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- di Carlo Iannaccone

Il calcio non è un aspirapolvere


Prendete un aspirapolvere e fissatelo attentamente. Lo state osservando in maniera approfondita, nei minimi particolari? Bene, se lo state facendo, dovreste sapermi dire quali sono gli aspetti che ha in comune col calcio.


Siete perplessi e non riuscite a trovare una risposta, eh!
Beh, non preoccupatevi, perché il problema non è insito in voi. Non esistono, infatti, punti di contatto tra l'elettrodomestico nemico numero uno della polvere e lo sport più popolare in Italia. Nessuno, nisba, nada, e dunque, vi domando, se il calcio non ha nulla a che vedere con un aspirapolvere, perché dovrebbe essere piazzato sul mercato per mezzo delle stesse identiche strategie di marketing che si utilizzano per pubblicizzare gli utensili senz'anima?

Sapete… c’era un ragazzo bello, intelligente e con la testa sulle spalle, che dopo essersi lasciato col suo primo amore, non riusciva assolutamente a comprendere le ragioni del proprio insuccesso con le donne. Il giovane per provarci ci provava, ma in un modo o nell’altro, andava a finire sempre male: tutte le rappresentanti del gentil sesso che incrociava, o lo rifiutavano subito o lo scaricavano dopo poco tempo. E comunque, anche quando decideva di non tentare la sorte, non riusciva mai a volgere la situazione a suo favore: nessuna delle ragazze con cui desiderava entrare in intimità, infatti, gli manifestava mai un benché minimo briciolo di interesse.

Così, quel ragazzo, che noi chiameremo Sempronio, aveva tentato di colmare il suo deficit d’amore altrove. Aveva temporaneamente abbandonato la ricerca di una compagna per dedicare le sue attenzioni ad altro. Al primo posto aveva messo la carriera. D’altronde, non si può avere tutto dalla vita, e comunque, un tizio in un bar gli aveva assicurato che le donne si conquistano soprattutto grazie alla disponibilità economica.
Diventa un buon partito e vedrai che busseranno tutte alla tua porta”, gli aveva detto l’occasionale compagno di bevute, e Sempronio della bontà di quel consiglio si era profondamente convinto. Tuttavia, quando aveva finalmente cominciato a scalare i vertici delle gerarchie aziendali, in modo da accaparrarsi un impiego stabile e ben retribuito, la sua vita aveva ben presto preso una piega diversa da quella immaginata: Sempronio non era riuscito a lasciarsi alle spalle il brutto periodo che aveva, fin lì, caratterizzato la sua giovane esistenza e, nel frattempo, erano anche trascorsi diversi anni. Anni durante i quali aveva iniziato a covare un profondo sentimento di rabbia.

Sempronio, non ti puoi meravigliare che la tua strategia non abbia funzionato. Guarda che non siamo più nel secondo dopoguerra. Viviamo in un’epoca radicalmente diversa. Ora le donne sono emancipate e non hanno più bisogno di trovare un bravo ragazzo che le mantenga. Se desideri conquistare una donna, modifica il tuo atteggiamento. Comincia a fare lo stronzo e vedrai! Non dico che cadranno tutte ai tuoi piedi, ma otterrai sicuramente qualche miglioramento”.

Sempronio non aveva mai ascoltato i suggerimenti del suo amico Caio prima d'allora (e voi non fatelo mai, perché le donne vanno sempre trattate con rispetto!), ma, realizzando di non aver proprio più niente da perdere, decise che ara arrivato nuovamente il momento di cambiare.
Così, rivoluzionò la propria immagine e, esattamente come consigliano gli esperti di seduzione, si calò nella parte del ribelle che non deve chiedere mai, ma anche l’improvviso cambio di comportamento non lo avvicinò allo sperato lieto fine: recitando la parte del maschio insensibile e distaccato, Sempronio riuscì, sì, a trovare un paio di ragazze, ma entrambe le relazioni (disfunzionali) si interruppero molto presto, appena le sue conquiste si accorsero che stava semplicemente interpretando un "personaggio".

Rimasto nuovamente senza affetti, orfano dei propri genitori e ormai nel pieno degli “anta”, Sempronio entrò, quindi, in una profonda depressione, dalla quale provò più volte a uscire, ma non vi riuscì. E se prima della malattia il suo problema principale era stato soltanto quello di non essere mai stato capace di ottenere il genuino affetto di una donna, dopo il decorso del malessere, i suoi problemi divennero ben altri. A Sempronio, ben presto, non rimase più nulla: né il lavoro, né il rispetto dei colleghi, né la stima degli amici. Puff, era svanito tutto, e tutto ciò era accaduto per un semplice motivo: dopo qualche insuccesso, Sempronio non aveva più avuto il coraggio di continuare ad essere stesso.

Assaggiato l'amaro sapore del rifiuto, Sempronio aveva iniziato a rinnegare tutto ciò che era sempre stato, per plasmarsi ad immagine e somiglianza dei bisogni del gentil sesso. Registrate le prime sconfitte in campo amoroso, Sempronio aveva deciso di dedicarsi ad assecondare le voglie femminili, ma non l'aveva fatto per generosità o eccesso d'altruismo, l'aveva esclusivamente fatto per trarne un vantaggio. Sempronio non era cambiato per sé, era cambiato per gli altri, ed aveva sempre trattato le donne come delle semplici figurine da collezionare. Il suo piacevole aspetto, a quel punto, non lo avrebbe mai potuto aiutare ed il perché è presto detto: a nessuno piacciono le persone prive di spina dorsale, false, scontate, che vivono per accontentare gli altri e agli altri si accollano. Alle persone piace fare nuove esperienze, divertirsi assieme, conoscere gente sincera e seguire chi ha una personalità spiccata ed un’identità chiara e ben definita. L’animo umano ha continuamente bisogno di provare nuove emozioni, e le donne, che sono strane sì, ma sono pur sempre umane, non sono affatto diverse.

Ora, abbiamo chiamato questo tizio Sempronio, ma, ricorrendo ad una banale personificazione, avremmo potuto anche chiamarlo “calcio”, ed il motivo è piuttosto semplice: il nostro amato sport sta vivendo una situazione dannatamente simile a quella in cui sprofondò il protagonista del nostro breve racconto.

Come Sempronio non piaceva al gentil sesso, infatti, così il calcio non piace alle nuove generazioni (lo dicono i sondaggi) ed il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, qualche tempo fa in proposito è stato chiaro: "tralasciando gli effetti della concorrenza dei vari Fortnite, Call of duty, eccetera eccetera, autentici catalizzatori dell’attenzione dei ragazzi di oggi, [va evidenziato come] i più giovani vogliano grandi eventi e non siano legati agli elementi di campanilismo tanto quanto [i loro padri]. Alcuni dati: il dieci per cento [dei tifosi mondiali] è affascinato dai grandi giocatori e non dai club; due terzi seguono il calcio per quella che oggi viene chiamata ‘Fear Of Missing Out’, la paura di essere tagliati fuori; ed il 40 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni non prova alcun interesse per il calcio".

Andrea Agnelli, presidente della Juventus, è ancora fermamente convinto che la nascita di una "Superlega" possa essere la risposta giusta ai problemi economici del calcio contemporaneo.

Numeri davvero allarmanti, ai quali lo sport più seguito al mondo intende rimediare, ahi-noi, nel modo sbagliato, esattamente come aveva fatto Sempronio: e dunque, rinnegando se stesso e le proprie peculiarità nel tentativo di piacere ad altri. La FIFA, purtroppo, ha già intrapreso il cammino che porterà al cambiamento e lo ha fatto proprio imboccando questa direzione.

A livello internazionale, si stanno già testando una serie di soluzioni pensate ad hoc per venire incontro ai capricci delle nuove generazioni: rimesse laterali battute con i piedi, espulsioni temporanee, riduzione del minutaggio delle frazioni di gioco, introduzione del tempo effettivo, etc. etc.. Queste ed altre piccole innovazioni sono solo alcune delle sostanziali modifiche al regolamento che sono state valutate nel corso della Future of Football Cup (giocatasi tra le rappresentative U19 di alcuni club di Bundesliga ed Eredivisie) e che potrebbero essere introdotte anche a livello professionistico, se l’IFAB (International Football Association Board) dovesse ritenerlo opportuno.

Ove venissero approvate, il cambiamento sarebbe epocale e non vi sarebbe alcuna possibilità di tornare indietro, ragion per cui, occorre riflettere approfonditamente se sia davvero il caso di snaturare le regole del gioco più bello del mondo per fare in modo che, forse, possa tornare a piacere a chi versa in una fascia d’età nella quale raramente si sa cosa si vuole e spesso si cambia idea in maniera repentina, dalla sera alla mattina, oppure se occorra procedere in altra direzione. Gli intrattenimenti che fanno concorrenza al calcio sono molteplici e spuntano di anno in anno, rapidi come funghi, su questo non vi è ombra di dubbio, ma viene commesso un grave errore: si pensa che i giovani siano più attratti dalle ultime novità e non dal "pallone", perché il calcio non saprebbe stare al passo coi tempi. E se invece, in primis, fosse mutato per primo il calcio, ed i giovani, di riflesso, avessero smesso di mostrargli interesse?

All'interno degli uffici di marketing, viene continuamente sottolineato come sia necessario adeguare ogni prodotto all'esigenze del cliente e come anche nel "pallone", di conseguenza, si debbano adattare i format delle competizioni (nonché le regole del gioco), ai desideri dei supporters contemporanei. Eppure, se il nostro amato sport si voltasse indietro e compisse un'indagine introspettiva, siamo sicuri che chiarirebbe a se stesso una volta per tutte le ragioni che l'hanno reso un fenomeno globale e si accorgerebbe che non sono tanto i bisogni dell'essere umano ad essere cambiati (giovane o anziano che sia), bensì che è il calcio moderno a non essere più in grado di soddisfarli.

La storia ci insegna che il calcio non è stato partorito in uno studio di design e non è stato progettato sulla base dei risultati di qualche sondaggio, perciò, perché dovrebbe trasformarsi in un mero prodotto che deve rinnovarsi ciclicamente, quando la sua formula originale è sempre risultata vincente?

Effettuare sondaggi e adattare l'oggetto in vendita ai desideri del cliente è un ragionamento che potrebbe anche portare a dei frutti tangibili, se solo il calcio non fosse uno sport, ma un aspirapolvere. Invece il calcio NON è un prodotto venuto alla luce per semplificare la vita quotidiana della casalinga di turno, come nel caso del nemico pubblico numero uno della sporcizia, ma è ben altro. Il nostro amato sport è qualcosa di più: è poesia; è emozioni; è sentimenti, e per questo ha avuto un successo enorme. Non perché ha cercato fin dalla propria nascita di assecondare i bisogni dei propri supporters.

Una strategia del genere, come ci insegna la storia di Sempronio, sarebbe stata fallimentare, perché le vicende di cuore mal si sposano con la logica del profitto ed, oltretutto, perché, per il nostro amato sport, la domanda di non facile risposta "è nato prima l’uovo o la gallina?" non si pone: non vi è alcun dubbio, è nato prima il calcio; solo in un momento successivo sono arrivati i suoi tifosi. E se poi un gruppo di persone, via via sempre più grande, ha rapidamente adottato il "pallone", è perché nelle sue caratteristiche ha trovato la risposta ai propri bisogni, e non perché il "pallone" si è adattato a loro. La ricetta originale del calcio, in modo anche abbastanza casuale se vogliamo, ha sempre posseduto al suo interno tutti gli ingredienti necessari per piacere inconsciamente all'essere umano e, precisamente:

  • ha sempre avuto regole piuttosto semplici (circostanza che gli ha permesso di attrarre persone di qualsiasi estrazione sociale, anche la più umile, e che gli ha dato la possibilità di generare “idoli” di provenienza popolare);
  • ha sempre avuto bisogno di poche cose per essere praticato: una superficie piana, un paio di porte (eventualmente create di fortuna) ed un pallone (caratteristica che l'ha reso praticabile pressoché ovunque, in qualsiasi condizione climatica e/o ambientale, e che ne ha, dunque, decisamente favorito la diffusione);
  • ha sempre soddisfatto l'intima aspirazione dell'uomo a sentirsi parte di un gruppo (non dimentichiamoci che l'essere umano, in fondo, è pur sempre un animale sociale, ed il fatto che i club calcistici siano sorti, nella gran parte dei casi, su base territoriale, come proiezioni della collettività stanziata sul territorio, ha fatto in modo che i tifosi si considerassero ben presto un “prolungamento” dei componenti della squadra e si sentissero sentimentalmente coinvolti nelle sue vicende);
  • infine, ha sempre posseduto la giusta dose di imprevedibilità, senza che da ciò, però, derivasse un vero e proprio pregiudizio al merito (i più bravi, di solito, hanno più successo nel "pallone", ma fortunatamente non vincono sempre, e questa caratteristica soddisfa pienamente l'insaziabile bisogno di novità insito nell’essere umano).
I tifosi riconoscono nei Club e nelle rappresentative nazionali una appendice di loro stessi

Ora, stando così le cose, non trovate che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nella strada che la FIFA ed i grandi club hanno scelto di intraprendere? Il sistema, per attrarre nuovi tifosi, punta ad incrementare la spettacolarità del gioco modificando ciò che da anni ha sempre funzionato (regole semplici e format competitivi), quando il problema risiede altrove e, precisamente, nel fatto che il "pallone" sta perdendo appeal non tanto perché è diventato uno spettacolo monotono o scontato, bensì perché non riesce più a soddisfare il bisogno dell'uomo di sentirsi parte di un collettivo.

La verità è, infatti, che le nuove generazioni non si sentono rappresentate dai club allo stesso modo delle precedenti, e questo accade perché tantissime società calcistiche, purtroppo, negli ultimi decenni hanno smarrito la propria identità. Molte sono passate nelle mani di proprietari stranieri sprovvisti di qualsiasi tipo di legame col territorio, mentre altre, al mantenimento di una continuità nella gestione sportiva, hanno cominciato ad anteporre la spasmodica realizzazione di plusvalenze, e questo non ha fatto altro che accelerare il processo di transizione del nostro amato sport, da semplice passatempo, a business sfrenato. I tifosi sono diventati così, spettatori inermi di un calcio nel quale: gli appassionati sono considerati consumatori; i calciatori vanno e vengono; le "bandiere" si sono estinte ed i club sono diventati un mezzo come un altro per realizzare profitto. Ovvio che da ciò derivi disaffezione. Pertanto, piuttosto di rendere il gioco più complicato (quando, tra l'altro, la sua semplicità innata è stata uno dei fattori che, più di altri, ha contribuito a renderlo un successo planetario), è intervenendo sulle normative che disciplinano i trasferimenti dei calciatori, affinché possa parzialmente ricucirsi lo strappo formatosi tra i club ed i loro supporters, che si inizierà ad intravedere, per la prima volta, la luce in fondo al tunnel.

Anche i giocatori sono diventati vittime-complici di un sistema che antepone il denaro a qualsiasi valore, e così, l'ironia impazza sul web

Si pongano dei limiti più stringenti alla quantità di giocatori che possono transitare da un club ad un altro durante una singola finestra di mercato, in modo che le rose non possano venire continuamente stravolte, anno dopo anno, stagione dopo stagione, e vedrete che il tifoso ricomincerà a sentirsi un "prolungamento" della propria squadra del cuore. Parimenti, però, riducendo il margine di movimento concesso ai procuratori, si restituisca alle società calcistiche una parte di quella stessa libertà che si intende loro sottrarre, altrimenti l'intervento di salvataggio non risulterebbe completo.

Del resto, perché il calcio possa guarire, non basta soltanto porre un freno alle politiche speculative applicate dai moltissimi presidenti esclusivamente asserviti al denaro, bisogna anche evitare che un ristretto manipolo di uomini detenga il potere di determinare le sorti dei club più importanti del mondo senza, però, condividerne il rischio d'impresa. Ricordiamoci, infatti, che qualsiasi forma di libertà esiste perché da qualche parte esistono dei limiti al suo esercizio e, dunque, nemmeno gli intermediari devono operare liberi da ogni vincolo, altrimenti non lamentiamoci, poi, che le società ne divengano ostaggio. La possibilità di ricattare i club, agendo in evidente conflitto di interessi e sottraendo preziose risorse al movimento, deve essere loro tolta una volta per tutte. E per fare in modo che ciò accada, deve essere posto un limite al numero massimo di mandati di rappresentanza che possono contemporaneamente stipulare; devono essere ridotte le somme che possono percepire a titolo di commissione e deve essergli impedito di rappresentare più di un calciatore per competizione: solo così facendo, si faranno i primi passi da gigante nella direzione giusta, quella di una distribuzione più equa del denaro e della riduzione della sua dispersione al di fuori del movimento.

Invece no, per riconquistare supporters, chi governa il calcio vuole modificarlo ad immagine e somiglianza di chi è stufo di seguirlo: i giovani. Per accalappiare l'interesse delle nuove generazioni, chi detiene le redini del gioco, prova ad alterarne le caratteristiche originali, scordandosi che sono state proprio quelle, in primis, a renderlo il fenomeno globale che è rapidamente diventato. Per trasformarlo nuovamente in un prodotto di successo, chi si trova al vertice del sistema, tratta il calcio come se fosse un mero utensile senz'anima, un oggetto intercambiabile, un semplice aspirapolvere. Insomma, chi ha il potere di attuare le riforme necessarie, applica la stessa strategia fallimentare seguita da Sempronio, dimenticandosi, però, che proprio il nemico pubblico numero uno della sporcizia, oggi, è forse una delle poche cose ad esser rimasta nelle mani dello sventurato protagonista del nostro racconto.

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Nato a Treviso il 25/10/1992. Laureato in Giurisprudenza. Cresce nutrendosi di palla a spicchi, ma è il calcio a catturare le sue attenzioni. Nel 2013, fresco di licenza da agente FIFA, anticipa tutti, anche se stesso: si reca in Polonia, convinto di poter rivoluzionare il calciomercato italiano. La rivoluzione non si attua, ma l'intuizione si rivela comunque felice. Oggi, svestiti i panni del procuratore sportivo, indossa quelli del match analyst e scrive di tattica in qualità di iscritto all'associazione italiana degli analisti di performance calcistica. Potete trovarlo a Rimini o, di tanto in tanto, nelle peggiori pierogarnie polacche.

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