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3 min

- di Simone Renza

Considerazioni sparse post finale di Copa America Argentina Brasile (1-0)


L'Argentina, dopo 28 anni, vince nuovamente il torneo più antico per nazionali e lo fa nel sacro tempio del calcio brasiliano che, per suo lato, vive ancora una notte da incubo.


- La rassegna stampa di questa notte (o mattina dipende dalla vostra latitudine) presentava questi titoli: "Dios estaba guardando este momento para mì", "Me saquè la espina de ganar con la Selección", "El Maracanazo de Messi", "Messiento campeón carajo". Titoli che fanno da eco alla immensa gioia di un paese e di una squadra ma soprattutto alla felicità primordiale di un giocatore che, pur vincendo tutto quello che è possibile vincere, dall'espressione del volto pare trasparire un sentimento nuovo, insolito. Gli occhi sono luccicanti di pianto e di felicità: perché questa vittoria è una cosa nuovissima, quasi insolita, che libera le spalle di Lionel Messi, da un maleficio che lo ha tenuto incatenato e che nemmeno el D10S in persona riuscì a fargli spezzare. L'incubo albiceleste è finito. L'Argentina saliò campeòn esta noche! e le lacrime a fine partita non sono di circostanza o semplicemente di sfogo: è puro flusso di coscienza di un ragazzino con indossa la 10 e che voleva dimostrare di essere grande. Dirà tra le lacrime l'altro artefice di questa vittoria, l'altro Lionel, Scaloni "Yo les preguntaría a todos los brasileños, si de verdad Messi necesitaba ganar una copa para ser el más grande" (vorrei domandare a tutti i brasiliani, se davvero Messi necessitava vincere una copa per essere considerato il più grande). Possiamo dare noi la risposta: no, ma vincere con la Seleccion gli serviva per entrare definitivamente nel cuore degli argentini;

- È entrato in punta di piedi, in sordina, quando nessuno lo aspettava, con alle spalle solo una breve esperienza nelle giovanili, con moltissimi dubbi sulle sue capacità di guida, con una pioggia di critiche per ogni errore che ha fatto, ed è diventato un tecnico che è riuscito a rompere l'incantesimo di 28 anni senza titoli. Lionel Scaloni, all'età di 43 anni, ora siede al tavolo con César Luis Menotti, Carlos Salvador Bilardo, Guillermo Stábile e il triumvirato Victorio Spinetto, José Della Torre, José Barreiro (1959) e Coco Alfio Basile: Il tavolo dei campioni. El santafesino non si è mai fermato nella ricerca dell'11 perfetto. Continue sperimentazioni, cambi di giocatori e di modulo sin da quando è arrivato. Unico faro: Messi. Questa trasformazione è proseguita anche ieri con ben 5 cambi rispetto alla semi finale con la Colombia. Non teme le critiche, ha dato un'identità di gioco alla squadra. Ha dato un canovaccio, uno spartito di massima sul quale ciascuno dei suoi giocatori può liberamente esprimersi senza venire costretto in boriosi e cervellotici schemi. Scaloni è il primo artefice di questa storica vittoria;

- Notte di giustizia poetica: Il 10 di Luglio, il 10 che gioca la partita nonostante la caviglia dolorante da dopo la semifinale, Angelito di Maria che segna un golazo. Non è un'Argentina spettacolare, anzi: squadra quadrata, europea, di "corto muso" come direbbe qualcuno. Ma c'è tempo di trovare il bel gioco che, però, da quelle parti non è amatissimo come si possa pensare. L'adorazione del genio che però deve essere limitato alla delantera e in un numero massimo di 3. Agli argentini non serve altro, non gli interessa fumo negli occhi. E ieri la Seleccion ha dato loro esattamente questo. Nulla di più;

- Il Brasile non è stato a guardare, anzi. Ha più volte messo in grave difficoltà l'eroe Dibu Martinez che, però, ha saputo respingere ogni assalto verdeoro. Richarlison, Neymar e soci non si sono dati pace. Un gol annullato. Ormai il Maracanazo è un fantasma inflazionato che perseguita ogni sconfitta in casa della Selecao. Ma in questo caso il termine è centrato, dopo un percorso perfetto, Tite non è riuscito ad imprimere nei canarinhos quella voglia di vincere ad ogni costo, quella tanto declamata garra. Ma forse doveva andare così dopo questo indegno regalo che la Conmebol ha fatto a Bolsonaro, con tanto di spettacolo indegnamente circense nel regalare dosi di vaccino ad un paese in ginocchio. Ma forse proprio per quel paese i giocatori verdeoro avrebbero dovuto dare di più, molto, tanto;

- Migliore in campo? Rodrigo de Paul. Ha giocato una finale praticamente perfetta, sapeva esattamente cosa fare con la pelota in ogni istante. Suo l'assist per Di Maria. Proprio Angelito de Rosario, nonostante una sequela di finali perse, riesce a prendere la sua rivincita segnando il gol vittoria e non tirandosi mai indietro, arando ogni zona del Maracanà gli capitasse di calcare. Pari merito Otamendi: ha diretto la difesa senza farla sbandare di fronte alle folate brasiliane. La sua miglior partita da quando veste questa maglia. Nel pantheon di questa finale va anche Gonzalo Montiel: è una delle mutazioni di Scaloni, ed è perfetta perché Gonzalo argina Richarlison e Vinicius sino al faccia a faccia con Neymar. Personalità e grinta, come tutti i suoi compagni di squadra.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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