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5 min

- di Gabriele Moretti

Pentathlon delle Muse, ovvero la storia dimenticata dell'arte alle olimpiadi


Per ben sette edizioni dei Giochi Olimpici, da Stoccolma 1912 a Londra 1948, di fianco alle competizioni sportive si tenevano prestigiose competizioni di pittura, scultura, poesia, musica e architettura. Unica regola, che le opere fossero ispirate allo sport.


Se vi dicessi che nelle prossime settimane milioni di italiani sarebbero svegli in piena notte, ipnotizzati davanti alla TV mentre ascoltano l’esibizione di Giovanni Allevi, ancora in lizza per l’oro contro i favoritissimi Muse? O ancora, riuscireste a immaginarvi migliaia di persone in festa che riempono il salone degli arrivi di Fiumicino per accogliere Renzo Piano e Maurizio Cattelan, appena rientrati da Tokyo con due pesantissime medaglie al collo? Capisco che sembrino deliri partoriti dalla coscienza alterata di un gallerista milanese al sesto bloody mary, ma in realtà non si tratta di assurde fantasie. Anche se in pochissimi se lo ricordano, c’è stato un (lungo) periodo in cui, proprio come negli agoni della Grecia antica, i Giochi Olimpici non erano limitati allo sport ma comprendevano gare di discipline artistiche: musica, letteratura, architettura, pittura e scultura. In alcuni casi le competizioni venivano persino suddivise a seconda delle specialità: orchestra, voce o strumento solista; dramma, poesia epica o poesia lirica; urbanistica o impianti sportivi; olio e acquarello o incisioni; plastici, medaglie o rilievi. E sia chiaro, nonostante sia stata quasi completamente dimenticata, la presenza dell’arte alle olimpiadi non fu una curiosa eccezione, ma una presenza fissa dal 1912 al 1948, per un totale di 151 medaglie.

Le rovine dell'antica Olimpia

In realtà l’idea di un grande evento che coniugasse le belle arti allo sport nacque ben prima del 1912. Alla fine dell’Ottocento, mentre lo sport tornava in auge tra le classi agiate del mondo occidentale, importantissime scoperte archeologiche rimettevano la civiltà greca al centro del discorso culturale. Nel 1877 gli scavi condotti da Ernst Curtius presso l’antica Olimpia riportarono alla luce l’Hermes di Prassitele e le testimonianze dei Giochi dedicati a Zeus, riempirono di entusiasmo un giovanissimo rampollo francese appassionato di storia e arte classica, rugby e pedagogia. Il suo nome, che tutti avrete già sentito almeno una volta nella vita, era Pierre de Frédy barone di Coubertin, meglio conosciuto come Pierre de Coubertin. Fu proprio lui che pochi anni dopo decise di lanciarsi in un progetto tanto affascinante quanto visionario: ricreare le gare più importanti del mondo antico, adattandole al mondo contemporaneo e coinvolgendo atleti provenienti da ogni angolo del globo. Nonostante infiniti problemi, ostacoli e difficoltà De Coubertin non si arrese e nel 1896 riuscì a organizzare proprio ad Atene i primi Giochi olimpici dell’Era Moderna, ai quali parteciparono quasi 300 atleti provenienti da 14 nazioni. Tuttavia la sua visione non era ancora del tutto compiuta: come dichiarò al congresso del CIO del 1906, il suo obiettivo era «unire nuovamente in legittimo matrimonio due antichi divorziati: il Muscolo e la Mente», proprio come accadeva nella Grecia antica, in cui il concetto di kalokagathìa – la convergenza delle virtù fisiche e morali dell’uomo – era il principio fondante degli agoni in cui i campioni dell’arte, della cultura e dello “sport” si cimentavano durante feste ed eventi sacri agli Dei.

Nonostante le iniziali difficoltà e l’ostilità dei primi organizzatori, De Coubertin non desistette e finalmente, ai Giochi di Stoccolma del 1912, riuscì a introdurre il cosiddetto Pentathlon delle Muse: gare di pittura, scultura, letteratura, architettura e musica in cui rinomati artisti venivano invitati a presentare “opere originali ispirate allo sforzo atletico”.  A Stoccolma i partecipanti furono trentatré, europei e statunitensi, e delle cinque medaglie d’oro ben due vennero assegnate ad artisti italiani: al pittore Giovanni Pellegrini e al compositore Riccardo Barthelemy. Gli altri vincitori furono l’americano Walter Winans (che tra altro si aggiudicò anche un oro e un argento nel tiro a segno!) per il bronzo An American Trotter, agli architetti svizzeri Monod e Laverrière per il progetto di uno stadio e allo stesso De Coubertin, presentatosi sotto il doppio pseudonimo di George Hohrod e Martin Eschbach, autore di un’Ode allo Sport.

Il barone Pierre de Coubertin

Nelle edizioni successive, quando le Olimpiadi esplosero definitivamente sulla scena internazionale, nonostante gli sforzi del Barone, le competizioni di belle arti rimasero uno spettacolo piuttosto trascurato dai media e dal pubblico. Per soddisfare il requisito ispirato allo sport, molti dipinti e sculture erano rappresentazioni drammatiche di lotta o di boxe, mentre la maggior parte dei progetti di architettura erano stadi, arene o impianti polisportivi. Inoltre, il format delle gare era incoerente e caotico: non venivano assegnate necessariamente tutte le medaglie, così che poteva accadere che qualcuno vincesse la medaglia d'argento, ma nessuno quella d’oro, o addirittura che la giuria fosse così delusa dalle proposte da non assegnarne proprio. Anche la divisione delle discipline seguì un percorso confuso. Ad esempio, ai Giochi di Amsterdam del 1928, la letteratura venne divisa nelle specialità di poesia lirica, poesia epica e teatro drammatico, per poi essere riunita nel 1932 e nuovamente divisa nel 1936.

Il mondo dell’arte, invece, accolse il Pentathlon delle Muse con entusiasmo. Sebbene alcuni addetti ai lavori trattavano le Olimpiadi con diffidenza e timore che potessero danneggiare la propria reputazione, molti altri parteciparono volentieri. Protagonisti dell’arte italiana quali Carlo Carrà ed Enrico Prampolini si sfidarono a colpi di pennello e a Parigi nel 1924 il presidente della giuria per la musica fu il grande compositore Igor Stravinskij. Dagli anni Trenta anche il pubblico sembrò apprezzare maggiormente: nel 1932 ben 400’000 persone visitarono il Los Angeles Museum of History, Science and Art per ammirare le opere iscritte e, di conseguenza, sempre più artisti di grande fama parteciparono alle competizioni. John Russell Pope, l'architetto del Jefferson Memorial, vinse un argento ai Los Angeles Games del 1932 per il suo progetto del Payne Whitney Gymnasium, costruito alla Yale University. Lo scultore italiano Rembrandt Bugatti, l'illustratore americano Percy Crosby, lo scrittore irlandese Oliver St. John Gogarty e il pittore olandese Isaac Israëls furono altri importanti partecipanti.

Farpi Vignoli, Il Guidatore di Sulky, 1936. L'artista vinse la medaglia d'oro per questa scultura alle Olimpiadi del 1936 a Berlino.

Poi, tra il 1940 e il 1944, i Giochi Olimpici furono interrotti a causa della seconda guerra mondiale. Quando ripresero, nel 1948, Pierre de Coubertin era ormai morto da nove anni e le gare di belle arti si trovarono ad affrontare un problema insormontabile: l’ossessione di Avery Brundage, il nuovo presidente del CIO, per il dilettantismo assoluto. A suo avviso se le olimpiadi dovevano essere una forma di competizione totalmente pura, non influenzata in alcun modo dal peso del vile denaro. Poiché gli artisti si affidano intrinsecamente alla vendita delle opere per il loro sostentamento e dal momento che in molti erano spinti a partecipare dal fatto che una medaglia olimpica era un’ottima pubblicità che avrebbe potuto far passare numerosi artisti dilettanti al professionismo, Brundage decise di volerli escludere (nonostante egli stesso vi avesse partecipato come poeta nel 1932). Dopo un acceso dibattito, alla fine venne decretato che i concorsi d’arte sarebbero stati eliminati dal 1952 e sostituiti da una mostra non competitiva organizzata in contemporanea ai Giochi, la cosiddetta Olimpiade Culturale, che si è tenuta più o meno regolarmente fino al 2012.

(articolo uscito nell’ultimo numero di “Catenaccio”, la nostra newsletter al cui interno trovate approfondimenti sulla settimana sportiva, consigli culturali, compilation di cose brutte, domande dal pubblico e tante altre cose interessanti. Se non ci sei ancora iscritto e vuoi riceverla ogni sabato mattina, questo il link dove registrarsi: https://mailchi.mp/bd0be5dfdb40/t5rrmyi31o)

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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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