
Riflessioni a caldo sulle parole del responsabile della comunicazione della FIGC in merito al movimento BLM
Qualche minuto fa uno dei responsabili della comunicazione della FIGC, ha dato un'indicazione, che dall'inizio pare essere una nota ufficiale, circa il comportamento della nazionale italiana in merito al movimento BLM che ci ha lasciato senza parole. Alcune nostre riflessioni sulla vicenda.
"I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the colour of their skin, but by the content of their character. I have a dream today!"
Martin Luther King Jr.
Qualche minuto fa è stata pubblicata una dichiarazione circa l'atteggiamento che terrà la nazionale di calcio maschile da parte del responsabile della comunicazione della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) che, stando a molte agenzie stampa e siti accreditati (come da lancio di Goal.com qui sotto riportata), pareva essere una "nota ufficiale". Questa dichiarazione recitava:
"La squadra si inginocchierà per solidarietà con gli avversari e non per la campagna in sé, che non condividiamo. Se i giocatori del Belgio si inginocchieranno anche i nostri saranno solidali con loro".
Di per certo la sostanza non cambia visto che l'atteggiamento della Federazione in questi giorni è stato ondivago, mai chiaro e, in buona sostanza, pare in linea con le dichiarazioni del suo responsabile comunicazione.

Ma facciamo un passo indietro (a beneficio di chi è vissuto su Marte in questo ultimo periodo): perché questa nota? Perché sono stati giorni di intenso dibattito tra chi ritiene il "take a knee" un atto necessario e doveroso di solidarietà alla lotta contro il razzismo e chi, d'altra parte, lo ritiene inutile e addirittura controproducente. Ciò avrebbe, peraltro, portato anche ad una riunione dello spogliatoio azzurro al culmine del quale abbiamo assistito a due dichiarazioni: quella di Bonucci durante la conferenza stampa di presentazione del match contro l'Austria, nella quale lo stesso ha detto "Quando torniamo in hotel decidiamo tutti assieme, con una riunione, cosa fare come squadra. Una cosa che avremmo dovuto fare anche prima del Galles. Se verrà inoltrata la richiesta ne parleremo, se ci sarà la voglia e l’idea di fare un gesto contro il razzismo". E quella di Chiellini, in un'intervista a bordo campo pre partita nella quale lo stesso ha definito il gesto "una battaglia contro il nazismo" (che, se davvero fosse stata voluta, sarebbe stata pregevole ma...).
Da entrambe si evince un chiaro dato: non c'è una coscienza del gesto, del suo simbolismo e della battaglia per i diritti civili che lo stesso porta con sé. E ciò è grave. Gravissimo, perchè è impossibile da parte di chiunque, in una società mediaticamente globalizzata come la nostra, ignorare la causa sottostante quel gesto visto che è trascorso un anno e più dall'omicidio di George Floyd a Minneapolis per mano della polizia (Chauvin, il diretto esecutore dell'omicidio è stato appena condannato a 22 anni e mezzo di carcere), il cui impatto emotivo (ma anche mediatico) è stato così profondo da scatenare manifestazioni, rivolte, gesti di solidarietà etc che si sono susseguiti per mesi. Sia per le strade, sia sui prati verdi dei campi da calcio.

Ma da dove viene il "take a knee"? Ebbene, commentatori di ogni sorta e tipo si sono affannati nel voler arginare e circoscrivere il gesto ad atto ormai scevro di significato e, addirittura, ridondante perché legato unicamente alla morte di Floyd. Ma le tesi a sostegno di questa narrazione, il cui razzismo sottotraccia è accecante, sono prive di fondamento: basterebbe studiare la storia. Esso nasce nel 1965 quando il reverendo Martin Luther King Jr, in Alabama, si inginocchiò davanti alle forze di polizia a Selma, durante la storica marcia, per dimostrare al sistema repressivo razzista dello stato del Sud che la loro lotta era non violenta ed era finalizzata non al sovvertimento dell'ordine "democratico" ma, bensì, al riconoscimento dei diritti civili di uomini e donne discriminati per la sola differenza di pigmentazione della pelle.

Quel gesto è poi andato "in soffitta", ma non perché il razzismo fosse stato sconfitto (basti ricordare la sequela di omicidi che avvengono in USA, la famosa battaglia di Los Angeles, così come gli atti quotidiani perpetrati nelle nostre campagne ai danni dei migranti africani ecc.) bensì perché, con l'avvento di Malcom X, la battaglia era divenuta lotta di classe e lo strumento per combatterlo era divenuto più concreto e meno simbolico.
Il gesto, però, è stato ripreso nel 2016 dal giocatore di Football americano Colin Kaepernick all'alba dell'elezione presidenziale di Trump quando, durante l'inno che precede ogni partita di quello sport, si inginocchiò in segno di protesta contro l'oppressione che la comunità afroamericana subiva e contro l'ascesa al potere di un uomo legato ai suprematisti bianchi (ricordiamo l'invasione del Campidoglio di qualche mese fa ad opera di questi ultimi). Questo atto è costato la carriera al quaterback che, ancora oggi, è free agent.

L'atto, dunque, non è un simulacro, ma un simbolo di lotta che rivendica l'uguaglianza dei diritti elementari quali quello alla vita. Nessuno e nessuna di noi, poichè rappresentanti quella fascia di popolazione che da sempre si è dimostrata essere l'oppressore, dovrebbe ergersi a giudice perché non è una lotta che viviamo sulla nostra pelle (fuor di metafora). Nessuno e nessuna dovrebbe entrare nel dibattito sulla bontà e sull'efficacia ma solamente esprimere appoggio e solidarietà per l'ottenimento di pari diritti.
E no, nessuno e nessuna dovrebbe dire che il calcio non deve fare politica perché questo gesto è espressione del più nobile suo significato ateniese: la partecipazione e la presa di posizione a supporto di un'idea, una causa. Il calcio è politica. Il calcio deve sfruttare la sua sovraesposizione mediatica per stimolare il dibattito, deve portare alla luce la profonda ingiustizia che questa società porta con sé, deve far capire che non si può e non si deve morire perché si proviene da un paese differente o perché si ha un colore della pelle differente. Il calcio non è unicamente un gioco, è anche un atto politico e sociale e come tale va portato avanti.
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che ‘vivere vuol dire essere partigiani’. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci
Il responsabile della comunicazione e, con lui, anche la FIGC (visto che pare non sia la prima volta che lo stesso esprima messaggi di carattere razzista) hanno dimostrato superficialità, profonda ignoranza ed anche razzismo, spesso figlio della prima. Ma, come detto, la sostanza non cambia visto che l'atteggiamento della Federazione è in linea con quelle dichiarazioni. Si vuole ribadire, nonostante la presunta ufficialità o meno, che la solidarietà non è con i belgi, perché la campagna in sé è necessario combatterla, perché non può ridurre un fenomeno come la discriminazione razziale a circostanza estranea e sconosciuta, quasi avulsa, salvo poi indignarsi un tanto al kilo quando si odono ululati e versi grotteschi negli stadi e varare una campagna mediatica con il volto di tre scimmie. Questa Federazione non rappresenta il movimento calcistico italiano, ma forse, molto più realisticamente e meno utopisticamente, la FIGC è lo specchio di una società e di un calcio nostrano votato al cerchiobottismo. Votato al "non sono razzista ma...", la cui selezione - a differenza di altre compagini presenti nel torneo - porta con sé in campo un paese immaginario senza traccia di figli di migranti ma unicamente oriundi.
La dichiarazione ci fa rabbrividire e indignare perché, purtroppo, specchio della realtà.
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