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4 min

- di Gabriele Moretti

L'Europeo dell'Ucraina ha tutto un altro peso


L'inaspettato percorso che, dopo le polemiche sulla divisa e sugli slogan ultranazionalisti, ha portato l'Ucraina a giocarsi l'accesso alle semifinali di Euro 2020 sotto la guida di un allenatore e di un leader tecnico di madrelingua russa ha significati che vanno ben oltre il calcio.


Le metafore belliche e militari non sono merce rara nel calcio, basti pensare ai nomi di molte tifoserie organizzate o addirittura al linguaggio (che per fortuna va scomparendo) del giornalismo sportivo. Quando si tratta dell'Ucraina, tuttavia, queste metafore assumono tutto un altro peso. L’Ucraina è davvero in guerra e lo è da ben sette anni: una delle sue regioni più importanti, la Crimea, è stata occupata dalla Russia e poi annessa tramite un referendum-plebiscito, mentre le città orientali di Donetsk e Luhansk e la circostante regione del Donbass sono contese da anni tra Kiev e i separatisti della Nuova Russia, sostenuti politicamente e militarmente dalla “vecchia” Russia.

Questo i calciatori lo sanno bene. Lo sa bene Jaroslav Rakyc'kyj, escluso dalla nazionale dal 2019 in seguito al suo passaggio allo Zenit San Pietroburgo. Lo sa bene anche Oleksandr Zinchenko, fuggito con sua madre da Donetsk verso la Russia quando scoppiò la guerra nel febbraio 2014, dove firmò per l’Ufa e cominciò la propria scalata nel calcio professionistico. Lo sa bene anche l’allenatore, il “nostro” Andrij Shevchenko, finito più volte al centro delle polemiche sia per il suo confuso e superficiale passato politico, sia per il fatto che essendo cresciuto in Unione Sovietica si trova più a suo agio parlando russo anziché ucraino, lingua sostanzialmente bandita durante il regime comunista.

Lo sanno bene anche giocatori e tifosi di Shakhtar Donetsk e Zorya Luhansk, squadre che da più di sette anni vivono un esilio tutt’altro che dorato. Lo sanno meglio di tutti gli ultras, che hanno giocato un ruolo di primo piano sia nelle proteste di Euromaidan che durante la guerra. Insomma, come spesso accade in situazioni di conflitto sociale, politico o militare, quando si parla di Ucraina è difficile districare lo sport da questi avvenimenti.

Infatti, come ci si poteva aspettare, Euro2020 è stato elevato a simbolo di unità nazionale e patriottismo (leggasi nazionalismo) ben prima della cerimonia di inaugurazione, quando l’Ucraina ha presentato la propria divisa, decorata sul lato frontale da una cartina geografica stilizzata che comprendeva anche la Crimea e il Donbass (effettivamente entrambi ancora riconosciuti internazionalmente come territori ucraini) e, soprattutto, da due slogan estremamente controversi: «Slava Ukraini! Heroiam slava!» (Gloria all’Ucraina! Gloria agli eroi!). Questo motto venne coniato per la prima volta dal poeta Taras Shevchenko a metà del XIX secolo e, nei quasi due secoli successivi, è stato interpretato e declinato secondo diverse sensibilità, alcune decisamente poco apprezzabili, per usare un eufemismo. Per esempio, divenne molto popolare durante la guerra d'indipendenza anti bolscevica combattuta tra il 1917 e il 1921 e, ben peggio, se ne appropriò l’Esercito Insurrezionale Ucraino, un’organizzazione nazionalista armata che durante la seconda guerra mondiale si schierò attivamente al fianco dei nazisti ricoprendo un ruolo rilevante nella persecuzione degli ebrei in Ucraina e Polonia.

In tempi più recenti, questo slogan si è diffuso tra i manifestanti di Euromaidan e a sostegno delle truppe volontarie impegnate in Donbass, alcune delle quali si ispirano in maniera ben poco celata agli ideali del naizonalsocialismo. In seguito a un reclamo ufficiale da parte della Federazione russa, l'UEFA ha imposto di rimuovere la seconda parte della frase – "Gloria agli eroi!" – sostenendo che la "combinazione specifica dei due slogan è considerata chiaramente di natura politica, con un significato storico e militarista".

Dopo l’inaspettato passaggio del turno concretizzato all’ultimo secondo dei supplementari contro la Svezia il presidente Volodymyr Zelensky ha trasformato questo storico risultato (l’Ucraina non era mai arrivata ai quarti di finale di un torneo per nazionali) in una metafora iperbolica legata alla situazione socio-politica del paese: «Oggi non esistono né un “tu” né un “voi”; oggi siamo tutti una sola Ucraina! Una squadra di oltre 40 milioni di persone! Da Uzhhorod [estremo ovest] a Luhansk [città occupata dai separatisti], da Chernihiv [estremo a nord] a Simferopol [città principale della Crimea] la nazionale Ucraina ha forza e carattere, combatte e subisce colpi dolorosi, ma si alza di nuovo e colpisce a sua volta!».

Al di là della retorica nazionalista che la nazionale (scusate il gioco di parole) inevitabilmente si porta dietro in contesti del genere, l’appello presidenziale all’unità del paese può – e deve – essere letto anche in una chiave più positiva e conciliante. A quanto si legge in articoli e interviste tra i tifosi locali, il successo straordinario della selezione guidata e trascinata da due ucraini apertamente di lingua madre russa, in passato aspramente criticati per i loro legami – veri e presunti – con l’ingombrante e aggressivo vicino, può essere visto come un segnale distensivo, un esempio concreto e visibile a tutti di come l’Ucraina sia un paese variegato, che necessariamente deve essere capace di far coesistere le sue diverse sfaccettature storiche, linguistiche e culturali, senza cadere nella trappola di un nazionalismo omologatore e censorio.

(articolo uscito nell’ultimo numero di “Catenaccio”, la nostra newsletter al cui interno trovate approfondimenti sulla settimana sportiva, consigli culturali, compilation di cose brutte, domande dal pubblico e tante altre cose interessanti. Se non ci sei ancora iscritto e vuoi riceverla ogni sabato mattina, questo il link dove registrarsi: https://mailchi.mp/bd0be5dfdb40/t5rrmyi31o)

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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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