Article image
,
5 min

- di Gabriele Moretti

Vincere l'Europeo significa solo vincere l'Europeo


Dopo il trionfo di domenica sera - ma in realtà già dai turni precedenti - sembra che qualsiasi persona con un briciolo di visibilità o rilevanza pubblica stia cercando di mettere il proprio personalissimo cappello politico, ideologico o retorico alla vittoria italiana del Campionato europeo di calcio. Forse è il caso di dire basta a questo tipo di retorica meschina.


«Questa vittoria è il riscatto italiano dell’Italia dalla tragedia del Covid-19!»; «L’Italia dell’Europa unita batte l’Inghilterra della Brexit!»; «lo sport italiano inverte la gerarchia delle parole: il collettivo, la comunità, l’interesse generale prevalgono su quello individuale»; «la vittoria dell’Europeo è la vittoria di un’intera nazione, tutto il mondo guarda l’Italia con ammirazione»; «è la vittoria dell’Italia di Draghi»; «questa nazionale è la dimostrazione che l’Italia vuole ripartire, il simbolo di un paese ferito e della sua voglia di ripartenza»; eccetera, eccetera, eccetera.

A poco più di ventiquattro ore dalla vittoria dell’Italia nel Campionato europeo di calcio, il carro dei vincitori è sul punto di strabordare, è così pieno che le ruote stanno scricchiolando e gli assi si stanno pericolosamente flettendo sotto il peso di responsabilità dalle quali il calcio e lo sport in genere dovrebbero essere esenti. Ovviamente non ce l’ho con le centinaia di migliaia (se non milioni) di persone normalmente disinteressate a questo splendido gioco e che, con cadenza più o meno biennale, vengono trascinate dalla corrente dell’entusiasmo collettivo. Per chi vuole festeggiare, per chi vuole partecipare alle celebrazioni di un momento generazionale, per chi vuole dire «io c’ero!» e conservare il ricordo di una notte che, volenti o nolenti, rimarrà impresso nella memoria dell’intero paese, sul carro dei vincitori c’è sempre posto. Per le lacrime di gioia, per i brindisi, per una maglia azzurra o una bandiera legata alla schiena, si riesce a trovare spazio anche all’ultimissimo momento.

Chi è davvero fastidioso e fuori luogo sono quelle persone – normalmente volti pubblici con precisi interessi – che decidono di caricare sul carro dei vincitori i propri fardelli, di decorarlo con nappe e nastrini di colori legati ai propri interessi politici. Qualcuno certamente penserà che tutto questo è normale, che accade ogni volta, che è accaduto in ogni paese del mondo (si veda il mio articolo sull’Ucraina di una settimana fa) e in ogni periodo della storia per lo meno dai Giochi olimpi antichi in poi. Tutto vero, tutto innegabile, ma bisogna anche ricordarsi che al giorno d’oggi, l’appropriazione da parte della politica dei successi sportivi e artistici è anche una caratteristica tipica dei populismi più sfacciati e delle democrazie un po’ meno democratiche. Perciò lasciatemi sfogare.

La vittoria dell’Italia a Euro 2020 non è in alcun modo un riscatto dalla pandemia, perché nella pandemia siamo ancora immersi, se non fino al collo, quantomeno fino ai gomiti. Non lo è perché, appunto, si tratta di una pandemia e in quanto tale ha colpito duramente tanto l’Italia quanto altri paesi, tra i quali l’Inghilterra nostra avversaria in finale. Vedere un collegamento tra i due eventi mi sembra, oltre che totalmente illogico, anche poco rispettoso nei confronti delle vittime non italiane. La vittoria dell’Italia a Euro 2020 non cambierà nemmeno il nostro modo di vivere o vedere il mondo, relegando alla collettività il primato sull’individuo: semplicemente, il calcio è uno sport di squadra e necessariamente si deve basare sulla cooperazione e la coordinazione tra individui, indipendentemente dal modo di interpretare il gioco o dal risultato finale. La vittoria dell’Italia a Euro 2020 non è nemmeno la vittoria di un’intera nazione, ma è la vittoria dei 26 migliori calciatori con cittadinanza italiana: noi non c’entriamo nulla, non abbiamo alcun merito, siamo meri spettatori che (giustamente) godono dei dolcissimi frutti di un’impresa compiuta da altri.

La vittoria dell’Italia a Euro 2020 è, molto semplicemente, il meritato traguardo raggiunto da un gruppo di giocatori e da uno staff tecnico che da diversi anni lavorano incessantemente a questo obiettivo. È la vittoria di Roberto Mancini un allenatore che nonostante i successi ottenuti in patria e all’estero non veniva considerato tra i “grandi” e che invece ha saputo dimostrare tutto la sua abilità proprio nel contesto che, da calciatore, gli aveva dato meno soddisfazioni. È la vittoria di Gianluca Vialli, un capo delegazione che nonostante anni di lotta contro il cancro si è saputo continuamente mettere in gioco e reinventare con grande coraggio e, come si sa, la fortuna aiuta gli audaci.

È la vittoria di Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini, una delle migliori coppie di difensori nella storia della Serie A che però non era mai riuscita a vincere in Europa; di Gianluigi Donnarumma, che attraverso l’eccellenza del proprio lavoro è riuscito a mettere a tacere le fastidiosissime voci che da mesi lo additavano e insultavano a causa delle sue scelte contrattuali; di Giovanni Di Lorenzo, che una manciata di anni fa giocava nel Matera; di Leonardo Spinazzola, che ha dovuto seguire a distanza tutte le partite più importanti per la rottura del tendine d’Achille; è la vittoria di Emerson Palmieri, che lo ha sostituito degnamente; di Matteo Pessina e Manuel Locatelli e dei loro gol tanto inaspettati quanto decisivi; di Marco Verratti, anche lui alla ricerca della vittoria in una competizione internazionale; di Nicolò Barella, Rafael Toloi, Ciro Immobile, Lorenzo Insigne, Federico Chiesa, Salvatore Sirigu, Alex Meret, Alessandro Florenzi, Francesco Acerbi, Alessandro Bastoni, Jorginho, Gaetano Castrovilli, Bryan Cristante, Domenico Berardi, Federico Bernardeschi Andrea Belotti, Giacomo Raspadori e di tutti membri dello staff tecnico, ognuno con la propria storia alle spalle, tutte storie umane – e per questo di per sé interessanti – che non hanno bisogno in alcun modo di una narrazione epica e nazional-popolare per accrescerne senso e importanza.

È anche una vittoria fondamentale, che chissà potrebbe fungere da spartiacque, dal punto di vista tecnico e tattico. Finalmente, proprio perché si trattava degli azzurri, la totalità degli italiani sembra avere accettato che sì, la “costruzione dal basso” può essere molto utile e poco rischiosa. L’uscita palla dai piedi di Donnarumma verso quelli di Bonucci e, da lì, di Barella, Verratti e Jorginho si è dimostrata efficace e piacevole agli occhi, divertente ma non leziosa. Quest’Italia ha saputo affermare anche altri principi ancora troppo poco apprezzati dal pubblico nostrano, principi che altrove sono la norma da anni: il recupero palla immediato, il possesso come strumento difensivo, si è visto persino il falso nueve per gran parte di una finale europea! Il gioco costruito da Mancini nel corso degli anni e meravigliosamente implementato dai giocatori in campo potrebbe essere, a livello di percezione mediatica e collettiva, la più importante conseguenza a lungo termine di questo europeo, la dimostrazione più concreta che l’Italia può vincere – anche sapendo soffrire – senza ricorrere sistematicamente al duetto catenaccio-contropiede (scelta tattica rispettabilissima e anzi molto amata dal sottoscritto, ma che in Italia viene spesso presentata come l’unica soluzione possibile nonché l’unica maniera realmente virile di affrontare una partita di calcio).

La vittoria degli azzurri a Euro 2020 è stata straordinaria da ogni punto di vista. È stato il coronamento di un percorso sportivo senza eguali nella storia del nostro paese (34 partite consecutive senza sconfitte, stracciando un record che risaliva ad oltre ottant’anni fa, è stato un trionfo inaspettato di una squadra che non partiva certamente tra le favorite e che si è trovata costretta a convivere con infortuni pesanti, è stata la “chiusura del cerchio” per tanti membri della panchina che ventinove anni fa a Wembley avevano pianto le lacrime più amare della loro carriera, è stata e sarà sicuramente un punto di svolta nella carriera di molti calciatori ed è stato, soprattutto, un momento di celebrazione collettiva che ha concesso qualche ora di “speciale normalità” dopo un anno e mezzo di paura e restrizioni. Abbiamo tanto da festeggiare, tanti aspetti positivi di cui fare tesoro e tantissime storie da raccontare: approfittiamone, per una volta, e cerchiamo di allontanarci dall’inutile e dannosa retorica che ci viene propinata.

Ma soprattutto non dimentichiamoci che siamo campioni d’Europa, cazzo!

(articolo uscito nell’ultimo numero di “Catenaccio”, la nostra newsletter al cui interno trovate approfondimenti sulla settimana sportiva, consigli culturali, compilation di cose brutte, domande dal pubblico e tante altre cose interessanti. Se non ci sei ancora iscritto e vuoi riceverla ogni sabato mattina, questo il link dove registrarsi: https://mailchi.mp/bd0be5dfdb40/t5rrmyi31o)

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu