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, 10 Agosto 2021

Paul Scholes, l'eroe silenzioso, di Luigi Della Penna


Mercoledì 11 agosto esce il secondo libro del nostro collaboratore Luigi Della Penna, "Paul Scholes, l'eroe silenzioso". Come "Il romanzo del Mudo”, anche quest'opera sarà edita dalla Urbone Publishing.


Ecco un estratto del libro tratto dal primo capitolo, "This is the end".

This is the end
Londra, 28 maggio 2011.
L'apocalisse è vicina, l'orologio segna le 19:40 locali, Barcellona e Manchester United stanno facendo il loro ingresso sul manto verde di Wembley. Un sole a metà tra la primavera e l'estate bacia la Coppa più ambita del Vecchio Mondo, scortata con delicata ammirazione da quattro guardie reali, in quel che un tempo era lo Stadio dell'Impero. Due di loro appoggiano un piedistallo a terra, gli altri vi posano l'ambito premio, mentre risuona un canto soave e l'urlo della folla comincia a scalare i decibel.

Il signor Viktor Kassai, ungherese di Tatabànya, insieme ai suoi assistenti, precede i due schieramenti: Xavi Hernandez e Nemanja Vidic guidano i rispettivi undici di partenza. Il Barcellona di Pep Guardiola schiera: Victor Valdes tra i pali, la linea difensiva è composta da Dani Alves, Javier el Jefecito Mascherano, Gerard Piquè ed Eric Abidal. A centrocampo, abbiamo la meraviglia estetica del terzo millennio, con Sergio Busquets, Xavi e Andres Iniesta, davanti David Villa e Pedro agiscono insieme alla Pulgita, Leo Messi. Dall'altra parte, i Red Devils, guidati dall'ormai iconico manager Sir Alex Ferguson, mettono in campo, in un 4-4-1-1 granitico e ricco di classe, quella che, a conti fatti e con il Real Madrid fuori dai giochi, è la più grande squadra terrestre che l'essere umano abbia potuto ammirare in quel fatidico 2011: Edwin van der Sar, alla sua ultima partita in carriera, difende i pali dello United, Fabio, Rio Ferdinand, Nemanja Vidic e Patrice Evra vengono disposti davanti all'estremo olandese, Antonio Valencia e Park Ji-Sung sulle fasce, Michael Carrick e Ryan Giggs ad orchestrare la manovra e fermare gli attacchi dei blaugrana, Wayne Rooney e Javier Hernandez in attacco.

Mancano pochi istanti al fischio d'inizio, tutto è pronto… ehi, ehi, un momento: manca Paul Scholes nell'undici di partenza dello United. Si, Ferguson ha avviato da tempo un processo di ricambio generazionale che non può essere interrotto. Carrick e Darren Fletcher stanno prendendo sempre più le redini del Manchester United, a scapito degli ultimi scalpiccii della Classe del '92. Paul siede in panchina, i suoi compagni partono bene, mettendo in difficoltà il Barcellona: forse, la coppa potrebbe rimanere in Inghilterra. Non andrà così, perchè, quel giorno, il club catalano cambierà per sempre la Storia del calcio e quella partita sarà ricordata, in gloria imperitura, come l'apice di quella meravigliosa squadra. Ryan Giggs e Michael Carrick ci provano ad arginare gli impetuosi avversari, Scholes entra al 77', con il risultato già fermo sul tre a uno. Wayne Rooney è uno dei pochi dello United a reggere il passo con gli avversari, suo il gol del momentaneo pareggio, ma in campo c'è un giocatore che spicca su tutti, per qualità nel tocco ed intelligenza calcistica fuori dal normale: Xavi Hernandez, quella sera, stava letteralmente mandando un messaggio al genere umano, nel quale spiegava cosa significasse creare opere d'arte applicate al gioco del calcio. Non è un caso se il capitano del Barça si ispiri a Paul Scholes e indichi Silent Hero come il centrocampista più forte degli ultimi quindici/venti anni. In una sorta di passaggio di consegne tra due epoche, possiamo affermare che, in virtù di quanto espresso dal signor Xavi, Scholes abbia ricevuto meno elogi, soprattutto fuori dai confini britannici, di quanti ne avrebbe meritati.

Andando ad analizzare il modo di giocare dell'inglese, potremo notare una spiccata capacità di organizzare, con tocchi calibrati al millimetro, la manovra del Manchester United a cavallo dei millenni. Paul Scholes eccelleva sia nel tocco di prima, con conseguente passaggio rasoterra, che nel lancio lungo, gesto tecnico portato su un livello superiore, unendo così, involontariamente, l'old school inglese con il futuro marchio di fabbrica catalano, creando un modello poi perfezionato dal Barcellona, dalla scuola spagnola, senza tener conto di Andrea Pirlo in Italia. Un grande, tende ad influenzare l'ambiente in cui opera e questo è un esempio lampante. Nella partita più importante, davanti al proprio modello ispiratore, Xavi e il Barcellona si issano sul trono d'Europa. Da quel momento, la percezione di come si debba giocare a calcio cambiò per sempre.

Paul, al momento della premiazione, ha lo sguardo di chi, soffrendo, sta per prendere una decisione molto importante, o di chi ha già deciso. Veste la maglia del Barcellona, quella con il numero Otto stampato sul dorso, la stessa indossata da un certo Andres, l'uomo che, un anno prima, aveva realizzato il gol più importante della storia del calcio spagnolo. Sarebbe stato bello se ad indossarla fosse stato Xavi, ma da amanti del football possiamo comunque ritenerci soddisfatti. Lo United è a pezzi, nonostante i suoi uomini siano consapevoli di aver avuto a che fare con una squadra più forte, aleggia nell'aria la netta sensazione di aver sbagliato qualcosa, ma soprattutto, dopo anni e anni di grandi vittorie, il ciclo di Alex Ferguson sembra vacillare sempre più.

Il 31 maggio del 2011, Paul Scholes annuncia il ritiro.
No Paul, non adesso, non così, dopo aver perso una finale di Champions League, da comprimario per giunta.
"Sono un uomo di poche parole, ma posso dire, in tutta onestà, che giocare a calcio è tutto quello che ho sempre desiderato fare nella vita. Devo ringraziare il pubblico per avermi supportato nella mia carriera, "Sir" Alex Ferguson per la sua disponibilità: in ogni istante, la sua porta era aperta. Soprattutto, è stato un grande manager."

Così, all'alba dei trentasette anni, Paul Aaron Scholes saluta per sempre, svestendosi della casacca del Manchester United ed entrando nell'organigramma dei collaboratori dello scozzese. Nel giardino dei sogni infranti, Paul ormai ha capito di poterci stare senza troppi rimpianti, convivendo con i propri demoni e le proprie delusioni.

  • Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.

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