Article image
,
7 min

- di Carlo Iannaccone

Deloitte sbaglia, i playoff in Serie A non hanno senso


Il calcio italiano è in grave difficoltà, ma per risollevarsi non ha bisogno di alcuna consulenza da parte di persone esterne al settore: deve semplicemente adoperare il buon senso e sapersi calare nei panni dell'appassionato medio. Perché ricordiamocelo, senza tifosi, il calcio non esiste.


Rimini; sole, mare, frutta fresca ed un po' di sana attività fisica per smaltire lo stress: è questa la vita rilassata che, anche solo per qualche giorno, centinaia di migliaia di turisti desiderano fare quando giungono in riviera. Tuttavia, esiste anche una nutrita fetta di vacanzieri che affolla la costa romagnola al solo scopo di immergersi nella sua "movida" e farsi immortalare in uno dei tanti locali che, ad unanime giudizio popolare, sono considerati “In” dalla gente del posto.

Ci si riferisce ai famosi luoghi frequentati dalla cosiddetta “Rimini bene”, detta anche R.C.C. (che starebbe per “Rimini che conta”), all’interno dei quali, non di rado, è possibile imbattersi in singolari, quanto esemplari, casi di rara superficialità e materialismo: ragazze semi-nude che affondano le proprie calzature in pelle nella bollente sabbia fine (si, a Rimini alcune donne confondono le passerelle degli stabilimenti balneari romagnoli con quelle dell'alta moda milanese), e giovani tamarri palestrati, tronfi di boria e steroidi, che corrono loro dietro come un branco di lupi affamati (il cui vero stimolo, però, non è dettato dall'appetito, bensì dall'effimera esigenza di dimostrarsi machi agli occhi del gruppo).

Insomma, tra aspiranti influencer e finti maschi alpha, la gioventù candidata ad essere protagonista delle “interviste imbruttite" in versione riminese è ben rappresentata tra le file degli ombrelloni che circondano questi locali e, guarda caso, è proprio a due passi di distanza da uno di essi, il “Pink and Purple” (nome di pura fantasia, che utilizziamo per non fare cattiva pubblicità al posto) che mi imbatto in P. e G., (in)soddisfatti dipendenti della Deloitte.

Naturalmente, in ambienti simili, temi quali le ambizioni di carriera, la sete di potere e la passione per i soldi, sono argomenti di conversazione piuttosto comuni tra i presenti e, anche se non sono questioni che affascinano più di tanto il sottoscritto, non mi stupisco affatto che, intrattenendomi con loro, il dialogo viri presto sui guadagni medi che gli occupati nel settore della consulenza finanziaria possono sperare di realizzare, sulle possibilità di ottenere un avanzamento professionale nel medesimo ramo e sulla "Work and Life balance" (in)esistente all'interno delle quattro più importanti società di revisione operanti nel mondo contemporaneo: le cosiddette “Big Four” (Ernst & Young, P.W.C., Deloitte e K.P.M.G.).

I due impiegati della Deloitte mi garantiscono che per i dipendenti della società britannica e delle sue competitors è piuttosto complicato trovare il giusto equilibrio tra l'ingente mole di lavoro richiesta da queste aziende e la necessità di mantenere in piedi una benché minima forma di vita privata, e mi spiegano anche che, spesso e volentieri, il compenso non è neanche lontanamente direttamente proporzionale allo sforzo sostenuto durante l'anno, «ciò nonostante - mi dicono - anche se in Deloitte non si è debitamente ripagati per la disponibilità al sacrificio che si dimostra, vuoi mettere quando conosci qualcuno per la prima volta e gli dici che lavori per una delle cosiddette "Big Four" della consulenza? Si prostrano tutti ai tuoi piedi in segno di ammirazione!»

Vero o falso che sia, non sono minimamente impressionato e anzi, a distanza di qualche giorno, quando ricordo la conversazione che ho avuto con loro, provo soltanto tristezza e compassione pensando allo sfruttamento a cui sono andati incontro. In fondo, la frustrazione causata dalla pesante routine in cui, volenti o nolenti, sono rimasti incastrati, deve essere tanta.

Così, quando un paio di giorni fa ho appreso che la FIGC ha affidato proprio alla Deloitte l'incarico di esaminare le conseguenze economiche che alcune modifiche al format della Serie A potrebbero comportare, P. e G. mi sono ritornati in mente e non sono riuscito a sottrarmi dall'immaginare i cattivi consigli che loro, o alcuni loro colleghi caratterizzati dalla stessa forma mentis (e, dunque, tanto antieconomicamente determinati a trasformare il proprio tempo in denaro, da dimenticarsi che il denaro stesso dovrebbe servire proprio a comprare il tempo: l'antitesi dell'imprenditoria), potrebbero aver fornito ai presidenti di Serie A, quando mercoledì questi ultimi si sono radunati intorno a un tavolo (o schermata video che dir si voglia) per discutere l'opportunità di procedere alle riforme caldeggiate dal presidente federale Gravina.

Il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, è da sempre un grande sostenitore dei playoff

Gravina, per porre una pezza alla grave crisi economica che sta affliggendo il calcio, il cui futuro è ulteriormente minacciato dallo scarso interesse che le nuove generazioni gli stanno riservando, ha proposto di ridurre a 18 il numero di squadre che, a partire dalla stagione 2024-25 (o forse anche prima), prenderanno parte al campionato di Serie A e ha, inoltre, chiesto alla Deloitte di valutare i benefici economici che l'introduzione di un meccanismo di playoff a 4, 6 o 8 partecipanti comporterebbe. Ed in proposito, pare che la società britannica abbia assicurato ai presidenti di Serie A che le ripercussioni sarebbero importanti e particolarmente positive.

Con tutta probabilità, però, potrebbe essere stato di dubbia affidabilità il metodo utilizzato nella conduzione dello studio, metodo che da un punto di vista logico e razionale potrebbe anche non poggiare su solide basi. Il perché è presto detto: visto che i playoff non assegnano il titolo in alcuno dei tornei calcistici più importanti del vecchio continente, è lecito pensare che l'analisi sia stata effettuata mettendo a confronto competizioni agonistiche molto diverse tra loro, organizzate all'interno di paesi dalla cultura sportiva radicalmente differente, dove l'interesse riservato ai singoli gesti tecnici è spesso anteposto alla rivalità tra i partecipanti, o peggio ancora, dove quest'ultima è quasi totalmente assente (quali siano queste competizioni lo lascio decidere a voi, e ad ogni modo riveste un'importanza relativa).

Ora, se da un lato la diminuzione del numero di squadre si è da tempo resa necessaria e sarebbe sacrosanta perché contribuirebbe ad alzare il livello qualitativo medio del torneo e, di conseguenza, lo renderebbe più combattuto ed interessante (non c'era bisogno della consulenza della Deloitte per comprenderlo), l'introduzione dei playoff sarebbe, invece, del tutto deleteria. Paradossalmente, però, sarebbe stata proprio la parte più logica della proposta elaborata da Gravina a non trovare terreno fertile, vista la riluttanza con cui, si vocifera, i presidenti delle società medio-piccole sarebbero disposti a rinunciare ad una parte dei diritti televisivi: quelli che andrebbero persi con la riduzione complessiva del numero delle partite.

Playoff, le ragioni del no

Dunque, potrebbe trovare maggior gradimento proprio l'ipotesi playoff, nonostante le ragioni che ostano alla sua introduzione siano tante e anche piuttosto ovvie:

1) Tanto per cominciare, con la loro introduzione, il campionato, l’unica competizione nazionale diretta a premiare la continuità di risultati rispetto alla loro estemporaneità, diventerebbe una brutta copia delle coppe europee, cosa che ne azzererebbe lo scopo e, di conseguenza, lo renderebbe meno interessante;

2) In secondo luogo, l'implementazione di un meccanismo a eliminazione diretta per l'assegnazione del titolo renderebbe inutile la presenza della Coppa Italia e, di fatto, ne sancirebbe la morte, o, quantomeno, obbligherebbe al celere ripensamento del suo format per mantenerla in vita (anche se, in effetti, questo potrebbe anche essere considerato un punto a favore della riforma);

3) In terza battuta, il campionato rischierebbe di non premiare il merito, perché potrebbe benissimo verificarsi il caso che a trionfare al termine dei playoff possa essere una squadra diversa da quella che ha conquistato più punti in campionato, ed in taluni casi non è azzardato ritenere che potrebbe persino vincere il titolo una formazione che è arrivata a più di venti punti di distacco dalla capolista, essendo il calcio uno sport a punteggio basso e, come tale, pesantemente condizionato dai singoli episodi. Allo scopo di scongiurare questa evenienza, qualcuno suggerisce di inserire delle forbici di punteggio oltre le quali il titolo verrebbe comunque assegnato alla vincitrice della fase regolare, ma è del tutto evidente che l'accoglimento di una tale soluzione finirebbe per cozzare proprio con lo scopo per cui i playoff dovrebbero essere implementati, e cioè quello di generare maggiori ricavi e aumentare l'incertezza insita nella competizione (in modo, di riflesso, da incrementarne l'appeal);

4) Come quarta considerazione, con l'avvento dei playoff, le partite di "regular season" diventerebbero ancor meno interessanti di quanto lo sono ora e a quel punto neanche la riduzione del numero delle squadre servirebbe a qualcosa, dato che il guadagno di competitività che si otterrebbe riducendo il gap qualitativo tra le società partecipanti verrebbe gettato alle ortiche dalla poca importanza che le maggior parte di esse attribuirebbe alla gran parte dei match, soprattutto verso fine stagione;

5) Infine, dell'introduzione dei playoff non beneficerebbe nemmeno la composizione del calendario, visto che per le squadre impegnate nelle coppe europee rimarrebbe comunque congestionata.

Esaminate le ragioni contrarie all'introduzione di un'ulteriore fase di scontri ad eliminazione diretta per l'assegnazione finale del titolo, non rimane che considerare le ragioni che, invece, giustificherebbero la sua implementazione.

Ebbene, il piatto piange. L'unico ipotetico vantaggio che i playoff potrebbero portare sarebbe quello di generare una maggior incertezza sulle sorti del campionato, da una ventina d'anni, effettivamente monopolizzato dalle sole società "strisciate". Tuttavia, la rinnovata imprevedibilità del torneo si rivelerebbe a tutti gli effetti un'arma a doppio taglio, perché oltre ad azzerare l'interesse del pubblico per la regular season, finirebbe, molto probabilmente, anche per ridurre l'interesse attorno alla stessa fase finale, dato che un'eccessiva incertezza è contraria a qualunque tipo di meritocrazia, da sempre principio cardine di qualunque manifestazione sportiva.

Dunque, no, la via che la Serie A, o, più in generale, lo stesso calcio deve imboccare per tornare ai fasti del passato è un'altra, e non può esserle indicata da un manipolo di aridi consulenti privi di sentimento. Le riforme devono essere portate avanti da persone dotate della necessaria empatia per comprendere il punto di vista dell'appassionato medio, non da esterni incapaci di farlo, perché il calcio è pur sempre un patrimonio delle tifoserie e nasce e muore con esse.

"Football is for the fans": i giocatori del Leeds sfoggiarono proprio questo slogan per manifestare il proprio dissenso alla "Superlega"

Non c'è calcio dove non c'è tifo, questo dovrebbe averci insegnato il repentino fallimento del "progetto Superlega", e se si vuole catturare nuovamente l'interesse dei giovani, si abbandoni l'idea che le nuove generazioni siano stufe delle regole del gioco più bello del mondo.

No, il calcio non sta perdendo appeal perché le rimesse laterali vengono battute con le mani o perché il tempo di gioco non viene calcolato in maniera effettiva, il calcio è moribondo perché la ricerca del mero profitto economico, a discapito dell'identità dei club, ha abbassato la fidelizzazione degli appassionati. Per cui, si intervenga a livello regolamentare e normativo. Si impedisca ai club la possibilità di rivoluzionare ogni anno le proprie rose. Si vietino i prestiti. Si rendano molto complicati, se non impossibili, i tradimenti di fede calcistica da parte degli stessi calciatori. Insomma, si ripristini un rapporto d'identificazione tra il tifoso e la sua società di riferimento, e vedrete che non sarà più necessario incaricare Deloitte, o altre compagnie di persone che col pallone non hanno niente a che fare, affinché il calcio risorga.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE...

Nato a Treviso il 25/10/1992. Laureato in Giurisprudenza. Cresce nutrendosi di palla a spicchi, ma è il calcio a catturare le sue attenzioni. Nel 2013, fresco di licenza da agente FIFA, anticipa tutti, anche se stesso: si reca in Polonia, convinto di poter rivoluzionare il calciomercato italiano. La rivoluzione non si attua, ma l'intuizione si rivela comunque felice. Oggi, svestiti i panni del procuratore sportivo, indossa quelli del match analyst e scrive di tattica in qualità di iscritto all'associazione italiana degli analisti di performance calcistica. Potete trovarlo a Rimini o, di tanto in tanto, nelle peggiori pierogarnie polacche.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu