portiere sconosciuto che risale le gerarchie, l'instancabile Kanté in grado di coprire in corsa tutto il globo terracqueo, i colpi di classe di Mount, Pulisic, Ziyech o Havertz, in diversi momenti decisivi per la cavalcata dei londinesi. O ancora l'Italia: chi è il volto della vittoria azzurra? Le manone di Donnarumma? Certo, ma anche Chiellini che ferma Saka con qualunque mezzo, lo sfortunato Spinazzola, il decisivo ultimo arrivato Pessina e così via.

Due gruppi privi di solisti in grado di sostenere da soli il palco, che hanno avuto la meglio di squadre che, al contrario, di solisti ne hanno a bizzeffe. Una vittoria di Jorginho rappresenterebbe quindi, in un certo senso, la vittoria del gruppo, delle squadre, che saranno sempre maggiori del singolo, per quanto grande esso sia.

Una vittoria, in un certo senso, del calcio nella sua essenza più pura: un gioco semplice - per parafrasare Lineker - in cui 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine vincono gli undici migliori.

  • Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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