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5 min

- di Andrea Ebana

Earvin Ngapeth: da Enfant Terrible a Monsieur Magique, con l'oro olimpico al collo.


Il talento purissimo, il gusto per la giocata sopra ogni cosa, l’amore totale e reciproco con Modena, le bravate fuori dal campo, le luci e le ombre di un campione fuori dagli schemi: proviamo a raccontare Earvin Ngapeth, molto più di un campione olimpico.


La oro olimpico di Tokyo 2021 lo ha consacrato definitivamente, con una finale giocata da mattatore assoluto: ma sarebbe riduttivo guardare Earvin Ngapeth solo alla luce di questo trionfo, benché sia probabilmente il più ambito da qualunque sportivo. Riduttivo perché Monsieur Magique, come lo chiamano in patria, è un personaggio decisamente controverso, capace di suscitare emozioni estreme, di esser odiato o amato, certamente di stupire, sempre.

Earvin Ngapeth è un rivoluzionario, il giocatore che dal “basso” dei suoi 194 cm (decisamente pochi nel suo ruolo) ha reinventato il gioco della pallavolo, mettendo sul piatto un estro esagerato, qualità tecniche fuori dai canoni, abbinate ad una atleticità e ad un agonismo che ne fanno un diamante purissimo. Oramai, nelle palestre di provincia di tutto il mondo, se finti un attacco per alzare ad un compagno, provi un attacco a bilanciere o fai una giocata fuori dagli schemi, parte il “chi ti credi di essere, Ngapeth?”. Perché Earvin Ngapeth non è solo un giocatore di pallavolo, è oramai un’icona, l’unico che prova ad emergere con altre qualità in una pallavolo in cui oramai, a dominare, è la fisicità.

Già da ragazzino, il giovane Earvin aveva mostrato le sue qualità: dopo un inizio al Tours, arriva a Cuneo appena vent’enne, e non sono pochi i dubbi sulla sua competitività nel campionato più difficile del mondo. Ngapeth non solo quei dubbi li spazza, ma lo fa dominando con picchi di talento mostruosi, prendendosi sul campo delle licenze poetiche che nemmanco i veterani si prendevano: certo, a forza di colpi ad effetto ogni tanto il motore va fuori giri, ma a vent’anni si è stupidi davvero, come dice il buon Guccini. Non passano due azioni senza la ricerca di una magia, di un colpo ad effetto, e si può ben intravedere già in quegli anni il suo marchio di fabbrica, cioè quel gusto per la giocata perenne e spasmodico.

Questa prima esperienza italiana è sicuramente l’embrione di ciò che sarà la sua carriera, perché Ngapeth, anche crescendo, non perderà mai quel modo istintivo e quasi viscerale di giocare a pallavolo, sua cifra stilistica per sempre. Lascia Cuneo dopo un biennio per andare nel campionato russo, ma i rubli non compensano la nostalgia di un campionato che lo stava adottando: è qui che il nostro Enfant Terrible fa la scelta che gli cambierà la vita e lo farà diventare grande.

Earvin Ngapeth arriva a Modena nel 2014, e trova in quella città l’ambiente perfetto in cui esplodere: questo succede per un motivo molto semplice, vale a dire che sia per Modena sia per Earvin il volley è religione, rito intimo, passione smisurata. D’altro canto, a Modena mancava da troppo tempo un giocatore di cui innamorarsi: nel tempio laico del volley, il PalaPanini, il franco camerunense dalle capigliature improbabili diventa il Messia della tifoseria più storica d’Italia, il capo-popolo dell’unica città in Italia in cui il lunedì mattina non si parla di calcio, ma di pallavolo. E lo fa a suon di giocate incredibili, di finte, di sassate, di smorfie, di recuperi di palloni impossibili, di provocazioni, di servizi ad effetto e di esultanze da leader assoluto: la presidentessa Catia Petrini, la squadra, la città lo adottano come madri, perdonano il suo lato irrequieto, esaltano il suo genio, coccolano il suo lato fanciullo, e sembra di vedere incredibili analogie con ciò che successe tra Maradona e Napoli. Nel 2014 arriva subito la Coppa Italia, e lo scudetto manca per un pelo a favore di Trento, squadra dominatrice da anni: la rivoluzione gialla si completa dall’anno successivo, quando Earvin insieme al suo compagno di volley-champagne Bruninho rompe l’egemonia trentina e riporta il tricolore nel tempio e nella città del volley.  

Nello stesso anno, nel magico 2015/16, arriva anche il primo trofeo con la sua nazionale: l’Europeo, con l’ultima palla chiusa a modo suo, con un attacco a bilanciere. L’Enfant Terrible è diventato grande, e d’ora in poi cambierà nickname in Monsieur Magique.

Di "terrible" in realtà c’è ancora qualcosa, ossia la vita fuori dal taraflex del gioiello francese, anch’essa decisamente fuori dagli schemi, per usare un eufemismo. Ogni personalità così dirompente ha il suo lato oscuro, e non c’è nessuno più di Ngapeth che nel volley possa rappresentare il binomio genio e sregolatezza. Le vicende che contraddistinguono la sua vita privata sono poco edificanti, e non si limitano ad eccessi e notti brave: una rissa in un club in Francia, una aggressione ad un controllore ferroviario (a dire il vero, per le cui accuse fu assolto), ma soprattutto l’incidente in cui investe tre persone fuori dal Frozen (noto locale modenese), le accuse di molestie in Brasile.

Questi episodi sono da sempre il casus belli deontologico su cui ci si scontra quando si parla di Ngapeth: d’altro canto però è praticamente impossibile trovare compagni di squadra che parlino male di lui, spendendosi in sua difesa in prima persona, e segnalando come, a fronte di comportamenti spesso eccepibili, sia una persona che vorrebbero sempre avere di fianco nel loro spogliatoio, e non solo per le magie che fa rete.

Anche in campo le ombre talvolta offuscano le luci, prima di questa Olimpiade dorata: quella di Rio si era chiusa in disfatta, ed anche gli ultimi anni a Kazan sono stati avari di successi. L’ultima uscita da Modena era poi stata dolorosissima e figlia di uno scontro totale con Rado Stoychev, il tecnico che aveva vinto tutto a Trento con metodi da sergente di ferro, rivelatisi però del tutto inadatti per una squadra fatta di personalità dirompenti come quella modenese.

Nella prossima stagione, a 30 anni compiuti e dopo la grande impresa di Tokyo, Ngapeth tornerà a Modena, ed è l’ultimo grande atto d’amore della sua carriera, nel pieno del suo stile. Non sappiamo come sarebbe andata se Maradona fosse tornato a Napoli, ed il rischio di amarcord al sapore di minestra riscaldata esiste, soprattutto dopo la pancia piena di un oro olimpico: ma d’altro canto, lo sport si ama per le belle favole, le emozioni, i ricordi che crea e le speranze che genera. Una cosa è certa, a generare questi corto-circuiti emotivi sono gli atleti iconici come Diego e come Earvin. E a tutti gli amanti del volley piace pensare che Ngapeth tornerà indietro nel tempo e come una volta si caricherà sulle spalle i sogni di una città a suon di finte, di diagonali strettissime e servizi tagliati, e a suon di smorfie, sassate e recuperi inimmaginabili si riprenderà il suo regno. Certo, per tornare indietro nel tempo ci vorrebbe una magia, ma lui si chiama Monsieur Magique, e la bacchetta dovrebbe avercela in dotazione.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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