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6 min

- di Giacomo Zamagni

Le Olimpiadi, come ogni altra competizione sportiva, sono un white privilege


Giustamente estasiati dai due storici ori in atletica leggera conquistati da Marcell Jacobs e Giammarco Tamberi nella giornata di domenica, in Italia non molti hanno notato l'assenza di Sha'Carri Richardson nella finale dei cento metri piani femminili. Negli States, però, non è stato così. Andrew Lawrence ne ha scritto per il The Guardian affastellando poi una serie di casi, olimpici e non, in cui gli atleti sono stati sottoposti a sanzioni diverse a seconda del colore della pelle e/o del genere.


In un tempo minore dell’incredibile sprint di Sha’Carri Richardson con cui è riuscita a vincere i 100 metri piani agli US trials, la squalifica dai Giochi Olimpici di Tokyo impartitale per la positività alla cannabis ha incendiato il dibattito sportivo trasformandolo in un tema etico polarizzante.

A sua difesa c’è da dire che la marijuana è una sostanza legale in molti Stati federali americani, compreso l’Oregon, dove Sha’Carri si è trasformata in "That Girl" (quella ragazza) e si è assicurata il suo pass per Tokyo 2020. Ma l’Oregon è comunque in America, il paese pioniere della puritana e fasulla Guerra alla Droga e che si vanta di aver fatto inserire la marijuana fra le sostanze bandite dalla World Anti-Doping Agency.

Invece di gettare altra benzina sul fuoco, Richardson si è fatta carico delle sue responsabilità e non ha fatto molto per essere riammessa ai Giochi. Nonostante l’evento sia stato posticipato a dopo la scadenza della sua sospensione, la federazione americana (USA Track and Field) ha preferito non riammetterla nella squadra olimpica per evitare di fare un torto alle altre atlete che si sono qualificate giocando pulito. Mentre Jenna Prandini e Gabby Thomas sostituiscono Richardson (sì, ce ne vogliono due per sostituirla), la ventunenne di Dallas ha sfilato sul tappeto rosso degli ESPY Award, ha recitato nelle pubblicità di Nike e Beats by Dre e, anche se diversamente, mette nella sua ombra acrilica e fluo le Olimpiadi. No, non va bene così, ma è sembrato un win-win. Almeno fino a quando non si è fatto avanti Alen Hadzic.

Anthony Mackie difende Sha'Carri durante il suo show agli ESPY's

Fra gli spettatori di questi Giochi, in pochi sono andati a vedere chi è Hadzic, uno schermidore di 29 anni nel giro della nazionale statunitense con scarse possibilità di andare a medaglia. Tuttavia, c’è da sapere che, a maggio scorso, sei sue colleghe hanno scritto una lettera in cui richiedevano l’esclusione di Hadzic al Comitato Olimpico e Paralimpico degli Stati Uniti (USOPC). Il focus principale della lettera riguardava un’indagine secondo cui Hadzic era accusato di molestie sessuali.

È l’americana BuzzFeed News a riportare tutto ciò in un dossier secondo cui, in mezzo ad altre notizie di questo tipo, la federazione americana di scherma ha tentato di raggiungere un compromesso con un “piano di sicurezza” per proteggere le schermitrici – due delle quali sono anche firmatarie della lettera al USOPC – da Hadzic, sospeso dalle competizioni internazionali prima di riuscire a ricorrere in appello. Il giudice ha stabilito che l’atleta americano non dovesse più contattare le accusatrici, mentre ha ritenuto la sospensione dall’attività sportiva “inadeguata alle accuse”.

Fra le altre misure, il piano prevedeva che Hadzic volasse a Tokyo su un aereo a parte e che dormisse in un hotel a 25 minuti dal villaggio olimpico dove alloggiavano i suoi compagni di squadra e gli altri atleti. Quando Hadzic ha fatto ricorso (“Non me lo merito”, ha dichiarato a USA Today), l’intera squadra di scherma americana ha firmato un’altra lettera in cui si richiedeva che le restrizioni non fossero sospese.

Mentre Hadzic continua a negare ogni accusa contro di lui, il USOPC e la federazione di scherma americana hanno scaricato il barile: l’autorità per determinare l’eleggibilità di Hadzic come atleta olimpico spetta al United States Center for SafeSport, un altro ente il cui scopo è proteggere i giovani atleti da abusi sessuali, fisici ed emotivi alla luce dei fatti accaduti e risultati nella condanna di Larry Nassar, ex dottore della federazione ginnica degli Stati Uniti.

Tuttavia, nonostante le denunce formali di tre donne e le testimonianze di altre dieci a supporto delle accuse contro Hadzic dipingano questi come un predatore sessuale in continua attività da dieci anni – lo schermidore è stato persino sospeso per sei mesi dal team dalla Columbia University di cui faceva parte – il massimo che SafeSport poteva fare era sospenderlo temporaneamente per il mese di giugno poiché la loro indagine era ancora in corso.

Come già detto, la sospensione è poi stata rimossa dal giudice. Entrambe le parti non sono contente di come sia andato il processo così vicino ai Giochi Olimpici. I legali di Hadzic sostengono che il loro difeso sia stato punito senza alcuna prova della sua colpevolezza, mentre l’accusa lamenta la mancata presenza dell’imputato e dei testimoni in aula nell’udienza decisiva per la decisione di rimuovere la squalifica.

Per quanto serva essere precisi riguardo a questo genere di accuse, ad un certo punto bisogna chiedersi cosa stia cercando ancora la leadership di SafeSport.

Per di più, vi sono olimpionici che sono stati sanzionati per molto meno. La martellista americana Gwen Berry è diventata un fantoccio al pari di Kaepernik dopo aver osato alzare il pugno sulle note di Star-Spangled Banner ai Giochi Panamericani del 2019, un atto di protesta che le è costato una squalifica di un anno e decine di migliaia di dollari di sponsor.

Gwen Berry in pedana ai Giochi Panamericani

John Carlos, padre del movimento di protesta olimpico, non ha ricevuto alcuna scusa dopo che la sua carriera e quella di Tommie Smith sono state terminate dal CIO mentre i due erano ancora al loro apice. E tutto ciò perché il loro pugno alzato per il potere nero nell’estate del ’68 era considerato più offensivo del saluto romano nell’estate del ’36. “Ho chiesto delle scuse al Comitato Olimpico Internazionale,” ha dichiarato Carlos al The Guardian. “Non ti abbiamo fatto niente noi. È stato il Comitato degli Stati Uniti,” gli è stato risposto. Prevedibilmente, anche l’USOPC non si è mai scusato.

Peggio ancora, lo sforzo straordinario per proteggere Alen Hadzic è l’ennesimo memento di come le regole seguano degli standard diversi per i maschi bianchi eterosessuali, i più amati della storia. Sebbene Hadzic non abbia mai parlato di come si identifica personalmente, non c’è dubbio riguardo le differenze di trattamento fra atleti bianchi e neri, soprattutto in America. La Major League Baseball, ha detto che il lanciatore, Trevor Bauer, è “in congedo” e non squalificato per le accuse di molestie sessuali. Accuse simili sporte contro il quarterback di NFL, Ben Roethlisberger, per le quali lo stesso ha patteggiato, non hanno avuto alcun impatto reale sulla sua carriera. Nemmeno le accuse – anche queste conclusesi con un patteggiamento – di un’ex preparatrice atletica a Peyton Manning, leggenda del football americano, hanno sortito qualche effetto.

Intanto, un giocatore di colore al liceo sconta una lunga condanna per abuso di minore (statutory rape) dopo aver fatto sesso con una compagna bianca di poco più giovane. È più di un pattern scontato per la catena di recruiting della NFL: è la continuazione della tradizione prebellica in cui s’incuneano le fondamenta della legge anti-stupro americana. (Marcus Dixon, allenatore difensivo in seconda dei Rams, rappresenta la rara eccezione in cui una condanna è stata revocata). Diamine, persino Tiger Woods è stato abbandonato dei suoi sponsor, pubblicamente redarguito dal presidente del Augusta National Golf Club Billy Payne e altrimenti demonizzato come minaccia oscura per le purissime donne bianche dopo lo scandalo sessuale che l’ha coinvolto.

Sì, ci sono eccezioni. Ma per ogni Kobe Bryant, sembrano esserci troppi casi come quello di Brock Turner, nuotatore di Stanford, condannato a sei mesi per violenza sessuale ai danni di una donna incosciente e nuovamente libero dopo solamente tre mesi di reclusione (non che questo l’abbia fermato dal fare ricorso in appello comunque). Tutto, grazie ad un giudice dello Stato della California che ha visto in Turner il bisogno estremo di perdono. “Ovviamente, la reclusione avrebbe un impatto molto forte su di lui,” ha dichiarato durante il verdetto. “Credo veramente che il suo rimorso sia sincero.”

Hadzic non ha ricevuto alcuna condanna, ma perché portarlo a Tokyo quando così tanti dei suoi compagni di squadra non si sentono a loro agio in sua presenza? La NFL e la MLB sospendono regolarmente i propri giocatori per le accuse di crimini sessuali che ricevono anche quando poi i capi d’imputazione cadono. Sembra che Hadzic abbia tutte le carte in regola per essere il bravo ragazzo che non vuole far male a nessuno. Figlio di immigrati iugoslavi, ossessionato dal calcio da piccolo prima che un compagno della Montclair High lo convincesse a brandire il fioretto con la scusa di imitare Pirati dei Caraibi. Da lì, Hadzic è venuto fuori a livello nazionale e come speranza olimpica che ha rischiato di essere tagliato dal team per Rio 2016.

A Tokyo, lo statunitense ha partecipato come riserva e ha potuto solamente guardare da compatriota Jake Hoyle, Yeisser Ramirez e Curtis McDowald alle prese con un debutto difficile; tuttavia, è difficile determinare esattamente quanto la sua aura oscura sia calata sulla pedana da scherma. Già il fatto che sia riuscito ad arrivare fino a questo punto non solo nega la nozione per cui gli uomini bianchi possono essere veramente puniti. Va oltre, dimostra che anche in questa tormentata Olimpiade, esiste un solo vero standard: quello dei due pesi e due misure.


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giacomo Zamagni da Rimini: sportivo da divano e traduttore freelance. Cresciuto a pane e motori ho tradito la mia famiglia innamorandomi del calcio e di tutto ciò che prevede un pallone. Curioso per natura e accidioso per convenienza. Sogno Totti, Micky Ward, Jay Adams e Valentino Rossi. Amo i giusti, gli outsider e i folli.

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