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4 min

- di Simone Renza

Inginocchiarsi non risolve il problema del razzismo come "cantare l'inno non ci rende patriottici" cit. Francesco Costa


Il quadro mediatico che sta facendo da contorno all'Europeo di azzurro colorato è ormai concentrato sull'ormai noto take a knee e sul conseguente appoggio o non appoggio alla causa del Black Lives Matter. Qualche riflessione letta/ascoltata oggi degna di nota.


Paolo Corbi, responsabile comunicazione della FIGC, nella giornata di ieri ha rilasciato una dichiarazione nella quale, in breve sintesi, affermava che gli azzurri si sarebbero inginocchiati solo in solidarietà coi belgi (prossimi avversari ai quarti) e non perché appoggiano la causa sottostante il gesto. Va detto che Corbi, sui suoi profili social, non ha mai fatto mistero di simpatizzare per Le Pen (Front National), né ha nascosto il suo disprezzo nei confronti di chiunque non abbia nelle proprie sacre vene puro sangue italico. Ci si chiede, preliminarmente, come possa un personaggio mosso da idee fasciste ricoprire questo ruolo delicato in una società che fa della comunicazione uno dei suoi pilastri. Speriamo che qualcuno o qualcuna in Federazione possa illuminarci.

Abbiamo, comunque, provato a commentare quelle dichiarazioni (ah, mai smentite nè ripudiate dalla FIGC) nella giornata di ieri cercando di far capire che noi, quali cittadini europei aventi la pigmentazione della pelle caucasica, non dobbiamo arrovellarci sul take a knee perchè è una battaglia non nostra. Ci si dovrebbe inginocchiare e basta, dimostrando di stare affianco di chi la combatte. Senza se, senza ma. Non inseguendo l'avversario di turno ma dando prova, seppur simbolica, che la nazionale di calcio e, come essa, l'intero movimento calcistico italiano è vicino alle istanze del Black Lives Matter ed alle loro rivendicazioni. Ed invece no. Ci sta toccando assistere a voli pindarici dei più vergognosi il cui succo è "non siamo razzisti ma...". Ecco, come recitava una nota vignetta "la banalità del MA", parafrasando il titolo dell'opera di Hannah Arendt.

In questo marasma, però, ci ha colpito l'opinione di Francesco Costa, vicedirettore de Il Post e che qui riportiamo: "Certo che inginocchiarsi è solo un rito simbolico che di per sé non risolve il problema del razzismo. Così come stringere la mano agli avversari di per sé non rende leali e sportivi. Così come cantare l’inno non rende patriottici. Così come indossare il lutto al braccio e restare un minuto in silenzio non garantisce che i calciatori sappiano chi fosse il morto del giorno. Lo sport è colmo di riti e di simboli, eppure il valore e il senso di questi riti non viene mai messo in discussione: sono segni, servono a dire qualcosa, li diamo per scontati, ci piacciono pure. E sì, certo, non è inginocchiarsi l’unico modo per dirsi antirazzisti. Ma cosa si vuole comunicare, invece, decidendo di non farlo? Domanda interessante. Perché gli spot “no to racism” durante ogni singola stagione sportiva vanno bene e questo non va bene? Altra domanda interessante. Ma lasciamo stare. ⁣Lasciamo stare la Nazionale e le persone inadeguate ai loro incarichi che hanno gestito questa vicenda dando l’impressione di un certo provincialismo, di aver scoperto solo adesso cosa sia successo nel mondo e nello sport negli ultimi anni. Il dibattito sul razzismo in Italia sta cominciando ad avvitarsi, mi pare. Se qualcuno vuole introdurre una legge contro il razzismo, si dice che non serve perché il problema è culturale. Se qualcuno propone iniziative nelle scuole, si dice che si rischia l’indottrinamento. Se qualcuno propone un innocuo gesto simbolico, si dice che i simboli non servono. La cosa da fare è sempre un’altra: qualcuno potrebbe pensare che l’intenzione autentica sia non farne nessuna. C’è sempre un buon motivo per non fare niente. Forse pensiamo di essere immuni, che il razzismo non ci riguardi. Che siamo l’unico popolo al mondo che non ha questo problema. Il tutto vivendo in una società quasi completamente bianca che si sente invasa da una manciata di disperati, e dove le poche persone non bianche raccontano ogni giorno le aggressioni grandi e piccole che subiscono. Non vogliamo sentire, mi pare. Pensiamo ci sia sempre un’altra spiegazione. Non è mai razzismo, per noi. Arriverà un brusco risveglio".

Questo è un piccolo estratto riportato sui suoi profili social da Costa, vi consigliamo però di ascoltare i primi 3-4 minuti della puntata odierna di "Morning", il suo podcast, dove approfondisce ancora meglio la questione.

Altresì, molto interessante sul tema è l'articolo sul Manifesto apparso il 20 di Giugno a firma di Max Mauro a titolo "Il Paese immagianario della nazionale italiana" che completa, in un certo modo, l'immagine del Paese così come descritta da Costa. Mauro ci pone davanti, infatti, ad un elemento centrale "Tra i 26 convocati  agli Europei nessuno è figlio di immigrati". Eppure, sentendo giornali, tv, radio e mass media mainstream, dovremmo esserne invasi e quasi sostituti "etnicamente"... i conti non tornano. Prosegue Mauro "A più di quarant’anni da quando l’Italia è ufficialmente diventata un paese di immigrazione, dopo più di un secolo di grande emigrazione, viene difficile credere che non vi siano calciatori di origine immigrata degni di rappresentare il paese. Nel 1995, i bambini nati in Italia da genitori stranieri erano l’1.7 per cento della popolazione, una percentuale divenuta l’8 per cento nel 2000. Nel 2012, i figli di immigrati erano il 14.9%, ma il dato non include i figli di coloro che avevano acquisito la cittadinanza negli anni precedenti".

Questi due interventi, dunque, ci restituiscono un'immagine ben precisa: siamo un paese bigotto, provinciale, che non vuole vedere la bellezza dell'integrazione perché aizzato da una classe dirigente d'accatto che si ostina ad indicare il migrante come pericolo pubblico, che si incaponisce nel difendere il proprio orticello ormai avvizzito: ancora per quanto faremo finta di dormire? Quanto ancora parte di noi dovrà giustificare, spiegare, argomentare che l'anti-razzismo è un fondamento basilare di una società che si fregia di definirsi civile? Quanto di tutto questo siamo destinati a sopportare? E per quanto a lungo? Ma, la domanda principe è: saremo pronti al "brusco risveglio"?

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Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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